In questa pagina trovate informazioni e notizie legate principalmente alla mia attività di regia documentaria e cinematografica, ma anche scritti, riflessioni, diari di viaggio, appunti.
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NOSTRUM DI CHI?

E' evidente che per una coalizione eterogenea e complessa come quella che sostiene il Governo Letta era necessario trovare un'azione da attuare sul tema immigrazione che rispondesse contemporaneamente all'emozione umanitaria e caritatevole e alla pulsione protettiva e securitaria. Da questa esigenza è nata la missione Mare Nostrum: un'ambigua via di mezzo tra controllo e salvezza, quella stessa ambiguità che regge anche il lavoro della agenzia europea Frontex, che di anno in anno rivendica la riduzione dei flussi di immigrazione clandestina come risultato a tutela delle vite umane. Ma che fine facciano quelle vite umane non lo dice nessuno.
Insomma, ora centinaia di militari italiani vanno a salvare i migranti in mezzo al mare, con l'evidente scopo anche di costituire detraente per il viaggio e con una forte tentazione da parte di un'ampia componente del Governo di utilizzare l'emergenza per riattivare il partenariato con la Libia nella direzione dei respingimenti di maroniana memoria. Alfano l'ha detto chiaramente, i migranti saranno salvati, ma non è detto che vengano trasportati in Italia, dipende in quali acque vengono rintracciati. Nel frattempo il Dott. Pinto, direttore Dipartimento Immigrazione del Viminale, si è recato a Tripoli a capire quali strade siano percorribili per riattivare gli accordi con la polizia Libica.
Contemporaneamente i mass-media hanno organizzato lo scudo necessario alla missione, declassando già oggi il tutto a notizia quasi invisibile: ora ci pensa l'esercito umanitario, che salverà le vite e terrà i corpi lontani dalla nostra vergogna.
L'attenzione e il controllo democratico della società civile su quanto la Missione Mare Nostrum vuole attivare invece non deve calare, per non permettere a nessun Governo di riattivare percorsi disumani di collaborazione con polizie violente e anti-democratiche come quella libica.

Resta da notare in ogni caso che la strada aperta da questa Missione è quella della responsabilità rispetto alla vita e ai diritti dei migranti. E' un passo ambiguo e non completo, ma resta un passo che potrebbe aprire finalmente la strada alla direzione necessaria, ma fin qui politicamente "incomunicabile" dei canali umanitari o , come in molti analisti e cittadini iniziano a pensare, dei traghetti di linea.
I due grandi difetti della missione umanitaria sono da una parte il coinvolgimento di solo personale militare, che non è certo tenuto ad avere esperienze di relazioni interculturali e psico-sociali idonee al contesto, e dall'altra il fatto che  continua ad aumentare la chiusura e quindi ad aumentare la pressione. C'è un unico modo per ridurre la pressione migratoria dal sud: aprire dei canali di migrazione regolare. Ma per farlo bisogna dire chiaramente: non esistono milioni di africani che stanno per invaderci, esistono milioni di esseri umani che si muovono dappertutto e lì dove il loro movimento viene costretto e bloccato la pressione migratoria aumenta e utilizza canali illegali, rischiosissimi e di grande rendita per chi li sfrutta.
Per questo i canali umanitari per chi cerca protezione e i traghetti e i voli di linea con visti più facili per chi migra solo per ragioni economiche sono la strada più intelligente.
Non verranno tutti qui. Anzi, andranno dove hanno amici e parenti che dicono a loro che si può lavorare e vivere decentemente, cioè non nella gran parte dell'Italia di oggi (anche se esistono ancora settori di lavoro dove la manodopera straniera è assolutamente necessaria e anche se le comunità straniere hanno delle capacità di assorbire e creare lavoro molto forte). 
Non solo non verranno tutti qui, ma ci costerà molto di meno. A noi e soprattutto a loro. In termini economici e in termini di dignità e integrità umana. Potremo sia noi che loro investire molto di più in politiche e pratiche di integrazione e dialogo, cosa che abbiamo quasi completamente smesso di fare.
Per iniziare davvero a onorare chi ha perso la vita nel nostro mare, dobbiamo liberarci del peso simbolico e ideologico di Lampedusa e dei barconi. Smetterla di utilizzare questa storia come merce di scambio elettorale o mediatico. E dare al fenomeno le sue dimensioni reali: in quindici anni ci sono stati circa 300.000 persone che hanno cercato di raggiungere l'Italia dalla costa sud e siccome era illegale farlo con traghetti o altri mezzi l'hanno fatto in un modo disumano che ha causato la morte di almeno 15.000 di loro, 1 ogni 20.
Cosa costava al Paese e all'economia italiana far arrivare quelle 300mila persone in quindici anni? 20.000 persone l'anno? Molto molto meno di quanto abbiamo speso per cercare di fermarle, accumulando costi non solo economici, ma anche politici (l'amicizia con Gheddafi e lo screditamento internazionale, la crescita di partiti xenofobi) e soprattutto umani.
Guardate la tabella che riporto qui sotto

Stati di cittadinanza
Immigrati
Emigrati
Cancellati per irreperibilità

Romania
942.726
33.762
50.641

Albania
278.186
8.075
15.334

Marocco
258.203
8.958
29.665

Ucraina
214.673
5.637
7.979

Cina
150.247
7.242
28.938

Moldova
135.462
2.777
2.997

Polonia
97.782
7.122
6.502

India
93.468
4.440
4.571

Brasile
80.238
3.944
5.102

Ecuador
78.200
1.847
3.843

Altri stati esteri di cittadinanza
1.234.194
90.736
125.378

Totale
3.563.379
174.540
280.950


Sono gli ingressi ufficiali (fonte ISTAT) di cittadini stranieri tra 2002 e 2011, più o meno gli anni della forte sovraesposizione mediatica di Lampedusa e delle sue tragedie o paure. I ventenni forse no, ma chi ha almeno 30 anni se lo ricorderà certamente che negli anni '90 e primi anni 2000 gli invasori erano marocchini, albanesi e rumeni. Bisognava fermarli, respingerli, non potevano venire tutti qui, erano tutti ladri, criminali e stupratori. E gli albanesi, in particolare, arrivavano nello stesso modo degli africani oggi: con i gommoni, gli scafisti, i "barconi dei disperati". E' impossibile non lo ricordiate. Ebbene, da quando i riflettori su di loro sono calati, l'Italia ha reso molto più semplice il loro arrivo per vie legali (la Romania è entrata in Europa, per gli albanesi oggi basta mostrare il passaporto al momento dell'ingresso e per i marocchini avere il visto è molto più semplice) e loro d'improvviso sono diventati "normali" ospiti del nostro Paese. L'emergenza che solo detenzioni ed espulsioni sembravano poter risolvere, è stata risolta invece con l'apertura. Apertura da tenere però nascosta. Da non raccontare. E non ne sono arrivati pochi: rispetto ai dati sugli sbarchi di Lampedusa parliamo di cifre ben più alte, almeno cinque o sei volte più alte.
Eh sì, direte voi, ma tra 2002 e 2009 l'economia italiana funzionava e dava lavoro. Senza soffermarci su come lo dava questo lavoro (contratti in nero, sfruttamento, condizioni di vita indegne e altre amenità),  oggi ne arriverebbero e comunque ne arrivano di meno, perché il migrante non si muove a caso, ma s'informa con molta attenzione, perché non parte per un viaggio di piacere, ma per  cercare di costruire una nuova vita. Esattamente come stanno facendo i nostri figli e i nostri amici che non trovano più lavoro nel nostro malandato Paese.

Mi auguro con tutto il cuore che l'operazione Mare Nostrum serva solo temporaneamente per evitare tragedie e che non sia una risposta strutturata al fenomeno. Perché il Mediterraneo per diventare sicuro deve diventare Nostrum di noi tutti, non Nostrum solo di qualcuno.

Andrea Segre

LAMPEDUSA: AND NOW WHAT SHOULD WE DO?

In today’s Corriere della Sera I read Fiorenza Sarzanini’s article on the boat militiamen: “Many [potential migrants] are approached by traffickers, who would do anything to find human ‘merchandise’ they can ship, and they convince the migrants to follow them.” And, again, a few lines below: “Thousands of other foreigners await to embark on the same trip. Human merchandise unaware of the real danger of being destined to die, or perhaps they are willing to do anything to change their lives.”
These sentences coherently follow a perspective that has become so embedded in the European public opinion that we can no longer understand its origins or the political position it supports. This is a perspective that dominates the overwhelming majority of today’s newspapers and commentaries after the Lampedusa tragedy. This point of view can be summarized as follows: “Human trafficking in the Mediterranean is a crime against humanity that must  be stopped with every means, and Europe cannot abandon us.” These words could be uttered by any political or moral official, belonging to any political party or group.
Well, in my opinion, this statement is misleading and incorrect, because it leads to political strategies and military operations that are incapable of tackling the phenomenon of immigration in a way that really focuses on the migrants’ dignity and their lives. 
For at least fifteen years, European countries – taken singularly and as a collectivity – have developed “steps to hinder illegal immigration and the criminal organizations behind it.” These policies have been approved by all political parties; yet, for the past fifteen years, the number of victims has increased steadily. How come? 
For me the explanation is simple and almost banal.



The problem lies in the fact that there are people in the world who need to travel – either to survive or to look for a better life – but do not have the right to travel because other people, whose lives tend to be less at risk, have decided to deny them this right. These people do not wait at home to respect the orders of those who are better off. Instead, they try to reach the land of those who would like to deny them the right to travel. And, while traveling, these people find natural and, above all, military obstacles (see the policies to stop immigration I mentioned above); hence, they accept the help of traffickers who give them a rickety and dangerous means to overcome those obstacles and who play on the migrants’ desperation and the border patrol’s corruptibility to charge them high sums of money.

Europeans who want to cross a sea, a desert, the steppes, or the mountains would pay 5-10-20 times less than a non-European migrant: for us [Europeans] it is legal, hence safe; for them, it’s illegal, hence unsafe.
If we really want to save those people who need to travel, the first thing we should do is guarantee them the right to do so in a safe and humane way. 
Since we don’t want to do this, instead we pretend to take care of them by attacking the traffickers and their inhumanity

The traffickers of human beings exist, but these are people who forcefully recruit other human beings to sell them against their will. Those people who make money out of migrants to allow them to cross the frontiers are, as the Italian democracy would say, ‘final users’ of the frontiers and walls that protect fortress Europe.
The expression ‘human merchandise’ used by Sarzanini is correct only if we take the European perspective for granted, a perspective embraced by those who insist on strengthening the Fortress and pretend that this strategy does not result in tragedies and victims. Migrants are indeed ‘human merchandise’, but this merchandise is the result of our politics and policies and is later used by those who take advantage of this situation to make profits. 

From a different viewpoint, instead, migrants are people who have been denied a fundamental right, not because of something they did wrong, but only on the basis of ethnic discrimination – on the basis, that is, of their birthplace. 
Yesterday Italian President Napolitano demanded that Frontex be strengthened and all politicians embraced his position. Frontex is the European agency that should coordinate the actions of the member states in monitoring international borders and should manage sea, land, and air operations to stop illegal immigrants from entering the EU.
Well, dear President, if we reinforce Frontex and its strategy, we will have two immediate results: the increase in the number of victims among those who ask for protection and the increase of the cost of these illegal trips and the traffickers’ profits. 
But then we could present wonderful reports that boast our success in limiting the number of migrants who could land illegally in Europe. But have we ever asked ourselves something really simple? When we decrease the number of illegal migrants who enter the EU, where do the people we blocked and pushed back end up? Do we really believe they will go back to their country because they found out it’s illegal? No, they will start their trip again, if they manage to survive torture and jail time in non-European countries (Lybia, Tunisia, Egypt, Turkey, Ukraine, Belarus, and others) to which our police entrusted them, all the while paying these countries a high sum of money. 
Yes, now what? What can we do?
We need to transfer the funds we use to stop illegal immigration to the creation of legal migration avenues.
We need to create infrastructures and agencies that can provide information on how and where you can migrate or on how and where you can flee.
In this way, they will all come here, right?
No, this is not true.
The vast majority of people who need to run away from regimes and wars look for refuge in nearby countries, hoping to go back home once the wars cease and the regimes fall.

Other people, 20-30-year olds, try to move further away from home to be able to send money back to their families that are awaiting near their home country. And it is these people whom we must help.
If the people who migrate for economic reasons realize that they can earn a certain amount of money legally, they will certainly send back that amount and work to profit from their emigration through their own remittances. 
For all this to happen, though, we need to build information systems and work on organizing legal migration channels: we need to open ad hoc offices, use cultural-linguistic mediators, fund UN agencies that work on this, use diplomatic headquarters for these goals, etcetera. And where can we find the money to do all this? Well, we could save money decreasing the insanity and dismantling the inefficient security system, which relies on push-back operations, forced repatriation, expulsion, detention and such.
This is a complex and revolutionary direction, but it’s the only one that allows us not to be hypocritical when we are shocked by these tragedies and we proclaim our desire to respect the migrants’ lives and dignity.
Otherwise, the only thing we’ll be left with is shame.
The choice is up to us.

Andrea Segre

[Translated by Michela Ardizzoni; michela.ardizzoni@colorado.edu]

L'INFINITO SILENZIO

Il respiro si spezza, le mani tremano e la vergogna si trasforma in disperato silenzio.
Spero che nessuno mai osi mostrare le immagini di questo infinito silenzio.
Che quelle immagini inaccettabili rimangano solo negli occhi di chi, con enorme dignità, ha dovuto vederle.
Ma che, nella loro invisibilità e nel loro infinito silenzio, si scolpiscano per sempre nella nostra memoria di esseri umani.
Non voglio sapere come sono quei corpi intrappolati a cinquanta metri sotto il mare.
Non voglio vedere i loro occhi sbarrati. Le loro mani aperte, i loro vestiti lacerati.
Non voglio vedere quel figlio mai nato, quella madre mai stata.
Non voglio vedere con gli occhi, perché è il cuore che deve vedere per sempre.
Per poter davvero vedere gli occhi devono chiudersi e lasciare all'anima il coraggio di piangere.
Intorno non può che rimanere il silenzio.

E dentro a quel silenzio, a quel dolore tremante che restituisce l'ultimo significato alla sconfitta della vita,
lì dentro abbiamo una sola inappellabile necessità: fermare questo eccidio di innocenti.
E' un percorso lungo e complesso che deve recuperare anni di errori e violenze, ma c'è una cosa che oggi l'Europa può fare subito e che eviterebbe ad altre vite di essere consegnate a quell'infinito silenzio nelle acque del mediterraneo: dare ai profughi bloccati in Libia ed Egitto altre possibilità per avere protezione in Paesi democratici, dando loro un'alternativa a quelle barche di disperazione e morte.
L'Europa può farlo, ormai lo chiedono in molti, a partire dalla Presidente della Camera.
Tutti possiamo chiederlo insieme.
Ora, subito, perché chi sta scappando e ha bisogno di aiuto non aspetta. 




"Si ma allora, come si fa? Possiamo mica prenderli tutti qui, no?"

MIGLIAIA DI PERSONE STANNO LEGGENDO QUESTO MIO POST E I COMMENTI. Non riesco per impegni a rispondere a tutti e quindi non pongo nessun filtro a ciò che chiunque può scrivere.- Vi prego di essere civili e non volgari nei commenti e di esprimere opinioni senza offese. Lo richiede la dignità e la civiltà con cui bisogna vivere e capire cosa succede alla vita di migliaia di persone che, finché non si cambierà direzione, continueranno semplicemente a morire.
La mia risposta a tutti voi è questo nuovo post: L'INFINITO SILENZIO
Poi cercherò il tempo di rispondere anche ai dettagli. Grazie, Andrea


Leggo nel Corriere della Sera  di oggi l'articolo sui "miliziani dei barconi" di Fiorenza Sarzanini: "Tantissimi [potenziali migranti] vengono "avvicinati" dai trafficanti, pronti a tutto pur di avere "merce" umana da imbarcare, che li convincono a seguirli. " E ancora, qualche riga dopo: "Altre migliaia di stranieri aspettano di intraprendere lo stesso viaggio. Merce umana inconsapevole del reale pericolo di essere mandati a morire, o forse pronti a tutto pur di cercare un'altra vita."
Sono frasi che si rifanno con coerenza ad un punto di vista che si è talmente consolidato nell'opinione pubblica europea, da non permetterci più di capire perché sia stato creato e quali posizioni di  politica internazionale sostenga. Un punto di vista che trionfa nella stragrande maggioranza dei giornali e dei commenti di oggi dopo la tragedia di Lampedusa e che può essere sintetizzato con le seguenti parole d'ordine: "La tratta di esseri umani nelle acque del Mediterraneo è un crimine contro l'umanità che va fermato con tutti i mezzi e l'Europa non ci può lasciare da soli". Sono parole che potrebbero essere pronunciate da personalità politiche o morali di qualsiasi schieramento e appartenenza.
Ebbene a mio avviso questa frase è fuorviante e scorretta e conduce a strategie politiche ed operazioni militari incapaci di affrontare il fenomeno migratorio, mettendo davvero al centro la dignità e la vita degli esseri umani che emigrano.
Da almeno quindici anni i Paesi Europei, sia singolarmente che insieme, sviluppano, con plauso di tutte le forze politiche, "misure di contrasto all'immigrazione clandestina e alle organizzazioni criminali che la controllano" e da almeno quindici anni il numero di vittime continua a crescere. Come mai?
Il motivo è per me semplice e quasi banale.



Il problema sta nel fatto che esistono persone al mondo che hanno necessità di viaggiare, o per salvarsi la pelle o per cercare una vita migliore, ma non hanno il diritto di farlo perché altre persone, la cui pelle e la cui vita sono tendenzialmente molto più al sicuro della loro, hanno deciso di negarglielo. Queste persone non stanno ferme a casa a rispettare l'ordine di quelli che stanno bene. Cercano di raggiungere le terre dove stanno quelli che vorrebbero impedirglielo. E siccome in mezzo al viaggio trovano ostacoli naturali e soprattutto militari (le operazioni di contrasto all'immigrazione clandestina di cui sopra) allora si fanno aiutare da gente che dà a loro qualche sgangherato e pericoloso mezzo per superare quegli ostacoli e che per farlo si fa pagare caro puntando sulla loro disperazione e sulla corruttibilità di buona parte degli operatori coinvolti nei controlli delle frontiere.
Attraversare mare, deserto, steppe, montagne per noi europei costa 5-10-20 volte di meno che per migranti non europei: perché per noi è legale quindi sicuro, per loro no quindi insicuro.
Se davvero vogliamo salvare la pelle delle persone che hanno necessità di viaggiare, la prima cosa da fare è garantire loro il diritto di poterlo fare in modo sicuro e umano. Invece siccome questo non lo vogliamo fare, allora facciamo finta di occuparci di loro attaccando i trafficanti e la loro disumanità.
I trafficanti di esseri umani esistono, ma sono quelli che reclutano a forza altri esseri umani per venderli contro la loro volontà. Coloro che lucrano sui migranti per farli attraversare le frontiere che i migranti stessi vogliono attraversare sono, per usare un termine caro alla democrazia italiana, "utilizzatori finali" del sistema di frontiere e muri che l'Europa ha creato intorno alla sua fortezza.
Il termine "merce umana" utilizzato dalla Sarzanini è corretto solo se diamo per scontato il punto di vista europeo, cioè di chi continua a volere il consolidamento della Fortezza facendo finta che tale strategia non produca vittime e tragedie. I migranti sono "merce umana" sì, ma creata dalle nostre politiche e poi utilizzata da chi sfrutta l'occasione per fare business. Cambiando punto di vista i migranti sono invece persone a cui è stato negato un diritto fondamentale non per una loro colpa, ma per una discriminazione su pura base etnica, in base cioè a dove il destino li ha fatti nascere.

Il Presidente Napolitano ha chiesto ieri, e tutti si sono accodati, di rafforzare Frontex, l'agenzia europea che dovrebbe coordinare gli interventi degli Stati Membri nel controllo delle frontiere esterne e che gestisce varie operazioni marittime, terrestri e aeree per fermare le entrate dei migranti illegali. Bene, caro Presidente, se rafforziamo Frontex e la strategia che Frontex rappresenta, noi otterremo due immediati risultati: l'aumento delle vittime tra coloro che chiedono protezione e l'aumento dei costi dei viaggi illegali e quindi dei ricavi per coloro che li gestiscono. Poi però potremo presentare meravigliosi report in cui ci vanteremo di aver ridotto gli sbarchi e gli arrivi illegali nel territorio europeo. Ma ci siamo mai chiesti una cosa semplicissima: quando si riducono gli arrivi illegali nel territorio europeo dove finiscono le persone che abbiamo fermato e respinto? Pensiamo davvero che tornano a casa e rinunciano al viaggio perché hanno scoperto che è illegale? No, si rimettono in viaggio, se riescono a sopravvivere alle prigioni e alle torture dei Paesi extra-europei (Libia, Tunisia, Egitto,Turchia, Ucraina, Bielorussia e altri) a cui le nostre polizie li affidano, pagando salatamente il servizio.

Si ma allora? Come si fa?
Si spostano i finanziamenti dal contrasto all'immigrazione illegale alla creazione di canali  di emigrazione legale.
Si creano servizi e agenzie che danno informazioni su come e dove emigrare o su come e dove fuggire. 
Ma così vengono tutti qui?
Non è vero.
La maggior parte di chi deve scappare da regimi e guerre, cerca rifugio vicino casa per sperare di tornarci quando le guerre finiscono o i regimi cadono.
Altri, i 20-30enni. cercano di andare più lontano per mandare soldi alle famiglie che intanto aspettano vicino a casa. E quelli vanno aiutati.
Chi invece si muove per motivi economici se sa che un tot possono farlo legalmente si organizzerà per mandare quel tot e ricavare guadagno dalla loro emigrazione attraverso le loro rimesse.
Ma per rendere ciò possibile bisogna costruire sistemi di informazione e di organizzazione delle vie legali di emigrazione: aprire uffici ad hoc, usare mediatori culturali e comunitari, finanziare le agenzie UN preposte a ciò, utilizzare le sedi diplomatiche per questi scopi e altro ancora. E dove si trovano i soldi? Beh da quelli che possiamo risparmiare riducendo le follie e smantellando le inefficienze del sistema securitario fatto di operazioni di respingimento, di rimpatrio forzato, di espulsione, di detenzione e simili.

E' una direzione rivoluzionaria e complessa, ma che è l'unica che può permetterci di non essere ipocriti quando ci scandalizziamo per le tragedie e quando diciamo di voler rispettare le vite e la dignità dei migranti.
Altrimenti l'unica cosa che ci rimarrà è la vergogna.
A noi la scelta.

Andrea Segre

Corridoi Umanitari Subito

E ora dove le trovo le parole?
Non ne voglio più usare.
Sono comunque troppo piccole.

Preferisco limitare al massimo e dire una sola cosa molto chiara che non riesco a capire come nessuno stia chiedendo.
Nel Mediterraneo ci sono almeno tre aree di crisi umanitaria molto forte, quella legata al conflitto siriano che insiste sulle coste turco-libanesi, quella egiziana e quella libica, dove si intrecciano le forti instabilità interne con i flussi di profughi in fuga dai regimi militari e dalle crisi alimentari del Corno d'Africa. Da queste tre aree partono le imbarcazioni che trasportano famiglie in cerca di protezione. Il diritto internazionale prevede in questi casi di attivare CORRIDOI UMANITARI gestiti dalle Nazioni Unite in collaborazione con le forze dei Paesi limitrofi coinvolti. L'Italia non ha le forze militari sufficienti per garantire soccorso e le conseguenze sono le tragedie di queste ore. Ma l'Italia lo sa benissimo e invece di dirlo con chiarezza o tace o agita le solite parole d'ordine sulla lotta all'immigrazione clandestina. Basta. Basta con la retorica degli scafisti, dei trafficanti e organizzazioni criminali. E' una retorica che produce solo risultati elettorali e che costa miliardi di euro, ma che non salva le vite né risolve le ragioni della fuga.
Usiamo questi miliardi di euro oggi per fare i corridoi umanitari, per dare protezione a famiglie che non sono vittime degli scafisti cattivi, ma che cercano vie di fughe e li trovano solo dove sono pericolose e mortali. E poi usiamoli anche domani per ricominciare a investire in progetti di cooperazione decentrata, di sviluppo sostenibile e di quant'altro si è deciso di non fare più, usando la crisi finanziaria come scusa.
Non si tratta di trovare i soldi, ma di decidere dove metterli.
Non si tratta di fermare i cattivi trafficanti, ma di soccorrere vittime innocenti.

Ah un'ultima cosa, di cui forse in realtà dovrei nemmeno occuparmi vista l'evidente vergognosa bassezza da cui arriva. I ladroni legihsti dicono che è colpa di Boldrini e Kyenge (e del Papa a questo punto, è che non hanno il coraggio di dirlo per non perdere un po' di base elettorale cattolico-oltranzista). Giusto per onore di chiarezza storica: gli eritrei e i somali che sono morti questa notte nelle acque italiane loro li respingevano per far finta di risolvere il problema, invece lo spostavano dall'altra parte del Mediterraneo, affidandolo alla disumanità dei gendarmi di Gheddafi e ora da quell'altra parte il problema torna, perché loro semplicemente l'aveva disumanamente nascosto, non risolto. Ma che gliene frega a loro…

Andrea Segre
3 Ottobre 2013

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INDEBITO - l'esercito della competizione

Ikaria 30 giugno 2012 - ultimo giorno di riprese di Indebito

Il tempo non lo puoi fermare.
Per questo ogni tanto puoi fermarti tu.
In un angolo di pietra, vento e sole.
Puoi sentire i passi delle pecore.
Seguire la danza delle nuvole.
Respirare l'odore della pelle.
Sbriciolare la pietra antica dei grandi sassi rotondi.
Diventare bambino nell'abbraccio dei suoi occhi.

Il mondo continuerà ad aver bisogno di correre.
L'esercito della competizione marcia compatta. 
Operai del consumo e governatori dell'accumulo, impiegati dell'ambizione e padroni dei sogni, pescatori dell'angoscia e signori del palazzo.
Compatta la maggioranza sfida l'umanità.
Il tempo non si può fermare.
La gara corre, chi perde è perduto.
Dobbiamo poter vincere ancora.
La crisi è l'ostacolo. Si deve saltare oltre.
Non importa verso dove.
L'importante è non fermarsi.
Perché altrimenti rischi di capire.
Di capire cose terribili: chi sei, perché vivi, perché soffri, perché ridi, perché piangi.
E questo per l'esercito della competizione sarebbe un grave problema.

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INDEBITO - il coraggio di esistere

A volte sembra che manchi il respiro.
Che il tempo e lo spazio non abbiano luogo, speranza.
Ci hanno travolto, dicono che "ora forse tutto così non può nemmeno un po'..."
E ti svegli la mattina, cerchi di capire se c'è qualcosa, qualcuno a cui chiedere.
Eri convinto che la fatica fosse finita, che la strada potesse essere facile.
I tuoi nonni, i tuoi padri, le case, gli stipendi, le auto metalizzate, fino alla porta USB dell'autoradio.
Tutto era a posto.
Che posto?
Ti svegli alla mattina e quel posto non è più. 
Che posto?
C'è qualcosa che manca, qualcosa che non vibra.
Pensavi di non aver bisogno di tremare.
Pensavi che la domenica al parco e al cinema fosse dovuta.
Che la settimana bianca fosse corretta.
Che il silenzio fosse necessario solo per sentirsi sicuri.
Erano il salotto e il lettore dvd che avevano il compito di funzionare. Non io.
E ora invece dicono che tutto sta scivolando.
E ancor peggio succede che davvero scivola.
Non è che non c'è lavoro, è che non c'è nemmeno l'idea di dove cercarlo.
Perchè?! C'entrano qualcosa le idee e il lavoro?
Mi pagavano, mi pagavano sempre meglio e io consumavo.
Cos'altro mi deve preoccupare?
Il colore della camicia o i decibel dello stereo.
Ma no, io dovevo fare jogging e respirare bene prima di riprendere lo scooter.
Si, lo scooter, non il motorino.
Perchè il tablet non ha bisogno di suonare, vibra.
Ed io? Perchè ora voglio vibrare anch'io?
Cosa manca?
Ma non è giusto, non doveva mancarmi più nulla.
E invece ora inizia a mancare tutto.
E la noia striscia umida tra le ossa della vita omologata.
Il silenzio ha di nuovo bisogno del suo significato.
Altrimenti scivolare sarà non solo inevitabile, ma anche lentamente pesante.
E quando sei pesante scivoli di più, scivoli peggio. E non sai cosa stringere per fermarti.

Poi d'un tratto mi guardo le mani.
Le mani hanno le rughe, conservano i segni.
Sarebbe meglio avere il coraggio di poterle sporcare.
Me lo disse un giorno un amico, un amico vero: "il manicure è l'ultimo stadio della civiltà".
Perchè ad un certo punto abbiamo voluto diventare tutti ricchi?
Perchè non abbiamo capito che la liberazione dalla povertà passava per la celebrazione della sua dignità?
Perchè ci siamo fatti rubare l'umanità del vivere semplice?
Perchè abbiamo concesso al sogno arido dell'accumulo di sostituire le emozioni della terra, dell'aria?
Mi guardo le mani.
Non sanno più contenere il dolore, esprimerlo, rappresentarlo.
Battono sui tasti del computer e scivolano sulla pelle del volante.
Coperte dai guanti d'inverno, accarezzate dai cuscini dei divani.
E allora provo ad ascoltare, a respirare.
Vibrare, nel silenzio di una musica o nel sogno di una fuga.
C'era qualcosa che sapevamo fare?
Di notte, con l'odore del legno o il buio della città.
Nello scricchiolare dei passi sul selciato, nel coraggio della solitudine.
Nel respiro di un figlio, nell'odore del mare e del gasolio di quella grande nave. Lenta.
Nel pane, nel formaggio di capra e il vino aspro.
Nei piedi scalzi che rincorrono un filo d'erba e di futuro.
Senza l'ansia di riempire, di rifugiarsi nell'identico e nella sua acquistabile copia.
Vibrare, questo ora d'improvviso posso ancora fare.
Per amare.
Per vivere.
Perchè in questa società svenduta e indebitata,
l'unico profondo debito è quello con il coraggio di esistere.
Indebiti siamo in debito di vita.

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Ladroni Padani, non ci ruberete anche la dignità!

Sì certo i diamanti, i conti off shore nelle isole caraibiche, i SUV, le ville per le scuole private delle mogli e le finte lauree balcaniche.
Questo è noto e ormai la stanca, pigra e indebolita opinione pubblica italiana l'ha metabolizzato.
L'hanno fatto tutti, un po' l'han fatto anche leghisti.
Ma c'è qualcosa di storicamente molto più grave che la Lega ha rubato alla società italiana: il futuro.


Da oltre vent'anni, con il supporto di varie anime della destra post-fascista, pop-liberista o teo-con e con la complicità delle debolezze e dei silenzi di ampia parte del centro-sinistra, la Lega ha soffiato sui fuochi facili della xenofobia e della discriminazione. L'ha fatto convincendo milioni di italiani che (in ordine cronolgico) i terroni, gli albanesi, i rumeni, i musulmani, i negri andavano fermati. L'ha fatto conquistando ruoli centrali di governo e avviando sistemi di detenzione e deportazione con costi enormi per le casse pubbliche e risultati non solo disumani, ma anche completamente inefficaci per il loro scopo ufficiale. Hanno sostenuto per anni che i vari nemici della civiltà andavano fermati e si sono nominati paladini della difesa contro l'invasione. Facendo ciò, non solo non hanno minimamente potuto fermare il flusso naturale dei movimenti di genti e culture, ma hanno impedito al nostro Paese di sapersi preparare al futuro necessario e inevitabile di una nuova cittadinanza plurale e interculturale. Milioni di italiani invece di preparare con calma, fatica e curiosità il proprio nuovo ruolo di ospiti, hanno trovato nell'arroganza e nell'ignoranza leghista la foglia di fico dietro alla quale nascondere la necessità di questa nuova importante sfida. 
Per questo abbiamo perso vent'anni di storia. Non solo violando diritti e dignità di migliaia di esseri umani, non solo trasformando l'Italia agli occhi del mondo in un Paese chiuso e incattivito, ma anche negando agli italiani il diritto di poter pensare e vivere il futuro. Ci hanno rubato vent'anni di vita e di storia.
Ed ora, gonfi delle loro ricchezze da ladroni padani e impauriti per lo sgretolarsi del loro consenso, tentano disperati di rilanciare la grande paura e di fornire al popolo in crisi la spiegazione più facile e più falsa ai veri e gravi problemi delle difficili condizioni in cui molti di noi vivono.
Fermiamoli, impediamo ai ladroni padani di rubarci altri pezzi di futuro.
Il problema di oggi non sono gli stranieri e i loro sacrosanti diritti di cittadinanza.
La stragrande  maggioranza di loro hanno contributo all'economia di questo Paese, hanno svolto lavori e mansioni fondamentali che i nostri giovani non volevano più avere.
Ora sono molti meno gli stranieri che arrivano in Italia. Perchè chi emigra non lo fa a casaccio, Si informa. E oggi sa bene che venire in Italia non ha senso. Vanno altrove. Dove iniziano ad andare anche i nostri figli, i nostro fratelli, noi.
Non lasciamo a questi gonfi padroncini dell'arroganza, a questi goffi guidatori di SUV, a questi ipocriti paladini della (loro) autonomia economica, di distrarci dalle urgenze del nostro presente, rubando altri pezzi del futuro nostro e di migliaia di nuovi italiani che hanno l'innegabile diritto di partecipare come pieni cittadini alla vita pubblica di questo malandato Paese.
Non siamo più l'eldorado. Siamo un Paese ingoiato dalla sua crisi e dall'ignoranza che fin qui ci ha condotti. Nessuno sogna di raggiungerci, tantomeno di invaderci. Chi lo fa è perchè deve, perchè non ha altre soluzioni. Non siamo più l'eldorado, siamo il paese difficile in cui da straniero ti ritrovi incastrato. Non esistono le masse bibliche di invasori, esiste la realtà di migliaia di lavoratori e famiglie che, nella profondità di questa crisi, chiedono almeno di veder riconosciuto il loro ruolo attivo e quotidiano di cittadini.
Cari leghisti dalla pancia piena e flacida, avete rubato troppo. Avete rubato anche il futuro. 
Ora basta, ci riprendiamo la dignità del presente.

Protestiamo tutti insieme per fermare i banchetti della Lega contro il Disegno di Legge per il nuovo diritto di cittadinanza.
Sosteniamo la campagna Insieme per lo Ius Soli.
Diffondiamo il breve doc Italenas, prodotto da ZaLab.


De Grillo elettorale 2 - dopo San Giovanni

Premessa: per capire questo post è importante leggere anche De Grillo elettorale e i sui numerosi commenti


Ciao a tutti, sono stato ieri a Piazza San Giovanni per continuare a conoscere e capire. E sono contento di averlo fatto perché così ho finalmente sentito parlare gli altri candidati e non urlare il solito vecchio comico e perchè così ho potuto vedere dal vivo le reazioni dei simpatizzanti/elettori. La cosa che mi ha impressionato di più è la dicotomia tra due mo(vi)menti emotivi e concettuali delle piazza. 

De Grillo Elettorale

Leggete anche: De Grillo elettorale 2 - dopo San Giovanni

Ho cercato in questi giorni di studiare e capire il Movimento di Beppe Grillo, rilevante novità politica di questo nostro bizzarro Paese e catalizzatore di molte energie e attenzioni da parte di tanti cittadini, in particolare miei coetanei.

Non condivido i giudizi affrettati di chi lo definisce un movimento pericoloso perché simil-fascista, nè ritengo ragionevole prendere posizioni aprioristiche che ne esaltino o neghino il ruolo di novità storicamente rilevante. Ma dopo alcuni giorni di studio, lettura e ascolto (basati sui materiali multimediali prodotti dal Movimento stesso) sento il bisogno di mettere in evidenza i rischi e le ambiguità del fenomeno.
Lo faccio pubblicamente sul mio blog per un semplice ed unico motivo: perché sino ad ora ho trovato ben pochi approfondimenti sugli aspetti critici di questo movimento, ma solo sentenze e pareri mediatici pro o contro.
Penso che sia importante in questa fase storica avere l'occasione di riflettere prima di farsi trasportare da facili e comprensibili ondate di voto-protesta.
Questo è lo scopo del breve testo che segue: collaborare a un confronto che fin qui mi pare essere mancato, per discutere e pensare prima del voto.
Ho l'impressione che molti tra coloro che votano o pensano di votare questo Movimento, non si siano mai fermati a riflettere e analizzare con calma.
Il mio è un invito a farlo. Con attenzione.

Chi è illegale?

In tempi di crisi la cosa più importante e più difficile da difendere è la dignità.
La paura, la mancanza, il disorientamento conducono facilmente al panico e il panico scatena derive di ingiustizie e violazioni.
E ciò può far molto male, ad ognuno di noi e a tutti noi.


Per questo credo sia ora il momento giusto per portare all'attenzione dell'opinione pubblica una delle storie più nascoste e imbarazzanti della moderna civiltà europea: la detenzione coatta di esseri umani colpevoli di aver sognato, sperato, sofferto e viaggiato.
In queste settimane di campagna elettorale dominata da rincorse tra sensi di colpa e promesse, e soffocata dalla noiosa ripetitività dell'inaffidabile, sento il bisogno di cercare un significato più profondo e sensato dell'agire politico e dello spazio pubblico. Ho voglia di dire con chiarezza ciò che non posso accettare e ciò che vorrei saper sognare e costruire. E così parto da qualcosa che potrebbe sembrare più marginale, ma che è invece centrale e inalienabile: io non posso accettare che esistano destini di detenzione, di privazione della libertà e della dignità umana per persone che non hanno in alcun modo messo in pericolo la serenità della convivenza civile. 
Per persone che non hanno fatto nulla di male agli altri.
Per persone che hanno avuto semplicemente il coraggio di prendersi ciò che il destino gli aveva negato, il diritto di viaggiare.
Per persone che non hanno accettato il divieto di sperare e sognare in una vita migliore.
Io non lo accetto.
Non lo accetto umanamente e così non lo accetto nemmeno politicamente.
E non la penso così per "idealità", ma per "conoscenza".
Perché io ho avuto la fortuna di incontrare, ascoltare e provare a capire.
Perché nel momento stesso in cui quelle persone possono parlarti, smetti immediatamente di pensare che sia anche solo lontanamente giusto detenerle.
Ed infatti per chi gestisce e garantisce la loro detenzione, è fondamentale che loro non possano parlare, non possano esistere. 
Quelle persone devono smettere di essere persone.
Devono tacere e diventare numero, categoria.
Quelle persone non devono essere. 
La loro definizione è negativa.
Quelle persone sono illegali.

Illegali??
In questi giorni di annoiata e ripetitiva campagna elettorale, voglio ascoltare e scoprire quelle persone, perchè la fine della loro libertà, la scomparsa della loro identità coincide con la fine della mia, della nostra dignità.
E incontrandoli chiedo a chi tra i candidati avesse ancora il coraggio e il desiderio di sentirsi vivo, di dire chiaramente: Illegali non sono le persone detenute nei centri di espulsione, illegali sono i centri stessi.

Ma alla fine in realtà ci annoiamo

Riflessioni sul sistema produttivo e distributivo del cinema italiano

Il ritorno grazie al Premio Lux di Io Sono Li alla Mostra di Venezia un anno dopo il suo esordio è davvero una bella sorpresa, la ciliegina sulla torta di un percorso ricco di soddisfazione; dai tanti riconoscimenti di festival e critica, al buon successo di pubblico in Italia (circa 500mila euro di CineTel) e agli ottimi risultati della distribuzione internazionale (in Francia 85000 spettatori in 12 settimane, ma il film è ancora in sala, e la vendita in oltre 20 paesi in tutto il mondo).

Detto questo sarei cieco e ipocrita se non esprimessi qui tutta la fatica e la rabbia per un sistema produttivo e distributivo che in Italia impedisce la crescita alle nuove esperienze, che stanno profondamente rinnovando e rilanciando l'arte cinematografica italiana.



C'è un dato molto semplice che ben chiarisce ciò che stiamo vivendo: la gran parte dei film che in Italia dominano il mercato non riscuotono alcun interesse (o ben poco) nei mercati e nei circuiti dei festival internazionali.
Contemporaneamente la gran parte di chi in Italia è riuscito con fatica a realizzare progetti di cinema d'autore e a raggiungere l'attenzione del pubblico, lo ha fatto passando per l'estero grazie o a co-produzioni o al sostegno di grandi Festival.
Alla base di questa situazione vi è un sistema distributivo che non si basa sul rapporto film-pubblico, ma su quello film-pubblicità. La storia è ben nota: sale invase da centinaia di copie di film commerciali imposti da quattro grandi distributori e tempi brevissimi di permanenza, con nessuna possibilità di generare passaparola tra le persone. Ma, attenzione, è una storia ben nota solo tra gli addetti ai lavori; il pubblico "normale" è semplicemente convinto che alcuni film siano di successo e altri piccoli e difficili. E ovviamente non sa che in realtà non esiste competizione possibile. 
Gli unici film d'autore che possono sperare di avere successo sono quelli che ottengono grandi visibilità internazionale (Sorrentino, Garrone, in parte Crialese, Vicari e pochi altri), anche se ora il rischio è che anche questo non basti più.
Se si vuole cambiare la situazione serve una scelta politica nuova e chiara: per il Paese è utile e importante avere una cinema d'autore capace di indagare la realtà, di far riflettere le persone e di avere successo internazionale. Se questo fosse il punto di partenza allora si prenderebbero delle scelte economiche e strutturali diverse e si riaprirebbe il sistema produttivo e distributivo ad una relazione più normale e viva con la qualità dei film e non solo con le loro caratteristiche pubblicitarie e commerciali.
Noi autori dobbiamo continuare a dire con chiarezza le cose come stanno e a chiedere questo cambio di rotta che dovrebbe cominciare con il perseguimento di (invece di partire da ottenere) tre importanti cambiamenti, che mi paiono certamente non unici ma prioritari: spazio televisivi in prima serata per i film d’autore tanto di finzione quanto documentari (magari avendo il coraggio di confonderli); un limite al numero di copie di prima uscita nelle sale e la conseguente possibilità di aumentare le sale se il film ha una media copia elevata; cambiamento dei componenti e dei metodi di valutazione delle commissioni per i finanziamenti pubblici, che tengano conto nel punteggio anche dei successi internazionali di autori e produzioni.

In questi ultimi mesi ho attraversato l'Italia con i miei film e ho trovato in ogni città centinaia di cittadini che ripetevano con chiarezza un grido di dolore e dignità, per poter mantenere il diritto di vedere e far vedere un cinema intelligente, vivo, attento.
Una mattina al Cinema Visionario di Udine un ragazzino di 15 anni alla fine della proiezione di Io Sono Li ha chiesto la parola: "Vi ringrazio per avermi fatto vedere questo film, perché non sapevo esistesse anche questo modo di fare cinema. Ogni sabato pomeriggio mi portano al Centro Commerciale con altri amici, vediamo sempre i soliti film, ci convinciamo che siano divertenti, ma alla fine in realtà ci annoiamo." 300 suoi compagni di classe hanno applaudito.
Abbiamo un dovere civile e storico: ascoltare il dolore e il desiderio di quei 300 ragazzi e degli altri migliaia di cittadini come loro.

La dolce nave nel mare chiuso

Lo sguardo del cinema sull'Italia dell'immigrazione

Lo spazio di uno sguardo.
Di uno sguardo tra due esseri umani.
Il potersi fermare ad ascoltare gli occhi, il silenzio, la storia.
Ci vuole coraggio, forse.
Ma soprattutto onestà.
L'onestà di riconoscere pezzi di te nella diversità di un un altro.


Questo l'italiana gente ha messo in discussione in vent'anni di immigrazione.
Questo è stato ed è il profondo conflitto umano e storico.
Come avere il coraggio e l'onestà di riconoscere noi stessi nei volti, nei corpi, nelle vite dei viaggiatori senza permesso.
Permesso.
Questo il primo passaggio.
Fino alla Vlora e alle migliaia di viaggiatori albanesi, non esisteva nessuna legge. Nessun permesso.
Il potere, lo Stato si è organizzato.
Ha iniziato a costruire e recepire i meccanismi e le strutture di controllo.
Quelle militari e burocratiche.
Ma anche quelle psico-sociali.
Era necessario trasformare quei viaggiatori in esseri diversi da noi.
Non concedere spazio allo sguardo.
Lasciare occasione di crescita alle paure e ai suoi furbi venditori.
Allontanare l'onestà per dare visibilità e precedenza alle violenze.

L'ispettore della polizia portuale de "La nave dolce" di Daniele Vicari lo racconta con chiarezza:
"Non ci sembrava di essere di fronte a dei clandestini".
Certamente no. perché quella parola ancora non esisteva. Iniziava ad esistere.
"Di quelle ventimila persone, non più di 500 o forse 1000 protestarono."
Gli altri volevano vivere e conoscere.
Ma andavano prima rinchiusi, poi affamati e poi espulsi.
Quindi dovevano sia diventare clandestini sia essere sovrastati dalle prepotenze di quei 500 o 1000.
La follia disumana della "soluzione Stadio" servì principalmente a questo.
Allontanare gli sguardi e concedere occasioni alla violenza.

"Sono riuscito ad uscire, ero un ragazzino. Ho incontrato una signora, mi ha dato dei soldi. Non sapevo nemmeno cosa fossero. Li ho mostrati in un negozio, mi hanno riempito di cibo."
Qualcuno riusciva ad uscire.
Qualche incontro diventava possibile.
Ma per sbaglio. Non andava permesso.
La regola era la distanza.
Quella distanza che dalla Vlora in poi ha continuato a crescere.
Accompagnata dalle immagini sempre più simili a se stesse delle "carrette del mare".
Corpi inseparabili, ammassi di formiche disperate, bozzoli di clandestini in mezzo al mare.
Ripresi dall'alto, da lontano, nel loro grande capacità mediatica di essere simbolo immediato dell' invasione.
"Facevamo finta di stare male, così ci vedevano e speravamo di poter essere liberi".
Anche l'immigrato, il clandestino si rappresenta nella versione più funzionale.
Sottolinea la sua disperazione. Assolutizza la distanza.
Compassione e paura si alimentano a vicenda.
Diventano istintive protezioni contro il coraggio e l'onestà del conoscere.

La gran parte della comunicazione mediatica e politica dei vent'anni post-Vlora ha galleggiato florida su queste protezioni.
Ha fatto sì che le distanze crescessero e gli sguardi diminuissero.
Le parole di Cossiga suonano ancora chiare: "Io non ringrazio il sindaco di Bari".
Tanta, tantissima italiana gente ha a lungo resistito agli inviti della piccola politica della paura.
Ha seguito la strada concreta e quotidiana dell'incontro, dell'aiuto, dello sguardo.
Ha ricordato l'odore, la puzza, la fatica della propria povertà.
Ha applaudito alla voglia di libertà, liberazione e vita di popoli vicini.
Ma lo spettacolo dell'invasione non è mai cessato.
La criminalizzazione, la violenza e la violazione hanno guadagnato spazio e raccolto conenso.
Il consenso è diventato potere.
E il potere, gonfio di vent'anni di occasioni d' "emergenza", ha potuto celebrare la sua forza.
"Nessuna tolleranza nei confronti dell'immigrazione clandestina. La prima cosa è fermarli. Impedire che arrivino" diventano le parole d'ordine dell'erede di quel Cossiga, il ministro della cattiveria, Roberto Maroni.

Negli ultimi anni in Italia si sono attuate misure di contrasto all'immigrazione irregolare fortemente contrarie ai principi fondamentali dei diritti umani.
I respingimenti di massa verso la Libia raccontati dagli sguardi e le voci di "Mare Chiuso" ne sono uno degli esempi più gravi.
"Non ci guardavano più in faccia e facevano finta di non sapere più l'inglese"
Nelle navi italiane che hanno operato i respingimenti di centinaia di donne, uomini e bambini verso le prigioni della polizia di Gheddafi, lo spazio dello sguardo e dell'onestà sono definitivamente stati cancellati.
Al loro posto solo la cattiveria ministeriale e la necessità della violenza.
La stessa violenza molte volte utilizzata nelle carceri-fantasma, i C.I.E., centri di identificazione ed espulsione, dove per decine di mesi esseri umani che non hanno commesso alcun reato penale vengono detenuti, umiliati e spesso spogliati di identità e dignità.
La stessa violenza con cui nei porti dell'Adriatico vengono quotidianamente respinti verso la disperazione dei porti greci decine di profughi afghani e pakistani.
La stessa violenza con cui centinaia di cittadini con lo status di rifugiati o la protezione umanitaria sono lasciati privi di qualsiasi supporto in bidonville e palazzi fatiscenti delle periferie urbane.

L'italiana gente ha lasciato che tutto ciò accadesse. Un po' per distrazione, un po' per protezione.
Ma nello stesso tempo ha in realtà aperto le porte delle proprie case, delle proprie vite.
Ha agito l'incontro, la contaminazione, la trasformazione.
I protagonisti de "La Nave dolce" sono albanesi o italiani? Sono clandestini o cittadini? Parlano con la "r" di Durazzo e la "e" di Bari.
Sono padri, madri, amici, fratelli.
Hanno negli occhi il passato di quell'incredibile viaggio, come il presente di questo nuovo mondo.
La figlia di Semere in "Mare Chiuso" è eritrea o italiana? E' una bambina che gioca o la figlia di un respinto? Confonde ancora il tikrigno e il milanese.
Ha negli occhi il silenzio di suo padre e la vergogna della nostra distanza.

Lo spazio di uno sguardo.
L'occasione di fermarsi per capire, conoscere, ascoltare.
Questo il cinema può fare, questo il cinema dovrebbe avere il coraggio e l'onestà di fare.
Per dare all'italiana gente, alla nuova italiana gente l'occasione di fermare la prepotenza e la violenza dei signori della paura.
Per dare alle nostre vite la possibilità di essere ricche di umanità, anche nei momenti di emergenza.






NESSUN KRUMIRO AL CIOCCOLATO

Triste la politica in Italia. Amara. Piccola. Soffocata.

Reagisce solo quando non può più non farlo.

Un grande grazie a Francesco Sperandeo (regista di un bel corto che vinse al BiFest nel 2009) per quelle foto.

Ma un amaro silenzio di vergogna di fronte alle reazioni della politica italiana, tutta.

"Ci auguriamo che quelle immagini possano essere smentite e che il governo possa chiarire." (Lupi - PdL)

" Sconcertata dal metodo usato per questo rimpatrio" (Turco, Pd)

"Bisogna punire i responsabili di questi comportamenti inammissibili" (Perina, Fli)

"Neanche a Guantanamo abbiamo assistito a soprusi del genere" (Pedica, IdV)


Così twittano i parlamentari italiani, nell'era delle foto su facebook e della politica di consumo mediatico soffocato dalle velocità di Ipad e connessioni onnidisponibili.

Stressati, poveri.

Sballottati da una notizia all'atra.



Con uffici stampa alla ricerca di spazi di citazione, di angoli di visibilità per nomi, cognomi e sigle.

Così succede che i commenti di un evento mediatico diventino dimostrazione di una profonda e sistematica distrazione. Mi auguro non volontaria.


Faccio una sola semplice domanda ai signori parlamentari indignati dallo scotch sui volti dei migranti: come diavolo pensate che vengano effettuate le espulsioni di persone che non vogliono per niente al mondo tornare a casa (supposto che una casa la abbiano)? Per favore potreste salire le scale di questo aereo, desidera qualcosa da bere, un caffè, pasticcino salato o dolce, un krumiro con gocce di cioccolato e si ricordi di allacciare le cinture di sicurezza?

Facciamo un gioco tutti insieme, cari parlamentari: voi siete partiti da Algeri, o Tunisi, o Ouagadougou o Kabul perchè la vostra famiglia non aveva più di che vivere, o perché qualcuno vi minacciava, o perché la vostra comunità ha deciso di scommettere sul vostro futuro investendo ben più di quanto potesse permettersi. Vi fermano e vi dicono che avete sbagliato. Dovevate partire in modo legale, dicono. Ma non c'è modo legale rispondete. E allora dovevate stare a casa. Non potevo, non potevamo più. Ci dispiace, dovete tornare a casa. Non posso. Allora vi accompagniamo noi. Ah si? E come? Con un arreo. Io non voglio. Allora dovete lo stesso. E come?... Non con i krumiri al cioccolato. Ve lo assicuro. Con manette, lacci, bracciali di sicurezza, calmanti chimici, sonniferi, minacce e personale decisamente privo di...chiamiamole "attenzioni democratiche".


Forse avrete poi sentito parlare in qualche vostro passaggio su twitter della parola "respingimento". E' quell'operazione per cui l'Italia si è beccata una condanna all'unanimità dalla Grande Chambre della Corte Europea dei Diritti Umani. Una brutta figura, vero? Forse vi siete indignati anche allora. Beh...come pensate si siano fatti i respingimenti? Per favore salite sulla barca dei poliziotti libici, che a Lampedusa non si va più? No: manette, manganelli, bastoni elettrici, percosse, sangue, ferite. Così si fa. Non c'è alternativa. E così si fa con tutti: donne, uomini, bambini, donne incinte. Senza alcuna discriminazione di razza e provenienza: eritrei, somali, nigeriani, maliani...La violenza è uguale per tutti. E viene fatta dai nostri soldati, dai nostri poliziotti. Quelli che rappresentano il nostro Paese, di cui voi siete parlamentari, se non governanti.


Sono anni che lavoro con i migranti, anni che ascolto le loro storie. Sono storie di violenza, non da parte di pericolose organizzazioni criminali che voi dite di voler combattere, ma delle polizie: italiana, francese, svizzera, libica, marocchina, greca. E nessuno di loro dà colpa ai poliziotti, ma ai governi.


La questione è molto semplice: per fermare la cosiddetta immigrazione clandestina bisogna usare la forza, perché gli esseri umani che vengono fermati, espulsi, respinti sono in viaggio per necessità e non vogliono, spesso non possono tornare indietro. E quando si deve far fare a qualcuno quello che non vuole e non può si usa la violenza. Il piccolo problema è che questa persone non sono criminali, ma esseri umani in cerca di sopravvivenza. Brutto usare la violenza con gli ultimi, vero? C'è da indignarsi, davvero.

O cambiamo direzione completamente e proponiamo una direzione ben diversa oppure per favore non scandalizziamoci dello scotch. E' ipocrita e triste.

..."Eh, la fai facile tu" mi direte. Quale direzione alternativa vedi tu? Li facciamo venire tutti qui? Te li tieni tu a casa tua?

Inizio una risposta, poi se volete ne discutiamo con calma. Se ne troverete un po'.

1. Non ci sono milioni di persone che vogliono venire qui. Chi parte viene selezionato dalle comunità di provenienza. Tranne in casi di gravi crisi belliche o alimentari.

2. Se noi aumentiamo e miglioriamo la gestione dei canali di immigrazione regolare, quella irregolare diminuisce tantissimo.

3. In generale se le comunità di provenienza sanno che ci sono 100 posti, si organizzano per farne partire 100 e scoraggiano le partenze degli altri. Se invece ci sono 2 posti e vengono dati sempre agli stessi, altri 200 cercheranno di partire in altro modo.

4. Se la smettessimo di puntare tutto solo sulle politiche di chiusura ed espulsione, costruendo decine di C.I.E., finanziando le polizie di Stati dittatroiali e pagando centinaia di voli di espulsione, allora avremmo milioni di euro da investire sulla costruzione di canali di immigrazione regolare. Salvando per altro migliaia di vite umane. Che per me è ancora un bel risultato.

5. Chi arriva, se arriva regolarmente, ha soldi da investire sul suo arrivo, invece che sui trafficanti a cui ora si deve rivolgere.

6. Se l'immigrazione regolare viene favorita, aumenta il suo effetto positivo sulle economie dei paesi di provenienza (oltre che essere necessaria a quella dei paesi di arrivo, dove i lavori di fatica sono ormai affidati quasi solo a stranieri).


Ma queste sono riflessioni che fanno fatica ad essere twittate. Capisco.


Un ultimo consiglio, davvero non pubblicitario, ma politico: guardatevi Vol Special di Fernand Melgar e se ne avete tempo anche il nostro Mare Chiuso