In questa pagina trovate informazioni e notizie legate principalmente alla mia attività di regia documentaria e cinematografica, ma anche scritti, riflessioni, diari di viaggio, appunti.
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LIKE A MAN ON EARTH - A need for memory

SPECIAL STREAMING
WATCH "LIKE A MAN ON EARTH"

A EU Council of urgency is scheduled for tomorrow, Thursday April 23rd, for tackling the immigration emergency after the recent tragedies occurred in the Mediterranean sea.
We believe that this Council should have the courage of finding its roots in memory and in the recognition of specific responsibilities.
Today, we are not facing an unexpected chance, but rather the breaking point of a process which has begun over 15 years ago.
For those who, in the recent years, have had a chance of listening and understanding stories of migration across the Mediterranean sea, it is all too clear that the current humanitarian crisis is linked to the securitarian and repressive policies implemented by European countries who chose to finance North African police and militias, especially in Libya, rather than considering the rights and choices of fleeing human beings.
The buzzwords "not all of them can come here", "we must stop them before they arrive", "fight against illegal immigration and human trafficking" have produced a blockage which hasn't allowed an intervention on the causes of migration, but has increased the pressure, pushing it to its current unmanageable level.
Human traffickers, who today represent the main objective of European repression, are nothing but the result of a short-sightedness by the mentioned blockage. These people have acquired enormous power thanks to being the only alternative for entire fleeing populations. In order to fight illegal traffickers, we ought to understand how to talk to those who decide to leave. Otherwise we are doing nothing but help traffickers grow in their power and violence.
It feels useful to propose the free online streaming of LIKE A MAN ON EARTH at this very moment, as we are trying to understand what has happened and what we did wrong.
In 2008, the film denounced the atrocities of Libyan police and smugglers against migrants, but it especially pointed out the financial and logistical support granted by Europe and Italy who chose to remain silent despite having information about the perpetrated violence.
If Europe had listened to the witnesses of these stories, it would have stopped the construction of detention centers and it would have ended its operations of deportation, which gave power to the business of ''trafficking''.
But the choice was not to look in the hope that our policies of closure would work as a deterrent for those who, instead, continue to travel because they have nothing to lose.
Going back to these testimonies hurts, because now it feels like its too late to act.
Yet it is necessary, because only an assumption of responsibility can start a radical change of this terrible chapter in European history.
We ask that Europe pursues all possible efforts to provide accessible escape routes and to make migration legal, safe and secure. This in fact is the only way to undermine the power of human traffickers and to respond to the cries of those who will never choose to stay home, when home means death threat and no chance for growth.
And we ask that this efforts go alongside spread reception projects, so that the burden of this process is shared and not sustained by only a few countries and areas of the continent.

Andrea Segre e Dagmawi Yimer
Cultural Association ZaLab - in collaboration with Archivio Memorie Migranti


COME UN UOMO SULLA TERRA - la necessità della memoria

STREAMING SPECIALE 
GUARDA "COME UN UOMO SULLA TERRA"


Domani, giovedì 23 aprile, si riunisce il Consiglio UE d'urgenza per affrontare l'emergenza immigrazione, dopo le ultime tragedie del Mediterraneo.
Crediamo che questo Consiglio dovrebbe avere il coraggio di partire dalla memoria e dal riconoscimento di responsabilità.
Non siamo di fronte ad un'inaspettata casualità, ma siamo al punto di crisi di un processo di oltre 15 anni.
Per chi ha potuto ascoltare e capire le storie delle migrazioni attraverso il Mediterraneo in questi anni, è sin troppo chiaro che la crisi umanitaria attuale è legata alle scelte securitarie e repressive sviluppate dai paesi europei, che hanno preferito finanziare polizie e milizie nord-africane, libiche in particolare, invece di capire le scelte e i diritti degli esseri umani in fuga.
Le parole d'ordine “non possono venire tutti qui”, “dobbiamo fermarli prima che arrivino”, “lotta all'immigrazione clandestina e al traffico di esseri umani” hanno prodotto la costruzione di un tappo che non ha permesso di affrontare le cause delle migrazioni e che ha aumentato la pressione fino a renderla ingestibile.
I trafficanti che oggi l'Europa continua a mettere al centro della propria azione repressiva, sono frutto della miopia di quel tappo. Hanno acquisito un potere enorme grazie all'essere gli unici referenti di persone in fuga. Per lottare contro di loro bisogna capire come dialogare con chi decide di partire. Altrimenti non si fa altro che aiutarli a crescere nel loro potere e nella loro violenza.
Per provare a capire cosa è successo e cosa abbiamo sbagliato, ci sembra molto utile proporre in queste ore la visione gratuita on-line di COME UN UOMO SULLA TERRA.
Nel 2008 il film ha denunciato non solo l’atrocità della polizia e dei contrabbandieri libici nei confronti dei migranti, ma sopratutto il sostegno economico e logistico dell'Europa e dell'Italia che, pur avendo le informazioni su questa violenza, preferivano stare in silenzio.
Se l'Europa avesse ascoltato i testimoni di quei racconti, avrebbe fermato la costruzione di centri di detenzione e le operazioni di deportazione che hanno dato potere al business dei ‘’trafficanti’’.
Invece si è scelto di non vedere e di sperare che le politiche di chiusura funzionassero da deterrente per chi invece continua a viaggiare perché non ha più nulla da perdere.
Riascoltare queste testimonianze oggi fa male, perché ormai sembra essere troppo tardi.
Ma è necessario, perché solo dall'assunzione di responsabilità può partire un cambiamento radicale di questa terribile storia europea.
Chiediamo che l'Europa costruisca tutti gli sforzi possibili per rendere accessibili vie di fuga e di emigrazione legali, sicure e protette, unica strada per minare alla base il potere dei trafficanti e per dare una risposta alle urla di chi non sceglierà mai di rimanere a casa, mentre la propria vita è in pericolo o non ha alcun orizzonte di crescita.
E chiediamo che a questo si affianchino progetti di distribuzione dell'accoglienza, in modo tale che il peso di questo processo non gravi solo su alcuni paesi e zone del continente.

Andrea Segre e Dagmawi Yimer
Associazione Culturale ZaLab - in collaborazione con Archivio Memorie Migranti

FUORIROTTA - Introduzione integrale tratta dal libro



Marzo 2015
Sono seduto a un tavolo Ikea in una stanza interamente arredata Ikea in un hotel di Abu Dhabi e la cosa che mi è più chiara è che non so dove sono.
Negli ultimi tre-quattro anni ho dovuto per lavoro tra- scorrere molte, troppe notti in luoghi come questo. Alberghi, aeroporti, sale convegni, centri residenziali. Luoghi di transito, spazi di sosta temporanea dove nulla ti dice dove sei e dove tutto è semplicemente utile e comodo. Sono luoghi che mi danno una forte angoscia. E il vero dramma è che ci stanno invadendo, stanno entrando nelle nostre città e nelle nostre case in modo sempre più inevitabile. Dicono che il motivo sia puramente economico: i salotti omologati, i bar anonimi, le fermate degli autobus in plexiglas, le sedie di finto vimini, le grandi e piccole stazioni, le poltrone, le pentole, persino i quadri e le colonne sonore, sono tutti uguali ovunque e il motivo è che costano di meno, convengono. In parte può anche essere vero, ma credo che il motivo più profondo sia una forma sempre più diffusa di pigrizia mentale e culturale. Un po’ ci dispiace non riconoscere odori e colori, ma se funziona ci sta bene. Possiamo disperderci e non sapere più dove siamo. Come in questo ordinatissimo salotto marroncino avvolto dall’aria condizionata, che separa la mia pelle dal deserto arabico, appena fuori queste enormi finestre ermeticamente sigillate. Una condizione di annullamento identitario che offre una sensazione di sicurezza e protezione. Scompariamo, ma non corriamo rischi.
Dentro questa dimensione una delle vittime più impor- tanti è il viaggio. Negli ultimi anni spostandomi da albergo ad albergo, da salotto Ikea a salotto Ikea ho percorso migliaia di chilometri, ma molto spesso ho avuto la sensazione di non essere in viaggio. Non c’era nulla che mi mettesse a disagio, che mi costringesse a imparare nuove azioni, che mi aiutasse a sporcarmi con odori e colori nuovi.
Così ho iniziato a fuggire da questi non viaggi, a ritorna- re a cercarne altri, viaggiando in una direzione che oggi è necessario definire fuori rotta. Terre vicine o lontane dove incontrare ciò che prima non conoscevo. Un’esperienza fondamentale che è stata da sempre la mia vera scuola di vita e di formazione professionale. C’è una piccola battuta su me stesso che faccio spesso, quando mi chiedono se ho frequentato il Centro Sperimentale di Roma (la scuola dove si è formata la maggior parte dei registi italiani) rispondo di no e aggiungo che ho frequentato il Centro Giovanile di Valona. Non è una scuola di cinema, ma il piccolo laboratorio di vita dove ho imparato a fare i miei primi documentari. Era il 2000 e attraversare l’Adriatico in direzione opposta alle migrazioni “illegali” di migliaia di albanesi fu una esperienza indimenticabile. Da allora per capire qual- cosa di più del mondo e di me stesso ho cercato sempre più spesso di andare dove mi consigliavano di non andare. Così sono iniziati tutti i viaggi che questo libro conserva; sono alcune delle molte pagine di appunti che ho preso su piccoli e grandi quaderni che hanno viaggiato con me. Avevo voglia che l’importanza di questi viaggi si potesse in qualche modo sedimentare, non solo offrendo storie e racconti di mondi poco conosciuti, ma anche proponendo scelte e idee per reagire alla pigrizia che accompagna l’omologazione di oggi. Non serve andare lontano, anzi molto spesso i luoghi altri, le direzioni fuori rotta, sono molto vicine a noi, ma ci è assai più comodo non considerarle.
Questa è la storia del libro che avete in mano. E anche se raccoglie molti momenti del passato, ha in realtà un forte orizzonte futuro. Per due motivi. Il primo perché molte delle storie qui raccontate aiutano a riflettere su come va oggi il mondo e su come rischia di continuare ad andare. Il secondo è perché grazie alla sua distribuzione aiuterà la nascita di altri viaggi fuori rotta, non miei, ma di giovani cittadini del mondo che presentando i loro progetti al bando FuoriRotta avranno la possibilità di mettersi in viaggio. Nella speranza di poter presto leggere e ascoltare anche i loro diari, che potranno essere nuove fonti di energia per opporsi alla comodità di questi maledetti salotti stile Ikea.

Dal 17 aprile poterò il libro in oltre 20 città d'Italia - scopri qui dove
Dal 23 aprile il libro sarà disponibile in libreria e sul sito di Marsilio

Se vuoi altre informazioni su come trovarlo: info@fuorirotta.org




FUORIROTTA - sintesi del libro





In questo libro Andrea Segre  ha raccolto alcuni dei diari scritti a mano durante dieci anni di viaggi fuori rotta. Da Valona a Dakar, da Pristina ad Accra, da Sarajevo a Ouagadougou, da Tataouine a Baghdad i diari portano il lettore a conoscere mondi appena fuori l'Europa di Schengen che il regista ha attraversato per conoscere le storie e le origini dei migranti spesso sono protagonisti dei suoi film. Da Padova a Porto Marghera, da Rosà a Chioggia si sofferma invece a riflettere sul mondo da cui la sua storia è partita e che spesso i suoi film hanno raccontato.
Sono viaggi e riflessioni raccolte dal 1999 in poi, che aiutano a riflettere sulle cause di molte delle complessità e delle tensioni dell'oggi


Leggi L'INTRODUZIONE  completa del libro

Dal 17 aprile poterò il libro in oltre 20 città d'Italia - scopri qui dove

Dal 23 aprile il libro sarà disponibile in libreria e sul sito di Marsilio

Se vuoi altre informazioni su come trovarlo: info@fuorirotta.org





L'ALZHEIMER DI SALVINI

Purtroppo la politica nell'era della comunicazione iper-mediatica è diventata una tecnica triste di svuotamento delle conoscenze e delle memorie.
La regola è semplice: chi meno studia e chi più urla vince.
Lo scopo è alimentare o paure o ignoranze o distrazioni.
La tecnica è trasformare tutto in slogan o offensivi o miracolosi.
Gli strumenti sono tutti quelli disponibili sulle ormai innumerevoli piattaforme massmediatiche.

Non è difficile.
Uno dei maestri del momento di questa triste tecnica chiamata politica è Matteo Salvini.
I suoi vuoti contenuti sono molto pericolosi e con dolore rispondo qui usando la sua tecnica.
Se poi qualcuno volesse anacronisticamente studiare e capire meglio può leggere altri post del mio blog (come questo ad esempio) o ancor meglio altri siti di vera informazione, ne cito solo quattro, ma da questi potete partire per capire davvero.

Se invece qualcuno volesse addirittura attivarsi per fare qualcosa di utile, proprio in questi giorni ZaLab sta lanciando una campagna molto importante. Trovate tutto qui:


Ed ecco ahimè la risposta a Salvini usando la triste tecnica 
(uso anche i suoi stessi colori, che è più semplice).
Mi scuso profondamente con le persone malate di Alzheimer che qui vengono paragonate a Salvini, ma la triste tecnica non prevede rispetto per la dignità umana.

Se volete potete stamparlo, diffonderlo, portarlo ai banchetti del povero Matteo. 


L'ALZHEIMER DI SALVINI

Povero Matteo è affetto da una grave malattia 
che lo costringe a dimenticare.
Aiutiamolo.

    1
    CHI HA SPESO PIU' SOLDI PER APRIRE E FAR GESTIRE
    I CAMPI NOMADI IN ITALIA?
    LA LEGA DI MARONI E SALVINI CON LA COSIDETTA EMERGENZA NOMADI TRA 2008 e 2010, IL CUI DECRETO E' STATO POI DICHIARATO ILLEGGITTIMO DAL CONSIGLIO DI STATO
    2
    CHI HA SPESO PIU' SOLDI PER GESTIRE IL PIU' GRANDE PROGRAMMA DI ACCOGLIENZA PROFUGHI DEGLI ULTIMI VENT'ANNI?
    LA LEGA DI MARONI E SALVINI CON LA COSIDETTA EMERGENZA NORD AFRICA TRA 2011-2012, CHE HA ESCLUSO GLI ESPERTI DEL PROGRAMMA DI PROTEZIONE DEL MINISTERO DEGLI INTERNI PER FINANZIARE I SUOI AMICI
    3
    CHI HA STRETTO ALLEANZE CON UNO DEI PEGGIORI DITTATORI DEL NORD AFRICA RIEMPIENDOLO DI SOLDI E DANDOGLI TUTTO IL POTERE DI CONTROLLARE I FLUSSI DI IMMIGRAZIONE CLANDESTINA?
    LA LEGA DI MARONI E SALVINI, STRINGENDO PATTI CON GHEDDAFI TRA 2009 E 2011, PER POI INVECE FARGLI GUERRA E BECCARSI UNA CONDANNA DALLA CORTE DI STRASBURGO CHE CI HA FATTO SPENDERE ALTRI SOLDI
    4
    CHI E' ANDATO A SOSTENERE LE NUOVE MILIZIE DI TRIPOLI, LE STESSE CHE OGGI LUCRANO SUI VIAGGI DEI CLANDESTINI ?
    LA LEGA DI MARONI E SALVINI, CON UNO DEI SUOI MIGLIORI RAPPRESENTANTI, IL PARLAMENTARE EUROPEO GIANLUCA BONANNO
    5
    CHI HA FATTO LA LEGGE CHE HA PRODOTTO PIU' CLANDESTINI IN ITALIA GRAZIE ALLE SUE INCONGRUENZE DI TEMPI E PROCEDURE?
    LA LEGA DI BOSSI, MARONI E SALVINI, CON LA LEGGE BOSSI-FINI CHE E' LA MAGGIORE CAUSA DI GENERAZIONE DI CLANDESTINITA' IN ITALIA, ALMENO CINQUE VOLTE GLI SBARCHI A LAMPEDUSA


Aiutiamo il povero Matteo e portiamo ai suoi banchetti questi cinque punti.
Se grazie al nostro aiuto il povero Matteo si ripiglia, può fare poi un salto in Siria o in Iraq o in Eritrea o in Somalia (la scelta è varia per sua fortuna) e cercare di scappare via terra o via mare. Così se arriva vivo può chiedere asilo e avere i suoi soldini.
Stai però attento povero Matteo, perché le possibilità di arrivare vivo sono più basse del 10%.




IS e migranti - la grande confusione

C'è un potere molto delicato della comunicazione, quello performativo.
Ciò che viene detto non solo racconta,ma anche costruisce. Determina non solo opinioni, ma anche posizioni, scelte e azioni.
La società di oggi è costantemente sollecitata e spesso minacciata dal potere performativo della comunicazione, utilizzato non per spiegare fatti, ma per crearli. A volte consapevolmente, a volte meno.
Quanto è successo nelle ultime 48 ore è un esempio lampante di tutto ciò.
E' molto probabile che una grande maggioranza degli italiani pensi oggi che i barconi dei migranti siano strumenti di guerra dell'IS. Una buona parte pensa che l'IS utilizzi i barconi per avanzare verso Roma, un'altra meno sprovveduta è convinta che l'IS si finanzi grazie ai barconi.
Per questo, ad esempio, l'articolo di oggi su Repubblica di Luca Caracciolo (per citare uno dei contenuti più alti e complessi e non soffermarmi su quelli più facilmente criticabili) si conclude indicando come azione militare chiave della lotta all'IS la distruzione dei barconi attraccati sulle coste libiche: la marina italiana dovrebbe affondare le barche per togliere fonti di finanziamento all'IS.

Proviamo ad andare per brevi passaggi logici.
I barconi non sono stati inventati dall'IS. L'IS, forza minoritaria tra le fazioni in guerra in Libia, si è inserita nel business, utilizzando forse (ma nessuno ne ha prove o certezza) alcuni spazi in un mercato che ha reti e meccanismi esistenti da tempo e ben differenziati a seconda di aree e territori della Libia.
L'unica cosa che accomuna tutti i vari settori del mercato è la domanda.
La domanda è costantemente in crescita, perché ha una base stabile di provenienza centroafricana (sia occidentale che orientale) a cui si aggiungono flussi generati da nuove crisi (Siria in primis, ma anche Kurdistan,  Gaza e Gambia per citare le ultime).
Questa composizione della domanda fa si che alla stragrande maggioranza delle persone che riescono ad arrivare in Europa (perché in Italia ben pochi vogliono fermarsi come ormai abbiamo capito) venga concessa una forma di protezione.
La storia ormai è vecchia e ve l'abbiamo raccontata in tanti modi.
Eppure incredibilmente su questa domanda, che è l'unica base stabile e certa del business dei barconi, l'Italia, l'Europa e tutti i soggetti politici interconnessi non hanno fatto nulla.
Cosa si poteva fare?
Intercettare quella domanda in altri luoghi, di partenza o di transito, evitando che si rivolgesse tutta e sempre più ai gestori esperti del mercato libico.
Si poteva farlo in Egitto, in Tunisia, in Israele, in Turchia, in Libano e anche in alcuni luoghi di partenza. Avviare un percorso che riducesse quel flusso non per repressione (fallimentare in tutti i sensi, a partire, per me, da quello umanitario) ma per organizzazione.
Non si è tentato nulla in questa direzione.
Si è anzi sperato, una volta caduto Gheddafi, di poter riattivare in qualche modo il sistema dei centri di detenzione creato tra il 2006 e il 2011 per volontà italiana ed europea. Cioè si è tentato di arginare il flusso trattenendolo in Libia, appena dietro il muro del mare. Ci hanno provato tutti i vari governi tra 2012 e 2014. Cosa ha portato quella strategia (erede di quella gloriosa di Berlusconi-Maroni del 2008-2010)? Ha offerto alle reti del mercato (e tra queste ce ne sono anche alcune ambiguamente connesse ai poteri europei) delle basi di reclutamento extra-legem dei clienti. I centri di detenzione voluti dall'Europa, sono diventati centri di concentrazione coatta di molti migranti desiderosi di partire. Vengono trattenuti lì, sfruttati economicamente e non solo, e poi fatti partire, a pagamento, quando l'organizzatore del viaggio ha trovato la barca.

Non credo sia necessario ora spiegare perché la distruzione della barca sia evidentemente un'azione ridicola e marginale se non avviene insieme ad un ripensamento generale dell'approccio al tema.
Un ripensamento già molto tardivo, ma che forse ora anche politicamente può convenire iniziare a fare. Credo che ora gli italiani, dopo centinaia di migliaia di migranti arrivati e protetti e decine di migliaia di migranti morti (cifre da guerra, senza alcuna retorica), possono avere lo spazio mentale per capire che fin qui abbiamo sbagliato tutto.
Questo è il coraggio necessario oggi: ammettere l'errore storico e attivare un processo nuovo di ripensamento. Soldi, strumenti e uomini per farlo ci sono. Basta spostarli dal sistema repressivo ad un altro nuovo sistema. 
Perché altrimenti rimangono solo due vie: alzare confusamente il panico contro l'IS che governa il business dei barconi (ma dopo due giorni si sono accorti che era profondamente controproducente da un punto di vista politico-militare e hanno fatto cinque passi indietro) oppure affidarsi alla demagogia post-atomica di Salvini.
Purtroppo però ce n'è sempre una terza, ed è quella in cui la classe politica europea è espertissima: usare la successiva emergenza comunicativa per distrarre l'attenzione e non pensarci.



Mafia Capitale e Carità Xenofoba

E' ben difficile trovare qualcosa di non preoccupante nell'inchiesta "Mafia Capitale", ma tra i tanti aspetti ce n'è uno su cui non posso non soffermarmi, perché troppe volte ne ho visto i sintomi e le conseguenze e non solo a Roma. 
Tutto parte da una frase molto semplice che avrò sentito centinaia di volte: "Ah, questa povera gente, è importante aiutarla.

Il vostro lavoro è davvero meritevole." Una frase che funziona ovunque, anche negli ambienti più conservatori, sino a sfiorare anche quelli xenofobi, con cui in realtà stringe una profonda alleanza implicita. "I poveretti" vanno comunque aiutati un po' e per fortuna che c'è qualcuno che lo fa. E' la retorica della carità di superficie, quella che giustifica e copre il menefreghismo, quella che confonde conseguenze con cause. La retorica dell'umanitarismo tout court, quello delle serata di gala con le soubrette che donando al bambino africano, quello che sostiene meglio del cemento armato le fortune commerciali di centinaia di associazioni e cooperative  nazionali e multinazionali. Funziona come un velo: se metti davanti la sofferenza del poveretto, stai tranquillo che 95 cittadini o consumatori su 100 non si occuperanno di capire cosa c'è dietro a quel velo. Un velo talmente potente e funzionale che arriva a coprire anche immense distorsioni, enormi errori, esplicite ingiustizie e ovviamente grandi truffe. Come? Grazie al suo perfetto alleato, l'altra faccia della stessa medaglia, la demagogia xenofoba. Ma che stiamo dicendo? Carità e xenofobia sono alleati? Ma è impossibile. Lo vorrei tanto, ma invece non lo è affatto, anzi. Almeno in Italia. L'ignoranza che il velo umanitarista crea ha la stessa identica natura di quella su cui si basa il consenso xenofobo. Questa natura si chiama "distanza". Mantenere la distanza. Tenere la distanza.
Poveretti e invasori sono due categoria della conoscenza che dialogano alla perfezione e su cui si possono costruire imperi. "Che bravi che siete ad aiutarli". "Mi fanno paura, guarda come vivono (o come si vestono, come mangiano… etc etc)". Due frasi di grande presa nel senso comune che possono essere pronunciate dalla stessa persona nello stesso luogo. Il segreto sta nel metterle insieme queste due frasi. Mettere insieme due mondi apparentemente opposti, esattamente come hanno fatta nel "mondo di mezzo", dove hanno messo insieme le cooperative rosse con gli estremisti neri, l'impegno sociale con la rabbia xenofoba. 
"Gli immigrati? rendono meglio della droga". Per non parlare degli zingari. Le intercettazioni di Buzzi scoprono l'acqua calda, ma finalmente la scoprono. Il suo impero, basato sulla solida alleanza con il gestore del sistema pubblico di emergenze sociali, il signor Odevaine, nasce dall'aver capito tutto ciò.  Ma attenzione, diciamolo ora subito con chiarezza, Buzzi non è  assolutamente il solo. Di imperi così o simili l'Italia ne è piena. E gran parte di questi imperi sono solidamente intrecciati a strutture di potere legate storicamente o strutturalmente alla sinistra politica e alla chiesa cattolica.
Campi rom, centri di accoglienza, piani di emergenza. Una montagna di soldi pubblici affidati senza appalti per "aiutare i poveretti" e per tenere distanti "quelli che fanno paura". Luoghi disumani, isolati, separati da qualsiasi territorio civile, dove concentrare oggetti umani che rendono migliaia di euro al giorno senza alcun timore di controllo. Perché politicamente e comunicativamente nessuno può sognarsi di attaccare chi "aiuta i povereti" e contemporaneamente "gestisce gli invasori". 
Sono luoghi di totale assenza di democrazia e civiltà, dove associazioni e cooperative gestiscono con regimi fiscali favorevoli milioni di euro per fingere di fornire servizi a persone che non hanno alcuna dignità e diritto e che, isolati in questi non-luoghi, imparano presto le regole di questo sistema delirante, cercando di sopravvivere dentro ad esso.
Volete capire di cosa sto parlando senza avere alcun dubbio? Andate in due luoghi: il CARA di Mineo e il Campo di Salone. Il primo è un centro per richiedenti asilo ospitato in un ex villaggio residenziale per marines americani nella piana di Mineo vicino a Catania., il secondo è un campo rom nella periferia di Roma. Entrambi hanno a che fare con il sistema Buzzi-Odevaine e entrambi hanno bisogno di 1 ora del vostro tempo per capire con chiarezza cosa rappresentano: una gallina dalle uova d'oro per chi ha capito che l'alleanza tra carità e xenofobia è una base solidissima per costruire un impero economico.
Andateci davvero. Se volete reagire a questo magma angosciante della corruzione endemica del nostro Paese.
Ma sono certo, perché ne ho visti almeno altri venti o trenta di questi luoghi, che se vi guardate un po' intorno di luoghi simili ne trovate anche dalle vostre parti. Luoghi dove qualcuno perché poveretto è aiutato, ma ben lontano e separato dalla nostra vita "civile".

E quindi? Dobbiamo chiuderli tutti questi luoghi?
Si, questi si. Senza aspettare oltre.
E chiudendoli scoprire che esistono altre esperienze molto diverse che invece non unisco carità e xenofobia, ma solidarietà e conoscenza. Luoghi dove al centro c'è non l'interesse economico di chi li gestisce, ma la volontà di reagire a ingiustizie sociali, partendo da una idea molto semplice: la condivisione di responsabilità. In altri termini non "oddio poveretti che sfortunati", ma "se tu hai un problema probabilmente ne ho uno anch'io".
Di questi luoghi anche ce ne sono molti in Italia, vanno raccontati, mostrati e conosciuti. 
E visto che chiudendo gli altri si liberano dei fondi, molti fondi, vanno anche finanziati.

Il vero problema del nostro Paese è che ha una classe politica o semplicemente corrotta di natura o, e forse è ancor peggio, incollata ai suoi blog-twit-facebook e quindi incapace e disinteressata a conoscere i luoghi reali, le persone. E' normale che questa classe politica decide di gestire in base a due direzioni, alleate tra loro: da una parte gli interessi economici corrotti, dall'altra le regole della comunicazione e del marketing e non dei fatti. 
Per questo esistono i sistemi Buzzi-Odevaine e faticano invece i luoghi reali della solidarietà civile.

Andrea Segre

P.S. se proprio non avete tempo di andare a vedere il CARA di Mineo e il campo di Salone guardate questi due link: MIneo Housing di Cinzia Castania e Campo Sosta di Stefano Liberti e Enrico Parenti

EXCUSATIO PETITA

13maggio2014. Leggo stamattina i giornali.
Quelli europei quasi non ne parlano.
Quelli italiani dicono tutti che l'Italia attacca l'Europa e che l'Europa dice che farà qualcosa per evitare altri morti e prendersi sue responsabilità.
Il peso della campagna elettorale su queste dichiarazioni è enorme.
Ma proviamo a crederci e diciamo tutti una cosa molto chiara.


Se è e soprattutto se sarà vero che Europa e Italia organizzeranno, come la Malstrom pare abbia dichiarato e come Renzi-Alfano sembrano voler chiedere (i dubbi scusate dopo tanti anni sono inevitabili), se davvero organizzeranno canali umanitari e programmi di resettlement, allora saremo di fronte all'assunzione di responsabilità storica di rilevanti dimensioni. Perché? Perché sulla rotta Libia-Italia nulla è cambiato rispetto ai diritti di fuga di chi si imbarca e rispetto alla gestione dei viaggi. E' cambiata la capacità europea e italiana di influire sui controllori libici delle partenze, che tutti sanno essere non trafficanti misteriosi e introvabili, ma gli stessi poliziotti o miliziani con cui Europa e Italia trattano oggi come trattavano ieri. Chi viaggia ora sono le stesse tipologie di persone di 8 anni fa (oggi vi sono molti siriani e 8 anni fa molti più sudanesi, a seconda delle crisi in corso nell'area, oggi molti più eritrei 8 anni fa più etiopi, oggi più gambiani 8 anni fa più ghanesi e via dicendo), ma 8 anni fa Italia ed Europa hanno invizato a costruire barriere, trattati, accordi bilaterali, strategie di rimpatrio, centri di detenzione, deportazioni e tutto ciò che abbiamo quasi noiosamente raccontato. Mentre raccontavamo chiedevamo con angoscia e chiarezza che si cambiasse strategia, che si mettesse fine a quell'eccidio, costruendo canali umanitari e percorsi di emigrazione legale. Il silenzio, dettato da interessi elettorali e miopie internazionali, è stato assordante. Ora la strada che, ripeto il dubbio, sembrano voler provare a intraprendere è quella che se fosse partita 8 anni fa avrebbe salvato non le 40 vittime di ieri, ma gran parte delle oltre 20 o 30000 di questi anni. Perché 20 o 30000, perché sparo questo numero così tondo e disumano? Perché io, come tutti noi non sappiamo. Non sappiamo esattamente quanti copri vi sono nel Mediterrano, quanti nelle carceri libiche, quanti nel deserto libico, quanti in quello sudanese o nigerino dopo i respingimenti e le deportazioni libiche chieste dal governo italiano, quanti nel Sinai, quanti nelle carceri dei paesi di origine dopo i rimpatri coatti. Non lo sappiamo e non lo abbiamo mai voluto sapere. Perché l'unica miope, inefficace e disumana strategia sviluppata fin qui è stata quella del controllo dei corpi alle frontiere, per usare la chiarezza drammatica leghista dell'allora Ministro degli Interni: "L'importante è che non arrivino".

Se quindi oggi Italia e Europa inizieranno a pensare come fare altrimenti (e chissà quanto ci metteranno a farlo), allora il primo passo chiaro e storicamente necessario è che dicano: "Scusate, abbiamo sbagliato". Devono dirlo non certo per la privata soddisfazione di noi che li abbiamo criticati, ma per la memoria di ognuna delle vittime di questo eccidio e per la conoscenza e consapevolezza dei cittadini europei cullati in questi anni nell'humus avvelenato delle demagogie securitarie. Devono dirlo perché nella storia solo attraverso i riconoscimenti delle responsabilità si sviluppano i cambiamenti reali e importanti. Ed è raro che nella storia avvenga, perché purtroppo servono sempre migliaia di morti civili e innocenti perché il potere pieghi la sua autorità ad una autodenuncia così pesante. Servono le guerre, come quella che 8 anni fa abbiamo iniziato nel Mediterraneo e che oggi dobbiamo avere il coraggio di dire "abbiamo perso". Si perché quei corpi nemici morti sono i corpi della nostra sconfitta.

Non c'è nessun astio nei confronti di potere e politica nelle mie parole, c'è una profonda e triste tristezza. Perché so, ho la certezza che gran parte di quelle vite le avremo potute salvare. E senza questa tristezza non saremo in grado di evitarne altre.

E ora ancora un po' di pesante, intollerabile silenzio.

Andrea

Gheri e il collasso

La settimana scorsa sono stato prima in Sicilia, nei porti dove la missione Mare Nostrum porta i profughi intercettati sulla rotta dalla Libia, e subito dopo al Parlamento Europeo ad una conferenza con decine di giovani da tutti i Paesi membri. Al ritorno ho scritto di getto quanto segue. 
Speravo che la notizia dell'ennesima tragedia potesse tardare il più possibile. 
Purtroppo non è stato così. 


Gheri e il collasso.


E' vero, siamo al collasso. Ma non al collasso dell'immigrazione, al collasso del sistema che abbiamo provato e ancora cocciutamente proviamo a costruire. Un sistema folle che si è illuso, o meglio ha deciso di illudersi che era giusto puntare tutto sulle misure di contrasto. Abbiamo deciso che noi potevamo fermare l'infermabile e l'abbiamo deciso per quattro solidi motivi: 


1. per non far emergere le nostre responsabilità rispetto alle cause
2. per creare occasioni di business privato con fondi pubblici nella gestione delle varie emergenze
3. per garantire sacche di irregolarità alle nostre economie liberiste e/o corrotte.
4. per alimentare da una parte o arginare (inseguendoli) dall'altra la crescita dei populismi nazionalisti e xenofobi.

Non parlo per partito preso, ma perché da una parte sto seguendo con esperienza diretta gli sviluppi dello scenario libico-siciliano e dall'altra sto leggendo materiali di ricerche e di studi internazionali liberi dalle faziosità dei dibattiti provinciali italiani.
Nelle ultime settimane ci sono stati vari allarmi lanciati dal Ministero degli Interni e le tensioni lungo i confini sud d'Europa (non solo quello con la Libia, ma anche quello di Ceuta-Melilla e quello greco-turco) stanno creando molta preoccupazione nelle task force europee a cui è affidata la lotta all'immigrazione clandestina. La logica, purtroppo, è quella di guerra: dove passano i corpi significa che stiamo perdendo e quindi vanno rinforzate le truppe. Con una differenza enorme: questi corpi-nemici non puoi ammazzarli (almeno non direttamente) e quindi una volta respinti da una parte cercheranno di passare da un'altra, non decideranno certo di tornare a casa.

I 600mila di Alfano o gli 800mila di Pinto di base non hanno alcuna base di verificabilità e non viene fornita infatti alcuna fonte chiara di questi dati. Equivalgono all' "esodo biblico" di Maroni del 2011. Ma hanno un significato molto chiaro: "Aiuto, dateci più soldi e più truppe se no perdiamo la guerra!". Un grido d'allarme a cui ormai opinione pubblica e classe politica rispondono senza alcuna esitazione, chiamando al massimo in causa l'Europa, ma di base accettando la logica: più soldi e più truppe per fermare il nemico.

I continui gridi di allarme, così come le continue situazioni di aumento della pressione migratoria, dovrebbero invece generare un altro tipo di riflessione e consapevolezza: questa guerra non ha senso, continua a costarci e non risolve nulla. E' un sistema di gestione che non funziona, anzi che di fatto non esiste. Non esiste perché per "sistema di gestione" non intendo quello che Pinto coordina, la Polizia di Frontiera, ma un sistema di accoglienza e gestione integrato che sappia occuparsi del fenomeno in varie sue fasi, un sistema che l'Europa ha rinunciato a costruire puntando tutto o quasi su gestione securitaria, repressione e controllo. Abbiamo per vent'anni provato e stiamo continuando a provare a mettere tappi sui buchi, a chiudere i rubinetti, a ricucire gli strappi. E non sappiamo quasi per nulla creare percorsi di decompressione e di movimento regolare.
Interpretiamo tutto ciò che succede come una guerra tra i nostri sistema di sicurezza e i loro corpi e abbiamo chiesto ad alleati poco puliti di aiutarci a fermare i corpi (ammazzando dove necessario, ovviamente). E se gli alleati non collaborano o fanno il doppio gioco (come milizie e polizie libiche in questo momento) non abbiamo altri strumenti di gestione, se non piani di emergenza affidati all'umanità di chi dovrebbe controllare e si ritrova di fatto ad accogliere.

Ministro Alfano e Presidente Renzi, ora alzate la voce di protesta verso l'Europa, ma provate a rispondere a due domande: 
1.Pensate davvero che lo strumento giusto di azione europea sia Frontex? cosa dovrebbe fare secondo voi Frontex? Davvero credete che siano grado di fare qualcosa? Se siete informati sui fatti sapete che in realtà non ha strumenti reali di azione, se non quelli di aiutare l'Italia e gli altri Paesi membri a rafforzare le pressioni sui Paesi Terzi perché chiudano i rubinetti con qualsiasi mezzo. Ma se la nostra gestione si affida sempre e solo sulla chiusura dei rubinetti, ci sarà sempre nella storia qualcuno che quei rubinetti ogni tanto li riapre per avere più soldi da noi e da Frontex messi insieme. Ogni tanto sarà più utile riaprirli e ogni tanto più utile richiuderli. 
2. Sapete cosa sta succedendo tra Libia e Italia, vero? Sapete cosa sta facendo Mare Nostrum, vero?Suppongo e spero di sì. Allora abbiate il coraggio di raccontarlo all'opinione pubblica e farlo capire. Fate capire agli italiani che stiamo organizzando corridoi umanitari per profughi siriani e africani senza però avere né il coraggio di dirlo, né il coraggio di farlo fino in fondo (i profughi per raggiungere le nostre navi militari pagano migliaia di euro ai poliziotti libici, quelli che voi chiamate trafficanti, ma con cui poi cercate di trattare per chiudere i rubinetti), né il coraggio di portarlo in Europa con chiarezza, preferendo non identificare i profughi e lasciarli andare al nord, senza però rivendicare questa scelta.

Questa situazione è profondamente ipocrita e pericolosa.
Centinaia di poliziotti, marinai, carabinieri e finanzieri (e pochissimi civili, ancor meno civili davvero preparati sul fenomeno) sono chiamati in queste ore a gestire operazioni di accoglienza per migliaia di persone, ma lo fanno nell'assenza totale di dibattito pubblico e di responsabilità politica.  Nel frattempo nell'arena pubblica l'unica cosa che continuate a dire è: bisogna aumentare i controlli, migliaia di invasori vanno fermati. Più soldi e più truppe per la guerra. Da una parte usate i soldati per fare un lavoro che non sono tenuti a saper fare (o che hanno imparato a fare anche se non era loro compito), dall'altra dite che dovete aumentare i soldati per fermare chi state accogliendo. Faccio davvero fatica a seguirvi.
Per questo siamo al collasso. Un collasso di dimensioni storiche enormi, un collasso italiano ed europeo, che proviamo a non dire, ma che segna ogni giorno, corpo dopo corpo il solco drammatico ed epico tra la nostra civiltà e la dignità umana.

C'è un'altra strada?
Certo che c'è. L'altra strada è fornire alla persone vie di fughe protette (per i profughi, come i siriani e gli eritrei) o percorsi regolari di viaggio (per i migranti economici). Limitati e selezionati se non vi fidate all'inizio, ma poi vedrete che la storia vi dimostrerà che conviene aprirli, sempre che il vostro scopo sia quello di rispettare i diritti delle persone e far crescere equità e sviluppo equo. Se invece lo scopo è continuare a generare occasioni di sfruttamento, manodopera a basso costo e rafforzamento dei poteri forti, allora continuate nella stessa direzione.
Le pressioni diminuiscono solo lì dove le frontiere cadono e per far cadere le frontiere bisogna costruire spazi di libera circolazione (graduale se volete) che rimettano in gioco equilibri e permettano di scardinare privilegi e cambiare la storia. Se no rimanevamo nel feudalesimo o nell'impero romano, con padroni e schiavi. O vogliamo tornarci? A volte il dubbio è ampiamente legittimo di questi tempi.
Ma come si fa tutto ciò? Costa una marea di soldi, no?
Pinto l'ha raccontato con chiarezza e grande professionalità: negli ultimi 7 mesi abbiamo speso solo per Mare Nostrum e dintorni circa 70milioni di Euro, ai quali vanno aggiunto i circa 35milioni spesi dai 23mila migranti (una media di 1500 euro, per essere cauti) per partire dalla Libia. Diciamo insomma 100milioni di Euro per gestire il salvataggio e la prima accoglienza di 23mila persone, sono circa 3000 euro a migrante. 3000 euro per poi lasciarlo, nella gran parte dei casi, libero di andare dove vuole, sapendo che vuole raggiungere parenti o amici, che "per nostra fortuna" stanno soprattutto in altri Paesi europei. Una cifra davvero elevata (e destinata ad aumentare nei prossimi mesi), che è servita (ed era ora) a far arrivare vive delle persone, ma che non aiuta in alcun modo a gestire il fenomeno nella sua complessità.
Questi soldi non arrivano per miracolo, sono soldi pubblici che se vengono investiti in una direzione significa banalmente che non vengono investiti in un'altra: l'Italia e l'Europa non investe quasi nulla per capire come dialogare con le ragioni delle partenze, per capire come fermare le cause, per capire come correggere le nostre responsabilità nel capire come costruire circuiti virtuosi tra migrazione e sviluppo. E non lo fa non solo perché investe tutto o quasi nel sistema securitario, ma anche perché nel frattempo quella che era cooperazione allo sviluppo è diventato business umanitario, affidato nella maggioranza dei casi a grandi multinazionali che curano le ferite e aiutano le emergenze, ma che non fanno quasi più nulla d'altro. 

C'è un'ultima cosa che vorrei chiarire.
Tutto questo non lo scrivo perché mi piace fare l'opinionista o perché cerco consenso. Lo faccio perché da sempre, molto prima di essere ufficialmente "regista", amo incontrare e conoscere i protagonisti di questo fenomeno epocale. E quando passo ore, giorni o settimane con i loro racconti, poi non ce la faccio, non posso stare zitto. So che è pochissimo, ma almeno questo pochissimo glielo e ce lo devo.
Pochi giorni fa ad esempio ho conosciuto Gheri, un trentenne eritreo. Era appena arrivato in Sicilia, da pochissime ore, grazie alla barca pagata ai poliziotti/trafficanti libici e grazie alle navi militari italiane che l'avevano recuperato dopo poche ore di navigazione. Ho parlato con Gheri perché Gheri parla un inglese perfetto e Gheri parla un inglese perfetto perché Gheri ha una laurea in Psicologia all'Università di Amsara grazie alla quale aveva lavorato un anno per una ONG inglese e poi per altri 6 mesi per il Ministero della Salute eritreo. L'ONG lo pagava 15 euro al giorno, una cifra assolutamente dignitosa per l'Eritrea, ma poi se n'è andata e il nuovo lavoro con il Ministero della Salute era invece pagato 50centesimi al giorno. Gheri ci ha provato per un po', ma poi ha capito che era impossibile, che non c'era alcuna possibilità di sopravvivere, se non entrando a far parte dei capi del Ministero, legati ovviamente ai poteri corrotti della dittatura governativa. Nulla a che fare con la psicologia, che Gheri ama e che ora, arrivato in Italia grazie alla strana e confusa alleanza tra trafficanti e militari, spera di poter studiare ancora. Non Italia, in Svezia. Ho spiegato a Gheri come fare per evitare di rimanere in Italia e per provare ad andare in Svezia, mi ha abbracciato, io l'ho abbracciato e ora spero sia ancora in viaggio.

Andrea


P.S. un ultimo consiglio se ci tenete ai numeri: datevi un'occhiata al meraviglioso grafico di questo sito  http://peoplemov.in/ e capite quanto il nostro problema di "esodo biblico" sia da contestualizzare nella complessità dei flussi migratori che coinvolgono il mondo in questa epoca, un fenomeno che non riguarda certo solo la "nostra povera Italia", ma che è diretta conseguenza della crescita inaccettabile e disumane degli squilibri economici. Se non mi capite provate a vivere con 50 centesimi al giorno, come Gheri.

IL VIAGGIO DELLO SCUOLABUS de LA PRIMA NEVE


E' stato un viaggio di grande umanità e di grande condivisione.
Il piccolo scuolabus giallo de LA PRIMA SCUOLA ha attraversato tutta l'Italia: da Palermo ad Aosta, da Udine a Caserta, da Milano a Bari. In ogni luogo ha incontrato l'urgenza e il desiderio di centinaia di cittadini, che non vogliono assistere passivi allo screditamento di una delle fondamentale istituzioni di una civiltà democratica: la scuola primaria pubblica.
Grazie a tutti noi il nostro piccolo scuolabus è riuscito a raccogliere quasi 35.000 euro. 
Non è certo una cifra che può cambiare le sorti della scuola e del paese, ma costituisce un segnale chiarissimo e molto concreto con cui la società italiana dice al suo governo e a sé stessa che investire sulla scuola e sul dialogo tra scuola e arte è non solo importante, ma anche necessario.
Come potete vedere dal file che quest'oggi pubblichiamo sul sito del progetto, la cifra non è ancore del tutto definitiva, perché alcune donazioni sono ancora in arrivo. Ma di base le scuole materne ed elementari che lo vorranno, potranno usufruire di questo piccolo e miracoloso fondo di 35.000 euro per realizzare progetti laboratoriali dedicati ai loro bambini e alla crescita delle offerte pedagogiche dei loro istituti. Il bando per tutte le scuole è disponibile sul sito e la scadenza è il 31 gennaio. Affrettatevi. Credo sia proprio una bella occasione.

Voglio ringraziare di cuore tutti coloro che hanno reso possibile tutto ciò, ogni singolo cittadino che ha lasciato un'offerta nello ScuolaBus del progetto e tutti gli artisti, le associazioni, i cinema, i teatri, i distributori, i centri sociali, le biblioteche, i negozi che hanno voluto sostenere il progetto inventando eventi e occasioni non solo per raccogliere soldi, ma anche per raccontare ciò che il progetto stava e costa ancora proponendo alla società italiana. Elencarli tutti è impossibile, ma nel documento di sintesi che oggi pubblichiamo li trovate tutti, città per città, giorno per giorno.
Un grazie particolare va ai produttori de LA PRIMA NEVE, Francesco Bonsembiante e Marco Paolini per JoleFilm, agli attori, Matteo Marchel, Anita Caprioli e Giuseppe Battiston, e ai soci e allo staff di ZaLab, che hanno creduto e sostenuto il progetto con convinzione e grande partecipazione.
Un ringraziamento speciale a Michele Aiello, che per ZaLab ha coordinato  con precisione ed entusiasmo tutto il lungo viaggio dello ScuolaBus.

Oggi è davvero un bel giorno, un giorno in cui il mondo del cinema non si chiude nel lamento del difficile periodo economico, ma allarga l'orizzonte culturale della sua azione e della sua sfida di civiltà, creando un ponte di cultura e cittadinanza con il mondo della scuola.
Il mondo è sempre più governato da interessi privati di pochi detentori di ricchezze e privilegi (per uno degli 85 uomini più ricchi del mondo 35.000 euro equivalgono al reddito di 1minuto e 1/2 della sua vita…che rabbia), ma dobbiamo dire con chiarezza che questa direzione è pericolosa e incivile. Dedicare la distribuzione di un film indipendente alla costruzione di progetti per scuole primarie pubbliche, è un modo per  farlo non solo a parole.
Come abbiamo sempre detto, non vogliamo certo sostituire l'impegno statale-pubblico con le donazioni private (anzi!), ma dedicare queste donazioni ad un'istituzione pubblica significa celebrarne e sostenerne la centralità e l'importanza, anche come strumento fondamentale di distribuzione delle ricchezze e delle opportunità.

Non vedo l'ora di veder nascere i progetti de LA PRIMA SCUOLA e di poterveli raccontare.
Ancora grazie a tutti.
Andrea



Natale senza indignazione



Senza alcuna retorica e con molta chiarezza.
Le immagini che negli ultimi giorni abbiamo visto del Centro di Lampedusa e dei CIE non devono e non possono indignare nessuno.
Nessuno tranne chi ha voluto e vuole far finta di non sapere e di non capire.
Innanzitutto dividiamo le due storie, che per comodità o ignoranza molti giornalisti hanno preferito tenere insieme.
Da una parte i Centri di Accoglienza, suddivisi in Prima Accoglienza e Accoglienza per Richiesta Asilo, dall'altra i Centri di Identificazione ed Espulsione.


I primi, quelli di accoglienza, in Italia sono gestiti nella grandissima maggioranza dei casi da organizzazioni e da personale privi di preparazione, di sensibilità e di cultura dell'accoglienza.
Sono o cooperative o corpi militari o civili dello Stato normalmente utilizzati in contesti di conflitto e di crisi.
Nelle cooperative lavorano operatori spesso senza alcuna preparazione o tutt'al più provenienti da esperienze di servizio sociale all'antica, caritatevole,  assistenzialista e verticistica.
Nei corpi civili e militari vi sono persone che non sono minimamente tenute a conoscere le complessità culturali, umane e storiche legate alla vita di un migrante e che hanno formazioni infermieristiche, assistenziali e securitarie.
Nel frattempo in Italia rimangono disoccupati decine di giovani che escono da anni di studio ed esperienza nazionale ed internazionale, che li renderebbero di gran lunga più idonei a gestire con rispetto, intelligenza e umanità i contesti di accoglienza.
Tutto ciò perché lo scopo primario della gestione dei centri è distribuire appalti e guadagni a una o l'altra "realtà amica", senza stabilire livelli di qualità e di controllo della stessa, ma puntando solo ad una corsa al ribasso delle spese pubbliche, che ben si allea con la scarsità e la disumanità dei servizi.
Finché non si affidano i luoghi e le pratiche di accoglienza alle realtà davvero capaci di gestirla con rispetto delle complessità umane e delle sfide culturali in essa contenute (e di esempi per fortuna ce ne sono diversi) e finché non si spostano fondi dalle politiche securitarie a quelle dell'accoglienza, allora non saremo mai autorizzati a indignarci per immagini come quelle, ovviamente disgustose, di Lampedusa.
Credo che l'on. Chouki che ha voluto accompagnare con un gesto forte di protesta la sua indignazione, dovrebbe dire con chiarezza come tutto ciò provenga da anni, decenni di pessima gestione dell'accoglienza da parte di tutti i governi, compresi in gran parte quelli del suo partito.

Passiamo ai CIE.
Conosco la realtà da molti anni e ho seguito campagne, inchieste, denunce, racconti.
Sono completamente d'accordo con chi chiede di chiuderli. Ma sono profondamente contrario alla costruzione di una retorica sbagliata del "povero migrante detenuto". Vittimizzare o eroicizzare il migrante dietro le sbarre di un CIE solo perché straniero è l'altra faccia della sua criminalizzazione perché clandestino. Chi segue e sostiene le proteste dei detenuti di Ponte Galeria in queste ore, sta scivolando troppo facilmente in questo rischio.
Per me le persone sono persone, non sono migranti o italiani o africani o giapponesi.
E le persone vanno rispettate nella loro dignità umana, a partire dal rispetto della loro storia.
Quindi diamo alcuni importanti dati di fatto: una percentuale molto alta, almeno superiore al 70/75% dei detenuti nei CIE, sono maschi con procedimenti penali in corso, che dovrebbero essere trattenuti in Case Circondariali in attesa di giudizio e che invece vengono spostati nei CIE sfruttando le norme contenute nella Bossi-FIni sulla perdita del permesso di soggiorno. Il restante 20-25% sono cittadini stranieri che vengono detenuti solo per essere privi di documenti: tra di loro spesso persone in condizioni sociali molto svantaggiate, finanche vittime di tratta e sfruttamento. Quasi nessuno viene trattenuto per più di 4-5mesi, meno del 40% vengono espulsi, il restante viene rilasciato con foglio di via o risposato in carcere.
Questa situazione va analizzata quindi in due direzioni:
a) la detenzione nei CIE di persone con procedimenti penali in corso è una conseguenza dell'incapacità del sistema giudiziario e carcerario italiano e trasforma i CIE in carceri di "appoggio", cosa assolutamente pericolosa per la dignità e il rispetto della persona, perché il CIE non ha regolamenti specifici, non ha personale specializzato ed è affidato a soggetti privati (cooperative come nei casi dei CPA e dei CARA) e a corpi militari che hanno come unico scopo
quello di far quadrare i bilanci e garantire detenzione e sicurezza. Conseguenza finale di tutto ciò è che i CIE sono luoghi ad altissima tensione, fortemente disumani e dove la gestione delle persone detenute passa spesso attraverso misure contenitive sia fisiche che farmaceutiche.
b) la detenzione amministrativa di persone senza procedimenti penali nei CIE è per me una profonda inciviltà voluta dal sistema europeo di controllo dell'immigrazione, che non a caso finisce per punire persone appartamenti ai ceti più marginali della società. Un essere umano che non ha documenti deve essere prioritariamente messo nelle condizioni di chiederli o, se proprio necessario, essere accompagnato alla frontiera o invitato ad andarsene, ma non può essere detenuto in un luogo di privazione della libertà, dove per altro condivide tale condizione detentiva con una maggioranza di persone con precedenti penali o con lunghi trascorsi carcerari.

Ma anche tutto ciò in Italia lo sappiamo e lo diciamo da almeno 10 anni e l'unico cambiamento che c'è stato è nominativo: da CPT a CIE, ma nella sostanza i centro sono aumentati, le condizioni peggiorate e i soldi spesi per gestirli sprecati. Il tutto sempre come tributo all'altare della retorica securitaria che tanto consenso sa produrre.
Se a questa retorica opponiamo quella del "povero migrante detenuto" rischiamo di stare allo stesso gioco, costruendo una contrapposizione tra chi è pro e chi è contro il migrante, che non ha alcun senso, se non quello dettato da una visione etnica della storia.

Le scelte politiche per superare queste situazioni e per evitare imbarazzanti indignazioni mediatiche sono semplici e molto chiare. O le si prendono o tutto continuerà in questa direzione. Che è di per sé disumana e indegna di un paese civile, anche senza disinfestazioni all'aperto o labbra cucite.

Buon Natale
Andrea