In questa pagina trovate informazioni e notizie legate principalmente alla mia attività di regia documentaria e cinematografica, ma anche scritti, riflessioni, diari di viaggio, appunti.
Visualizzazione post con etichetta scritti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta scritti. Mostra tutti i post

LIBIA: FELICI DI RIMANDARLI ALL'INFERNO?

29 Luglio 2017

Ci siamo, ora i giochi sono scoperti.
Da molti mesi l’Italia, con la collaborazione di altre marine europee, stava addestrando le Guardie Costiere libiche a fermare e riportare indietro i migranti.
Ora il Governo l’ha ufficializzato ed è pronto ad usare la Marina per aiutarle.
Quasi tutte le forze politiche esprimono soddisfazione: “non ce la facciamo più, finalmente li fermiamo”
Il cerchio è chiuso. O quasi.
Manca una cosa noiosa, l’approvazione del Parlamento, che purtroppo in democrazia è organo sovrano.
Il Parlamento voterà nei prossimi giorni.
Allora facciamo al Parlamento e quindi a tutti noi una domanda chiara e diamoci insieme una risposta chiara.
Siamo pronti e felici di rimandarli all’inferno?




LA LEZIONE DI PADOVA CONTRO LA PAURA.

Da Padova arriva il segnale più nuovo e incoraggiante delle ultime elezioni amministrative.
Perché a Padova è nato il coraggio di sconfiggere la paura.
Candidato della destra e sindaco uscente era uno dei professionisti più spregiudicati della paura, Bitonci, già noto alle cronache nazionali come sindaco anti-kebab a Cittadella e sindaco-sceriffo armato a Padova.  Tutta la carriera politica di Bitonci era basata sulla capacità di generare o gonfiare paure per proporre poi soluzioni securitarie, prepotenti e illiberali. Ogni altra azione o parola era secondaria. La cosa importante era far sentire i padovani minacciati da pericolosi nemici pronti a invadere e derubare le loro proprietà e le le loro vite. Va detto sinceramente che ottenere questo tipo di emozione dai padovani non è nemmeno troppo difficile ed è proprio per questo che la reazione della città va ben oltre il suo positivo risultato: non è stato sconfitto solo Bitonci, ma anche l’abitudine alla paura che lo sosteneva dal profondo.
E se è possibile a Padova, forse lo è anche altrove.
In meno di 6 mesi gruppi spontanei di cittadini riuniti nel movimento Coalizione Civica hanno costruito un’onda lunga di dignità e partecipazione che ha ottenuto oltre 22mila voti al primo turno e ha determinato al ballottaggio la vittoria del candidato indipendente del PD, Sergio Giordani, che onestamente ha dichiarato di aver vinto soprattutto grazie all’entusiasmo e alla novità di Coalizione Civica. Il PD infatti, dilaniato da crisi identitarie e lotte interne, è quasi scomparso, perdendo migliaia di voti e riducendo di gran lunga la capacità di mobilitazione sociale e culturale (come d’altronde nella maggioranza delle città andate al voto domenica scorsa). Il M5stelle nel frattempo è praticamente inesistente, messo alle corde da una cittadinanza veramente attiva e non schiava dell’unica spinta propulsiva del movimento di Grillo, il vaffanculo e il suo sterile spettacolo.
Ora Padova ha una grande occasione, può diventare laboratorio di una nuova politica capace di liberarsi dalla paura, attivare idee per una società più aperta e giusta ed evitare piatti qualunquismi.
A livello nazionale il Veneto fa notizia solo quando conferma la sua fama di terra chiusa, ostile e impaurita e di fatto molto ha prodotto la politica veneta in questa direzione. Ma la società veneta è da sempre attraversata anche da sperimentazioni sociali e politiche innovatrici, da tentativi coraggiosi di cambiare le regole, da proposte di direzioni inattese. Quella emersa a Padova in queste elezioni è una di queste. Va seguita, sostenuta e fatta crescere.
Molto importanti saranno le pratiche che l’amministrazione padovana saprà mettere in atto per uscire davvero dall’era della paura. Mi auguro che sarà capace di dimostrare che la vera sicurezza nasce dalla partecipazione e non dalla protezione, che la vera paura nasce dall’ignoranza e non dall’incontro, che la vera minaccia è figlia del non rispetto e che la vera giustizia sociale ed economica è prodotta da politiche di redistribuzione e non di differenziazione. Mi auguro che i padovani, tutti, quelli “indigeni” e quelli “nuovi”, escano dalle loro case, partecipino alla vita civile e culturale, discutano, riempiano strade e piazze, riaprano cinema e teatri, chiedano rispetto per i loro comuni diritti, rispedendo al mittente i consigli di chi li voleva in guerra tra loro per conservare piccoli miopi privilegi o proteggere cortili privati sempre più ristretti. Mi auguro che la nuova classe politica rifugga con coraggio la facilità di rappresentare singoli interessi, economici o etnici che siano, e persegua l’ambizioso ma necessario obiettivo di migliorare il bene comune, ciò che sta in mezzo a tutti noi, ciò che ci permette di incontrarci e condividere, di mettere insieme idee, provenienze e speranze.
Se così sarà non vi sarà più alcuno spazio per la meschinità di professionisti della paura che per anni hanno svalutato l’intelligenza delle persone offrendo loro provvedimenti anti-kebab come obiettivi di civiltà. 
E se così sarà la politica nazionale avrà finalmente un esempio da seguire, per aprire un nuovo spazio di dignità e partecipazione che sappia sconfiggere i populismi xenofobi o qualunquisti, ma anche produrre una seria alternativa ai conservatorismi di centro-destra o centro-sinistra controllati da poteri economici e istituzionali contrari a veri cambiamenti sociali e culturali.
Grazie Padova e buon nuovo viaggio.

P.S. un unico piccolo consiglio a Coalizione Civica: sarebbe bello avviare un percorso partecipato per trovare un nome vero e meno vago al movimento. Ma c'è tempo.

NON DOVREBBERO ESSERE LE ONG A SALVARE IMGRANTI

In questi giorni partecipo ad un convegno su "Italia e crisi migratoria nel mediterraneo" ospitato dalla Montclair State University e dalla Columbia University di New York. Da qui leggo delle polemiche italiane sulle ONG che salvano i migranti.
Penso una cosa. 
Tra tutte le sue pericolose follie c’è una cosa su cui Grillo, senza volerlo, ha ragione: non dovrebbero essere le ONG a salvare i migranti nel Mediterraneo.
Dobbiamo avere il coraggio di dirlo. Che siano associazioni private di professionisti dell’azione umanitaria a occuparsi del fenomeno migratorio è un’aberrazione.
Ovviamente Grillo lo dice solo perché ha bisogno di guadagnare voti a destra, rafforzando sempre più le proprie posizioni anti-immigrati.
Ma la questione, a parte le pericolose demagogie dei 5stelle, merita di essere affrontata seriamente.
Se le ONG internazionali (mi riferisco ai grandi gruppi multinazionali di azione umanitaria)  si occupano del salvataggio dei migranti è perché ormai nel mondo troppo spesso le ONG sostituiscono ciò che gli Stati non vogliono o non possono più fare.
Troppi settori di intervento sociale, ambientale, sanitario sono affidati nel mondo di oggi alle grandi multinazionali umanitarie. Darne a loro la colpa sarebbe fuorviante e pericoloso (come nel caso di Grillo appunto). Sono gli Stati che continuano a ridurre questi settori di intervento, tagliando il welfare e tutte le politiche redistributive e di solidarietà sociale. Lo hanno fatto per vari motivi, tra i quali l’influenza crescente nei governi del pensiero neo-liberista, la forte presenza nelle istituzioni di rappresentanti delle elites economiche globali e lo scarso appeal comunicativo che azioni sociali di questo tipo oggi hanno, soprattutto se rivolte a gruppi etnici non “autoctoni” (che spesso però costituiscono una fetta importante dei ceti sociali più poveri). Così i soldi per agire solidarietà sociale sono sempre meno, le tensioni e i disagi aumentano e i cittadini contrari a questa tendenza, non trovando rappresentanza politica, si affidano (con le loro donazioni) alle ONG perché se ne occupino privatamente. Le ONG crescono grazie alle donazioni, ma fanno quello che possono: sono gruppi di professionisti dell’azione umanitaria, non certo rappresentanti della società, agiscono come aziende, con precise regole tecniche. Lo fanno al meglio, ma non possono cambiare i processi. Anzi spesso succede che la loro azione genera tensione in una direzione contraria alle loro intenzioni: vorrebbero creare giustizia sociale, ma generano competizione tra differenti gruppi di potenziali beneficiari che vogliono ricevere l’aiuto prima o più di altri. Chi non riceve l’aiuto spesso finisce per arrabbiarsi con chi lo riceve. Ma, ripeto, non è colpa delle ONG: la loro è un’azione privata e limitata, non può occuparsi di equilibri sociali complessi.
Nel frattempo gli Stati continuano a non fare nulla o sempre meno.
Questa dinamica può essere applicata anche alla questione migranti, anzi è ancora più chiara.
Gli Stati spendono tutto o quasi tutto nella gestione securitaria o emergenziale. Lo fanno spinti da precisi interessi economici e dal maggiore appeal mediatico che tali azioni hanno. Non fanno quasi nulla per creare solidarietà internazionale reale, che in questo caso significherebbe costruzione di canali regolari di migrazione e generazione di nuove politiche di riduzione degli squilibri economici e delle crisi umanitarie. Così i migranti continuano a partire come possono, continuano a rischiare la vita finanziando disumani organizzatori di viaggi e di fronte all’infinita sequela di stragi i donatori più sensibili chiedono alle ONG di fare qualcosa. Cosa possono fare le ONG, per quanto grandi e globali? Mandare navi che salvano corpi, cercando di ridurre il numero di morti. Ma i morti continuano a crescere, perché le ONG non possono cambiare la direzione dei fatti. La direzione la cambiano solo movimenti sociali capaci di influire sulle decisioni politiche. Finché questi movimenti non hanno forza e finché nessuna parte politica ha il coraggio di cambiare rotta, i morti continuano ad esserci. Ma non solo, più crescono i morti e più li si affidano all’intervento delle navi private delle ONG e più si crea distanza tra il fenomeno a la società di “accoglienza”, che facilmente è pronta a stigmatizzare l’intervento delle ONG come “esclusivo”: “non sappiamo chi siete, venite da chissà dove e date milioni di euro agli immigrati.”
E’ in questa distanza che si infila l’animale politico Beppe Grillo.
Per rispondere alla sua spudoratezza credo dobbiamo avere il coraggio di dire che le ONG non dovrebbero occuparsi di salvare i migranti in mare.
Andrebbe fatto moto altro (come per altro alcuni dei dirigenti più attenti delle ONG stesse con coraggio e chiarezza provano a dire): allargamento della concessione di visti di entrata, apertura di consolati e punti di informazione per migranti, traghetti di linea, canali umanitari protetti, accordi bilaterali per agevolare scambi economici tra famiglie e migranti e mille altre cose che gli Stati dovrebbero fare invece di continuare da decenni ( spesso invano) a far di tutto per “fermarli dall’altra parte”. Ma queste mille altre cose non si fanno perché non si può e non si vuole. Perché bisogna gestire differenze che fanno bene al potere, facendo crescere sempre più direzioni di fermezza e sicurezza (anche nei governi "democratici" come sappiamo) e sperando che non ci sia qualcun altro più spudorato capace di alimentare ancor di più queste differenze. La speranza vale poco, questi qualcun altro stanno crescendo sempre di più, i movimenti politici che chiedono drastica chiusura sono sempre più forti. E finché non ci sarà nessuno capace di costruire una direzione meno miope e più solidale lo saranno sempre di più. Alle aberrazioni disumane si risponde con il coraggio di rivendicare dignità e giustizia per tutti. Non con il tentativo demagogico di sembrare altrettanto duri, come sembra piacere sempre di più al neo-trumpiano Beppe Grillo.
Sarebbe bello che le navi delle ONG non dovessero più salvare nessuno un giorno. Significherebbe che abbiamo trovato il coraggio di dare a tutti il diritto di non rischiare la vita. Costa troppo? Chiediamoci dove sono i soldi prima di dire che qualcosa costa troppo.
Un saluto da New York, dove la realtà dei mille volti e delle mille culture fa a pugni con la demagogia dei miliardari xenofobi appena arrivati al potere.
Andrea

P.S. da queste parti c'è anche un altro pensiero e mi dicono che sta continuando ad agire per far crescere la propria azione e presenza sociale (mentre Hillary sembra scomparsa). Ha prodotto anche un interessante pensiero sulle politiche migratorie, leggetelo se avete tempo, è un po' troppo sintetico, ma pieno di necessario coraggio:  BERNI SANDERS - A FAIR AND HUMAN IMMIGRATION POLICY 

IL VENETO CHE NON TI ASPETTI

Sabato 28 gennaio a Padova Assemblea regionale per un'accoglienza degna e diffusa

C'è un Veneto che di solito non conviene raccontare. Non conviene mediaticamente, né politicamente. Perché non attira, non produce né shock né rabbia. Produce invece senso e futuro. Questa settimana proveremo a raccontarlo. Perché c'è un'occasione per farlo, ma anche perché ne vale la pena.
Alla fine della cerimonia per Sandrinesulle rive dell'Adige , sabato 15 gennaio, con i piedi freddi sul fango degli argini e il naso rosso a guardare il tramonto oltre il fiume, alcuni degli organizzatori si sono fermati a parlare. La cosa che ha stupito di più di quella giornata è la varietà di appartenenze e provenienze di chi ha voluto salutare Sandrine ed esprimere rabbia per quanto ancora succede nella base militare di Cona. C'erano molti mondi diversi, dall'associazionismo pacifista alle parrocchie, dai centri sociali ai sindaci, deputati e consiglieri di PD, Sinistra Italiana e non solo, dai sindacati di base agli ospiti dei centri di accoglienza, dagli studenti universitari ai cittadini di Cona, Rottanova e molti altri. Una galassia multiforme riunita da una volontà comune molto chiara. Ma anche una galassia che spesso rimane frammentata e divisa da confini invisibili, difficili da capire e spiegare. Essere insieme lungo l'Adige (così come nella fantastica manifestazione sul Montello domenica 22 gennaio) ha risvegliato la consapevolezza che se Cona esiste è anche perché chi non la vorrebbe è incapace di unirsi, di far sentire la propria voce, le proprie esperienze. Le parole d'ordine che hanno reso possibile la scelta disumana di luoghi come Cona, Bagnoli o Oderzo sono semplici e di grande impatto: “Non li vogliamo” “Prima i Veneti” Non ghe xe schei neanca per nojaltri” e via così, con barricate e fiaccolate. I sindaci si mettono in testa a questi cortei o non li contrastano, i prefetti non sanno a chi affidare i richiedenti asilo e nasce Cona. Molto chiaro. Ma se invece vogliamo partire dalla consapevolezza che far stare 1500 persone in un'ex base militare nel nulla significa produrre tensione e disagio per tutti, come facciamo a costruire un percorso altro? Bisogna provare a raccontare altro. A usare parole e storie capaci di rispondere a quelle parole d'ordine così facili da sfruttare e replicare. Parole che contengono solo la superficie delle cose, ma che bene aderiscono alla rabbia di quella superficie. Spesso durante i dibattiti alla fine dei miei film c'è qualcuno che con onestà mi chiede “ ma allora come risolviamo questo problema?” Questo problema non è un virus esterno che passa di qui. Questo problema è la conseguenza di una cosa dentro alla quale la nostra vita è immersa quotidianamente senza via di scampo: globalizzazione. Se noi non vogliamo i profughi perché “prima i veneti”, allora dovremmo per coerenza anche rinunciare a tutte i prodotti non veneti che usiamo ogni giorno e che vengono da luoghi dove il costo dle lavoro è infinitamente più basso. Impossibile. Rimarremmo nudi, senza telefono, senza auto, senza riscaldamento e con un buon 40% di cibo in meno. Così sta andando il mondo, ma le regole della comunicazione e della politica dicono una cosa sola: non spiegare, produci effetto. Quindi “no ai profughi, prima i veneti”.
Ma esiste una strada per liberarsi dalla schiavitù alle regole mediatiche: raccontare e far incontrare le pratiche diffuse che non solo propongono altro, ma anche lo stanno già facendo. Queste storie svuotano di senso le parole d'ordine e non urlano confusione e paura, ma raccontano sfide e futuro.
Per questo sabato 28 gennaio si terrà a Padova l'Assemblea Regionale dell'accoglienza degna e diffusa, dove queste sfide e queste storie si incontreranno e dove tutti coloro che non vogliono accettare la schiavitù alle regole mediatiche potranno conoscerle. E' una grande occasione di democrazia e civiltà. Perché chiudere i luoghi disumani come Cona è una conquista di tutti, un passo di civiltà verso un futuro migliore, non fatto di odio e privilegi, di muri e rendite incontrollate, ma di condivisione e conoscenza, di dialogo e giustizia.
In vista dell'assemblea del 28 gennaio in queste pagine proveremo anche a “non rispettare” le solite regole mediatiche e daremo spazio ai volti, ai pensieri e alle esperienze di tre sindaci veneti che hanno già deciso di fare accoglienza diffusa. Chiederemo a loro cosa stanno facendo, come e con quali conseguenze. Nella speranza che possano essere in molti ad imitarli, liberandosi dalla schiavitù di quelle parole d'ordine che tanto tempo fanno perdere e che tanta disumanità producono.

PER INFO E ADESIONI: cerimoniapersandrine@gmail.com

IL CORAGGIO DI CHIEDERE SCUSA

Articolo pubblicato Il Mattino di Padova, La Tribuna di Treviso e La Nuova di Venezia il 6 gennaio 2017

Alla fine di quest'articolo chiederò scusa.
Ma ora lo scrivo.

Non è un caso che Sandrine sia morta in Veneto.
Sandrine è stata uccisa dalla scelta precisa in Veneto di costruire luoghi di concentrazione disumani utili a generare grandi guadagni. Concentrano bestie (macachi, per la precisione) e concentrano schei. Perfetto.
I centri come Cona generano un introito enorme e privo di controllo democratico. E nel frattempo generano disumanità, che a volte in quanto tale può anche produrre o aiutare la morte. 
Il totale isolamento di questi centri garantisce ai cittadini di non vedere i macachi e permette ai gestori di fare con quei soldi ciò che vogliono. Non lo dico io, l'ha messo in luce la magistratura. Ma non serviva scomodare la magistratura, sta nelle cose: se dai ad un soggetto milioni di euro per gestire persone che nessuno vuole, perché quel soggetto dovrebbe rispettare quelle persone? Solo per carità, ma purtroppo, caro Papa Francesco, la carità da queste parti non basta.
Viene il dubbio che proprio chi non vuole gli immigrati sia il primo interessato a generare luoghi di concentrazione come Cona. 
Ed è giusto così - dice la pancia veneta - Così se facciamo i cattivi, smettono di arrivare. Se li trattiamo male la smettono di pensare che qui c'è il Paradiso. 
Bravi. Bel pensiero. Ma non funziona da oltre 25 anni. Da 25 anni e più la maggior parte dei migranti in Italia, specialmente nei primi mesi di permanenza,  vivono in luoghi infami come Cona. Eppure arrivano, o transitano, comunque. Come dappertutto nel mondo. Noi intanto da 25 anni continuiamo a lamentarci e nel frattempo, sempre da 25anni, facciamo soldi su soldi grazie ai luoghi infami come Cona.
Eh ma non possiamo fare tutto da soli, l'Europa dov'è?
L'Europa come istituzione mette una buona parte dei soldi per l'accoglienza, che poi però noi preferiamo dare per il 70% a centri disumani invece che a progetti dignitosi. 
Quindi un po' di Europa c'è, ma solo in parte. Ma l'Europa non esiste come soggetto unico. Ci sono tante diverse Europe. Una buona parte di queste Europe sul problema macachi non c'è e non vuole esserci.  Sapete quale parte? Quella che non vuole i macachi. E che non volendo i macachi, chiede a noi che anche non li vogliamo di tenerceli.
E allora li espelliamo tutti.
Come no.
Fate un esercizio. Vostro figlio va a lavorare a Londra. Guadagna bene (magari in nero)  in un ristorante italiano o russo o indiano. D'improvviso gli inglesi votano la Brexit e decidono che va espulso. Voi cosa fate? Chiedete al vostro Governo di accettare l'espulsione, perché avete sbagliato?
Ma che esempio del cavolo è, noi non siamo un Paese incivile come quelli dei macachi.
Bene, allora per espellere i macachi incivili dobbiamo iniziare a pagare i loro governi incivili per fare in modo che si riprendano tutti quelli che non vogliamo. Ma se paghiamo quei governi incivili come facciamo ad essere sicuri che poi se li riprendano davvero, se sono incivili? Ed infatti, guarda caso, finora raramente ha funzionato.
Vabbeh, che palle. Allora che muoiano tutti.
Appunto.

Ora chiedo scusa.
Scusa a Sandrine per aver dovuto usare la sua vita.
Scusa ai tantissimi veneti che hanno costruito dignità e giustizia in questi anni.
Scusa agli esseri umani che ho dovuto anch'io chiamare macachi.
Scusa al lettore per aver dovuto essere semplicistico in questo articolo.

Ma il vero "scusa" dovremmo avere il coraggio di chiederlo tutti insieme, organizzando una cerimonia pubblica in onore di Sandrine, della sua vita e della nostra comune indignazione. Una cerimonia pubblica per chiarire da che parte dell'umanità stiamo, per chiedere che non esista più nessun luogo come Cona e che si inizi anche in Veneto a fare accoglienza diffusa e umana.
Qualcuno ha il coraggio di farlo?

Molti hanno avuto questo coraggio. Da qui è nata LA CERIMONIA PER SANDRINE





LA CERIMONIA PER SANDRINE

Articolo pubblicato Il Mattino di Padova, La Tribuna di Treviso e La Nuova di Venezia il 9 gennaio 2017

La cerimonia pubblica per Sandrine si farà.
Alla domanda che avevo posto due giorni fa su queste pagine hanno risposto in molti.
Il coraggio di chiedere scusa a Sandrine si unisce alla necessità comune di dire basta ad un'accoglienza disumana, capace solo di trasformare uomini in bestie e generare guadagni privi di controllo democratico.
In molti hanno espresso la voglia di reagire, di non lasciare che tutto ciò scivoli nel silenzio, nell'abitudine ad un sistema che schiaccia la dignità di tutti.
La proposta più chiara viene della rete "Bassa Padovana accoglie", che ha deciso di promuovere la cerimonia domenica 15 gennaio proprio a Cona, a partire dalle 14.30 di fronte alla base  dove ancora vivono 1300 persone e dove è morta il 2 gennaio Sandrine Bakayoko.
La famiglia e gli amici di Sandrine stanno organizzando il funerale della loro cara. La cerimonia proposta da "Bassa Padovana Accoglie" non vuole certo sostituirlo. Sarà un momento diverso, ma unito nello spirito di rispetto e dolore per la vita di Sandrine. Sarà un momento per incontrarsi, vedersi e parlare: dire con chiarezza ciò che vogliamo e dirlo insieme.
Credo potrà essere un momento di larga condivisione. 
Sarò brutale. La cerimonia per Sandrine non è una manifestazione a favore dei profughi. Non è una prova di forza degli anti-razzisti contro i razzisti. Se continuiamo a vedere le cose in questo modo saremo per sempre in ritardo e ci sarà sempre qualcuno che decide sopra di noi.
Credo che la cerimonia per Sandrine possa diventare un momento di svolta nel modo con cui tutti noi ci rapportiamo all'accoglienza. Il momento in cui non ci scontriamo sul Si o il No all'accoglienza, ma in cui discutiamo democraticamente del Come. Il momento in cui dire insieme che nessuno può speculare sulle vite di persone in attesa di conoscere il proprio destino, nessuno può prendere milioni di euro dalle casse dello Stato per parcheggiare esseri umani in luoghi disumani. Questi soldi vanno usati per dare accoglienza degna e civile, che non è necessaria solo ai richiedenti asilo, ma anche alla nostra società che li accoglie mentre vengono esaminate le loro richieste. Lasciare migliaia di persone in caserme o tendopoli o ex alberghi abbandonati nel nulla genera da tutti i punti di vista disagio, paura, rabbia, insicurezza. E a volte anche morte, purtroppo.
Superiamo questo modello, chiudiamo tutti i centri disumani come Cona e costruiamo percorsi d'accoglienza diffusa, ma facciamolo tutti insieme, perché è una necessità e un diritto di tutti, non solo dei profughi o dei "comunisti" amici dei profughi.
Se continuiamo a farci dividere tra chi li vuole e chi non li vuole, continueremo a fare gli interessi solo dei pochi che sanno di poter guadagnare dalla gestione di luoghi come Cona.
Per questo mi auguro che in tanti parteciperemo alla Cerimonia per Sandrine. 
Perché la Cerimonia per Sandrine può diventare la cerimonia per la nostra comune dignità.

Per informazioni: Facebook "Bassa Padovana Accoglie"


LA CRISI DI ROMA, PIAZZA VITTORIO E ALCUNE IDEE

Premessa del 16 dicembre 2016
Avevo scritto tutto ciò ieri. Prima degli arresti di stamattina. Che complicano non poco, ma che richiedono anche una reazione energica e creativa. E' evidente che i problemi nella capitale sono ben più complessi e strutturali delle idee che qui propongo. Ma lo faccio ugualmente, perché mi auguro che anche dalle piccole idee possano nascere semi di rinascita.
Fine premessa.

In occasione della Foto di Auguri 2017, tradizionale appuntamento natalizio a Piazza Vittorio organizzato da molte associazioni del quartiere, scrivo poche righe di proposte, come promesso in seguito all'articolo pubblicato il 20 novembre Sorrentino, Piazza Vittorio e la crisi di Roma che è stato letto da circa 30mila persone nei giorni scorsi.
Le mie non vogliono e non possono essere proposte esaustive, ma un semplice contributo "creativo". Non voglio qui dettare come si risolvono i problemi di Piazza Vittorio, ma contribuire alla sua valorizzazione con delle proposte. Proposte per far crescere intorno alla Piazza iniziative capaci di migliorarne la vita sociale, in una direzione quanto più possibile inclusiva, rispettosa cioè delle tante differenze che popolano il quartiere.
Insomma prendetele come vere e proprie idee. Quasi etimologicamente, cose che vorrei "vedere".
Non so dire ora come possano diventare realtà. 
Ma mi piacerebbe un giorno vederle realizzate. 
1. Noleggiatore di giochi. L'ho visto un giorno in un parco pubblico a Montreal, in Canada. Una casetta di legno con dentro i giochi più strani e curiosi: aquiloni, skateboard di varie forme, giochi da tavolo in legno, costruzioni tipo lego, palloni di varie forme, hula-hop, funi, materassini, vari strumenti circensi e molto altro. La cosa meravigliosa è che non erano in vendita, ma a noleggio: 2 o 3 euro l'ora. Non avete idea di cosa succedeva intorno. Bambini e grandi felicissimi. Ma non basta: il servizio era curato dal municipio e con gli introiti copriva il personale, ma anche la pulizia del parco. I giochi erano stati donati da varie aziende interessate a far conoscere i loro prodotti.
2. Animatori interculturali. Affianco al noleggiatore di giochi sarebbe bello ci fossero ragazzi  15-25enni capaci (per formazione o per biografia) a mediare tra varie provenienze culturali. Potrebbero nascere nuovi giochi, non solo tra bambini.
3. Negozi di scambio: uno o due dei negozi sotto i portici potrebbero essere affittati con fondi pubblici o comunitari (poi sotto spiego cosa sono) e destinati a luogo di scambio e socialità, non di commercio. Spazi dove si possono organizzare compleanni per bambini e non solo, presentazioni di libri, serate di cucina, mostre, ma dove anche lasciare annunci per cercare o offrire lavoro, per trovare o affittare casa, o dove trovare informazioni per chi è appena arrivato o sta sperando di poter partire, e mille altre cose destinate a "scambiare" servizi, conoscenze, piaceri, non merci. Il tutto anche in questo caso facilitato da mediatori interculturali.
4. Pulizia partecipata: semplici turni di pulizia della piazza volontaria e partecipata, con appuntamenti stabiliti mensilmente e comunicati in appositi calendari multilingue in diversi angoli della piazza.
5. Mostre appese: a Bologna un'associazione organizza lungo i portici di via Indipendenza delle splendide mostre di grafica appesa. Appesa lungo le colonne o proprio sospesa dal soffitto dei portici. Con quelle altezze potrebbero nascere cose meravigliose. Unica condizione: chi espone espone gratis e possono esporre anche artisti non famosi. La spesa materiali per le installazioni a Bologna in alcuni casi erano coperte dai commercianti dei portici.
6. Cultura in Metro: nei lunghi corridoi della Metro potrebbero essere concessi liberi spazi pubblicitari destinati solo ad iniziative culturali e sociali promosse da soggetti del quartiere. Come erano i cilindri a Berlino, almeno fino a una decina di anni fa. Spazi per pubblicità gratuite di cinema, teatro, associazioni, scuole e altro.
7. Gara di palloncini (questa è davvero naif, ve ne chiedo scusa, ma mi piace!): avete mai provato a correre spingendo in aria un palloncino gonfiato? E' difficile e divertente.  Un mix di velocità e lentezza. Fare una gara di corsa con palloncini tutt'intorno ai portici sarebbe divertentissimo. Per grandi e piccini. Un torneo unico al mondo, che colorerebbe con decine di palloncini i portici.

…e poi cose banali ma necessarie come i bagni pubblici, la cura del verde, il ripristino del cinema all'aperto, controlli di polizia, sostegno alle associazioni che già esistono e molte altre cose che in molti chiedono e giustamente.

Tutto ciò certamente si può fare meglio se ci sono soldi pubblici e soldi pubblici vanno chiesti, ma se proprio non ci sono (o non ci sono quelli che li dovrebbero amministrare) esistono altre modalità per riuscire a finanziare queste e altre idee.
Esistono strategie di economia circolare e comunitaria.
Circolare significa che nasce dal riutilizzo di altre energie, come i giochi del noleggiatore di giochi messi a disposizione dalle ditte che li producono o come gli animatori interculturali che potrebbero essere collegati a corsi universitari di mediazione interculturale.
Comunitaria significa che nasce dalla raccolta fondi di una comunità che condivide un medesimo spazio fisico. Esempio: 10 euro al mese con i quali chiunque ha poi diritto di partecipazione alle decisioni di investimento dei fondi raccolti. Intorno alla piazza siamo davvero in tanti, di soldini se ne potrebbero raccogliere molti. Ma devono essere legati ad un'assunzione di responsabilità. Cioè non donazioni impersonali destinate a qualcuno che fa cose "buone", ma investimenti personali e responsabili per far nascere servizi comunitari. Io pago, quindi posso partecipare alle decisioni su come spendere ciò che abbiamo raccolto. Di base è lo stesso principio della tassazione pubblica, ma su base comunitaria territoriale funziona ancora meglio. E nulla toglie che possa unirsi a fondi pubblici, anzi. Molte sono le esperienze di questo tipo in altre città (e forse anche a Roma, chiedo scusa se non ne conosco), è una cosa più da Nord Europa ovviamente, ma perché non provare a farla funzionare anche qui a sud!?!

Certamente in molti già avevano pensato e proposto cose simili e certamente non è facile passare dalle idee alla realtà, ma dalle idee, anche piccole, credo si debba partire.

Buona Foto di Natale a tutti (per chi non lo sa l'appuntamento è sabato 17 dalle 12.00 in Piazza Vittorio)
Andrea

SORRENTINO, PIAZZA VITTORIO E LA CRISI DI ROMA

E' possibile rivitalizzare un quartiere senza creare esclusione?

Ho letto l'intervista-appello di Paolo Sorrentino su Il Messaggero di ieri, sabato 19 Novembre.
Da due anni vivo a Piazza Vittorio e leggendo le parole di Sorrentino vivo un certo spaesamento.
Da una parte condivido la sua preoccupazione per alcune evidenti e inaccettabili non-curanze degli spazi pubblici (pulizia sommaria, lavori in corso mai terminati, nessuna riqualificazione degli spazi verdi della piazza, illuminazione non costante...solo per citarne alcuni), ma dall'altra il suo appello un po' mi preoccupa e mi aiuta a riflettere su quale sia la vera crisi della città in cui vivo.



Per parlarne parto da ciò che amo del quartiere in cui vivo: pur attraversato da problemi e carenze, Piazza Vittorio costituisce una rarità sociale per le capitali europee, un'area molto centrale della città dove classi sociali e appartenenze culturali diverse si incontrano e si intrecciano. Quando cammino sotto i portici o quando attraverso la piazza o quando vado al mercato mi piace poter incontrare stili e storie di vita, popoli, provenienze culturali e sociali infinitamente diverse tra loro. Non parlo solo di multiculturalità sia chiaro, il mio non è un ingenuo entusiasmo per l'estetica del melting pot (che molti danni ha fatto anche in questa città), mi riferisco al fatto che fino ad oggi Piazza Vittorio pur essendo a poche centinaia di metri dal Colosseo o da Santa Maria Maggiore non è stata ancora ripulita e appiattita dall'omologazione degli aspetti più scontati e negativi della gentrification, fenomeno ben noto che in gran parte sconvolge il rapporto tra quartieri e loro abitanti, favorendo le componenti più abbienti della società e spingendo ai margini chi ha minore potere d'acquisto. Sorrentino nel suo articolo parla di Monti come esempio positivo di quartiere che "ce l'ha fatta". Non sono d'accordo. Monti a mio avviso è uno dei quartieri piallati dalla gentrification. Come Trastevere o Testaccio. Come sarebbe stato per il Pigneto se non fosse scoppiata la crisi che ne ha castrato l'"esplosione". Ovviamente sto generalizzando ed è vero che ci sono eccezioni anche in questi quartieri, ma la forte tendenza in quei contesti è quella della parte peggiore della gentirifcation. Luoghi dove quasi non esistono persone "normali", dove tutto è costruito ed offerto per una classe sociale medio-alta di professionisti spesso totalmente esterni alla storia del quartiere, se non addirittura in transito per lavoro o peggio ancora per turismo. Luoghi dove quasi non si incontrano vite di persone il cui lavoro e la cui esistenza è connessa al tessuto sociale e storico di quel quartiere, che lentamente difatti è diventato un susseguirsi di vinerie, ristiorantini, localini tendenzialmente cari, se non esclusivi.
Piazza Vittorio nella sua indubbia crisi di cura, è ancora vissuta da persone che hanno bisogno del quartiere e che lo vivono non per venderlo o consumarlo. Mi riferisco ai ragazzi che giocano tutti i giorni a calcio o a basket in piazza, alle mamme cinesi che tutte le mattine fanno ginnastica, tai-chi o lezioni di tango, alle signore anziane che al pomeriggio quando c'è sole scendono in piazza accompagnate dalle badanti, alle decine di lavoratori del mercato, ai venditori ambulanti di cibo bengalese per i lavoratori del mercato, agli studenti delle tante scuole dell'obbligo del quartiere che all'uscita di scuola attraversano il parco, ai fornai, calzolai, alimentari, librai, barbieri che provano a resistere. Insomma alle persone che non vanno a fare gli aperitivi, ma che vivono. E tra loro c'è anche chi non sta bene, ma che in questo mondo reale si sente in qualche modo accolto: homeless, migranti in transito, persone sole, storie e biografie difficili che attraversano il cuore delle metropoli contemporanee. Tra di loro si annida spesso anche l'illegalità, pronta a sfruttare quelle solitudini e quelle difficoltà per interessi ben altri (non che l'illegalità, soprattutto dello spaccio, non ci sia anche nei quartieri trendy che "ce l'hanno fatta", anzi). L'illegalità va combattuta (e sinceramente mi sembra che la presenza in Piazza delle forze dell'ordine sia già molto  consistente), ma non va utilizzata la lotta all'illegalità in una direzione di pulizia omologante. Nella pagina de Il Messaggero che ha ospitato l'intervista a Sorrentino la foto principale ritrae un signore africano all'entrata della metro con le caratteristiche tipiche di un homeless, cappotto sporco, barba lunga, valigia al seguito e davanti a lui le gambe di due carabinieri. Conosco quel signore, si siede spesso davanti al portone di casa mia con una cartone al collo in cui spiega al mondo come "il Signore ci punirà" . Insieme a lui c'è spesso una signora che taglia e cuce pezzi di tessuti vari e quando sta male urla. Poco più in là un uomo cinese che beve sempre del succo di laime e raccoglie sigarette da terra per fumarle una dietro l'altra. I bar intorno offrono loro caffè, panini o brioche. Sono figure presenti in tutte le città e culture del mondo, che ovviamente gli interessi economici che soffiano sulle vele della gentrification vorrebbero far sparire. Anche in questo caso non sto plaudendo alla retorica che consegna ai "barboni" una mitologia quasi magica o saggia. Sto raccontando pezzi di vita reale che quartieri ripuliti non vogliono e non possono ospitare, ma che preferiscono espellere, escludere. Ecco, questa è la parola chiave: io non voglio che Piazza Vittorio diventi un luogo esclusivo, perché credo fermamente che i luoghi esclusivi di Roma, quelli da cui sono state escluse le persone vere, normali siano quelli che stanno scavando inesorabilmente la crisi e la ferita della città. Quando cammino a Monti, a Trastevere, per non parlare del centro storico, sento l'assenza della città. Sento che intorno a me ho quasi solo persone che usano la città per consumare e poi scomparire. E son contento di tornare a Piazza Vittorio, o a TorPignattara o a Villa Certosa o a  Centocelle, quartieri in cui anche ho vissuto e che continuo a frequentare.
Ciò, sia chiaro, non significa che non riconosco le enormi mancanze di servizi e cura presenti in questi quartieri. Così come riconosco anche che nei quartieri che "ce l'hanno fatta" ci siano esperienze importanti e positive di economia sostenibile o circolare, che però, e lo sanno, hanno il grande problema di essere vincolate ad una comunità elitaria, progressista ma per ora profondamente elitaria.
Penso e spero che anche Sorrentino non voglia trasformare Piazza Vittorio in un'altra Trastevere. Penso che la sfida vera per questo spazio sociale ibrido e complesso, ma ancora vero e normale, sia quello di ridargli servizi, dignità, legalità e pulizia, senza svenderlo nelle mani aride e avide del turismo e degli interessi più spietati della gentrification.  Credo anch'io, per fare un esempio, che vada trovato un modo per ridare varietà ai negozi che stanno sotto i portici. L'eccessiva presenza di negozi outlet gestiti da cittadini di origine cinese toglie ricchezza e varietà. Ma chi riuscirà a convincere i proprietari di quei negozi (spesso italiani) a guadagnare meno da attività che non possono garantire le stesse entrate? Perché, se non si interviene sui costi di quegli affitti, a sostituire gli outlet cinesi potranno essere solo vinerie esclusive e il risultato omologante sarà simile. Credo insomma che a Piazza Vittorio ci sia una grande occasione che spero non venga sprecata, quella di provare a rivitalizzare un quartiere senza consegnarlo alle logiche del puro commercio (cinese o italiano o indiano che sia) e provando a non trasformarlo in una vetrina trendy e ripulita per upper class di professionisti e per distratti turisti omologati, da cui tener fuori le tante persone vere che ancora lo vivono. Piazza Vittorio può essere un laboratorio di incontro tra le sperimentazioni più innovative e attente dei soggetti tipici della gentrification e la vita reale di persone con minore potere d'acquisto. E' una sfida intensa, nella quale coinvolgere le associazioni culturali italiane, ma anche le persone reali, indipendentemente dalla loro provenienza e appartenenza.
Fin qui, concordo con Sorrentino, il silenzio dell'amministrazione è assordante.
Speriamo qualcosa cambi.

Un'ultima cosa: domani sera, lunedì 21 novembre, alle 20 all'Apollo Undici di Via Bixio, all'Esquilino, viene presentato un bellissimo film di Frederick Wiseman, maestro del documentario americano, che ha molto a che fare con tutta questa storia: si chiama In Jackson Heighs e racconta l'intreccio tra gentrification,  multietnicità e interessi economici in un quartiere di New York. Può essere un ottimo strumento per iniziare a riflettere su quanto si dovrebbe o non si dovrebbe fare a Piazza Vittorio.

Questo post è stato letto da circa 30mila persone. Ha suscitato molti commenti e discussioni in quartiere. Dopo aver parlato con molti, ho scritto un altro piccolo contributo con alcune idee: LA CRISI DI ROMA, PIAZZA VITTORIO E ALCUNE IDEE


ACCOGLIENZA - DAI CENTRI AL CENTRO

Editoriale uscito sui quotidiani del nord-est del gruppo Espresso il 20.9.2016

Sono appena tornato da Palermo. E negli ultimi mesi sono stato a Siracusa, a Caserta, a Napoli, a Catania, a Ragusa. Città splendide e maledette. Città segnate dalla storia, nella sua eternità e decadenza, nelle sue bellezze e contraddizioni.
In queste città, come in molte altre del sud, il tema dell'accoglienza dei profughi genera tensioni, crea interessi e conflitti, ma nessuno mette in discussione che i profughi possano vivere nel centro di queste città.


A Ballarò come a Ragusa Ibla, a Castro come a Forcella. Le case dove vivono richiedenti asilo e rifugiati sono nel cuore delle città, nel cuore della loro bellezza e della loro decadenza. Camminare per Ballarò o nei vicoli arabo-ebraici della Kalza e incontrare gambiani, maliani, bengalesi o siriani è normale, vivono negli appartamenti o nei centri di accoglienza ospitati da vecchi conventi in palazzi normanni con meravigliosi giardini. I loro vicini di casa sono i palermitani stessi, si incontrano al mercato, al bar, a scuola, si parlano dalle finestre, nelle piazze. Si ha la sensazione di essere nel cuore di un nuovo mondo, che nelle sue fatiche e speranze si prepara a ridefinire appartenenze e confini. Non un mondo idilliaco o perfetto, anzi, ma un mondo capace di guardare in faccia i cambiamenti e di ospitarli nel suo tessuto civile, nella sua storia.
Da mesi in Veneto si parla della necessità di superare luoghi disumani di concentrazione dei profughi come Cona o Bagnoli e di creare un'accoglienza diffusa che coinvolga tutti i comuni della regione. Ma se tutti sembrano d'accordo su questa necessità, in pochi sembrano disposti a immaginare un'accoglienza che coinvolga le città e non isolati quartieri di periferia o dismesse caserme sconnesse dal tessuto urbano.
Io credo che la sfida vera dell'accoglienza debba passare dal coinvolgimento dei centri delle città, che non ha senso continuare a considerare piccole bomboniere da mantenere nella loro spesso vuota bellezza, messa a disposizione di turisti e pochi privilegiati.
Ospitare i richiedenti asilo in appartamenti e case nei centri delle città venete aprirebbe una nuova fase di questa lunga e complessa storia. L'accoglienza e le sue sfide entrerebbero nella vita civile delle città, convocando nuove energie e nuove competenze non solo a gestire, ma anche ad immaginare la società del futuro; una società che ormai abbiamo capito non può prescindere dal saper affrontare il movimento di migliaia di persone non più disposte ad aspettare cambiamenti troppo a lungo promessi, ma mai nemmeno iniziati; una società che con l'accoglienza può far crescere professionalità ed esperienze essenziali per non vivere il presente come emergenza, ma per iniziare già a diventare futuro.
Se il Veneto davvero vuole superare i disumani centri con centinaia di persone ammassate in luoghi deserti e abbandonati, deve imparare a portare la sfida dell'accoglienza al centro delle nostre vite e delle nostre città, costruendo non solo un'accoglienza diffusa di poche persone per ogni comune, ma anche un'accoglienza civile e civica capace di inserirsi nel cuore della nostra storia, sapendola rispettare e ridefinire nello stesso tempo.
Non leggete questa come una proposta unidirezionale, i buoni profughi da aiutare nelle nostre città. Io non credo nei buoni o cattivi profughi, credo in vite che cercano un senso e una direzione e che facendolo compiono anche molti errori, dovuti spesso dall'incontro con una cultura e una società che non conoscono e non sanno come rispettare. A queste persone non va data un'accoglienza neutra e isolata, altrimenti in loro quegli errori rischiano solo di crescere. Inserirli nei tessuti civici delle nostre città significa anche dare a loro, come a noi, la responsabilità di comprendere e rispettare, di conoscere l'altro e di capire i propri errori per non ripeterli. Tenerli lontani, isolati ed ammassati significa consegnare loro, come noi, all'ignoranza e alla reciproca diffidenza.
Per questo mi permetto di lanciare in queste pagine un appello rivolto ai sindaci, ma ancora prima ai cittadini delle tante meravigliose città e cittadine del Veneto: chi ha davvero coraggio di vivere questa sfida? Chi ha voglia di mettere al centro il coraggio e la fatica dell'accoglienza?

Chi vuole rispondere a queste domande può farlo liberamente qui sotto.




TERRORISMO E NORMALITA' - sappiamo immaginare altro?

Articolo pubblicato sui quotidiani "La Nuova Venezia - Il Mattino di Padova - La Tribuna di Treviso" lunedì 25 luglio 2016

In queste pagine sabato scorso Ferdinando Camon invitava tutti noi a seguire l'esempio israeliano per cambiare strategia di fronte al ripetersi di attentati terroristici nel cuore d'Europa. L'invito di Camon arriva al termine di un ragionamento che critica come inutile e ingenua la “strategia della normalità” .
In altri termini Camon dice che è sbagliato continuare a far finta di niente, continuare a provare a vivere normalmente la nostra vita, incrociando le dita che non tocchi proprio a noi. Dice che bisogna essere consapevoli che tutto ciò è ormai parte della nostra realtà e bisogna dotarsi di strumenti eccezionali di sicurezza, “sorvegliandosi armati in casa, per strada e al lavoro”.

Sarebbe troppo facile rispondere che questa direzione non farebbe che distruggere lo stato di diritto e la libertà che viviamo in Europa; sarebbe facile e anche sempre meno utile a costruire un'alternativa alla spirale di odio e paura che cresce di giorno in giorno. Perché credo che in fondo difenderci armati o conservare le nostre libertà siano in fondo due direzioni della stessa posizione, una sorta di stallo immobile di fronte a proposte di cambiamento inquietanti. E' come se oggi nel mondo a proporre un sogno, una novità, un'alternativa siano pensieri e poteri di violenza e di discriminazione e chi cerca di contrastarli abbia di conseguenza solo due possibilità: difendersi con altrettanta violenza o conservare lo status quo contro il cambiamento proposto. Una posizione di difesa e protezione in entrambi i casi. Una posizione incapace di generare comunità e entusiasmo, se non forme di entusiasmo assai pericolose che si muovono nella stessa direzione dei signori del terrore.
Allora io sono d'accordo con Camon che non possiamo continuare semplicemente a difendere la nostra normalità, ma a differenza sua credo che dobbiamo avere il coraggio di metterla in discussione in modo radicalmente diverso da chi la attacca per distruggerla. Viviamo un'epoca di profondi mutamenti che producono ferite indelebili, ma non possiamo cercare di curare le ferite senza capire i mutamenti.
Abbiamo il coraggio di ridefinire la nostra normalità, in una direzione capace di dare risposte a questi mutamenti? Cosa stiamo facendo rispetto a inaccettabili diseguaglianze economiche e sociali? Cosa stiamo facendo per ridurre il nostro impatto negativo sulle vite di molti altri? Cosa per dare uguaglianze di diritti a milioni di persone "straniere" che lavorano per le nostre economie ? Cosa per cambiare il nostro rapporto con il consumo delle energie e la società dei consumi? L'Europa e noi con lei nell'arco di 15-20 anni si è trasformata da sogno a nemico per milioni di persone schiacciate nelle sue periferie interne e nei suoi margini esterni. Non solo grazie alla crescita di ideologie fondamentaliste, ma anche e soprattutto per la sua abitudine a produrre e seminare inequità. In quei luoghi trovano braccia e disperazione i signori della violenza o addirittura, come a Monaco, la violenza in sé stessa senza bisogno di alcun committente: come se la violenza e i suoi signori fossero nel mondo di oggi gli unici promotori di cambiamento. Sto male, quindi distruggo. A cui si contrappone in modo altrettanto inquietante: sto bene, quindi consumo. L'alternativa è così schiacciata: o riesco ad accedere al consumismo all'"occidentale" (termine ormai insensato, molte capitali del comunismo sono a oriente oggi) o mi affido al fondmentalismo anti-occidentale.

Se a quei luoghi (periferie interne ed esterne) e ai suoi milioni di non-cittadini noi rispondiamo con la conservazione della normalità o con la difesa armata, non facciamo che aumentare la disponibilità di quei luoghi ad ospitare e sostenere i signori della violenza. E non ne usciamo più, se non aumentando lo scontro.
E' già troppo tardi o abbiamo il coraggio di lanciare un progetto di cambiamento dell'Europa e della nostra vita per spiazzare il potere malvagiamente onirico del terrore e dei suoi signori?
Di questo vorrei si potesse parlare, di questo vorrei sentir parlare i centri e le periferie insieme.
Vorrei avessimo il coraggio di rispondere a chi violenta la nostra normalità che noi in realtà vogliamo cambiarla; solo così potremo sconfiggere la loro perversa violenza. Vorrei che il nostro sogno di equità e giustizia fosse più forte del loro finto sogno di vendetta. Vorrei che questo sogno diventasse più grande di distanze culturali e sociali che oggi sembrano inevitabili, ma che l'umanità spesso ha dimostrato di poter superare.
Altrimenti l'unico sogno che ci rimarrà è quello di saper sparare prima e con più cattiveria.
Un incubo più che un sogno.

LIBYAN DIARIES 2016 - KELLY'S SPRING IN TRIPOLI

I'm publishing here the correspondence with Khalifa Abo Khraisse, aka  Kelly, a 32 years old libyan friend, videomaker and documentarist.

31st March 2016

Andrea - Normal people nowadays in Italy think of Libya as a place where every day you risk your life and- where the one choice is fighting or staying at home...

Kelly - I live in Tripoli, near an area called Gurji which is outside the city center. These days the only thing that I haven’t changed is my morning coffee: for 7 years, more or less everyday at 8:00 AM, I have had to get my coffee (macchiato) from a small café around the corner. Other than that I try to avoid going out a lot; I hate the tension in the air.

But if you walk around the city in the morning lately, you might be amazed at how crowded the roads are. My sisters still goes to work, and my brother still goes to the University as usual. My mother still is as excited as ever when she hears good news on TV or a statement broadcast by the UN or any other entity supporting the new government. (She always supports the righteous side, always is more hopeful than anyone, always picks and supports the weak side that has been bullied...even if she sees a wrestling match on TV while she is flipping channels, she feels sorry for the guy who is getting beaten and cheers for him as if she is a lifetime fan)


My father on the other hand never endures any leader, president or Libyan public figure. Can you imagine, when we had the first election in 2012 that gave birth to GNC, he went there and dropped the ballot card in empty. Later outside the polling station, chatting with his friends and neighbors, he smiled and said: "Back in the 1965 elections I dropped the card in empty because back then I didn’t see anyone worthy of the chair, and today as well, I still see no one worthy." And he pulled out an election card from 1965 that he has kept; the people there were amazed and started taking photos of it.


But when he spoke about the new PM he said: "I knew his father and know him. He is from a good family; his father was a good man."
I believe that was the closest thing to his approval that any Libyan politician has ever come close to getting.

During the day military vehicles kept gathering in some areas around the city. Some main roads have been shut down as if they are preparing for the final round. On TV a group of guys in military uniforms read a statement and started by saying that they're "some" rebel brigade leaders and that they reject and declare war on the new government; on other channels other groups, introducing themselves also as "some" brigade commanders, announced their loyalty and support for the new government.

The 2014 clashes that took place here lasted for about more than month: they were ruthless, burning down many buildings including the airport and the oil tanks and forcing many to leave their houses. No one wants to witness something like that again, not anytime soon anyway.

A - What is your hope for the future?

K -What is my hope? Well if I can dare to dream, I hope we have just one good man, a hero maybe—a different type of hero than this country has ever had, someone who could make a difference, as time has proven that our people need leaders. The Great Man Theory works perfectly in our countries: we need someone who can't be bought, can't be intimidated by the Islamists and maybe who has the courage to say yes and no sometimes.
But if you mean what I hope for now: I hope the situation doesn't escalate to large-scale battle; I hope people find the courage to go out and support the new government with peaceful demonstrations; and I hope they come to accept it because only then will prices drop down as well as the dollar rates, and only then will banks have cash to pay salaries. It's obvious that these problems are all pressures from the major players, that they created these problems to solve them when the new government starts working so that they will appear as the saviors.

We have an old phrase in Libya: يتعاركو الارياح و يجي الكيد على الصاري

Which means: The winds fights and the mast suffers the pressures (but more like “pays the price").

These Left and Right winds won't stop fighting, and only the mast suffers. The ship will never reach a safe place, so I just hope for more of these calm moments between the storms, so people can live a bit.
We have been putting our lives on hold since 2011. I still do, like a passenger doesn’t want to unpack his bags in that cheap hotel he has to stay in for a night as he is waiting to catch a flight the next day, except the flight keeps getting delayed further. He still believes that this is all temporary, so he keeps sitting by the window waiting with his bags still packed.

I feel like that passenger, but I hope for something more for others. My sister's wedding is on the 10th of this month, and she is going through all the details, checking the guest list, making reservations, and keeping a calm smile the whole time, as if nothing around her gives cause for concern. She is even calmer than other brides in a normal situation. I will pray for her to have a nice wedding, but hoping further than that would be sort of like fantasy.

A - The Great Man Theory: does it mean that somehow it was better with Him before? Is there really no other way to have stability and respect of plurality and civil rights?

K - It's hard to answer honestly, but if you don't mind, let me take your question literally so I can answer: yes, compared to what we have now, it was better with him before. But on another level, I refuse to admit it because I am involved too much personally and emotionally to be objective and confess the truth. I have to keep the faith that everything happening to us is according to a master plan, that everything happening to us is for a reason, and that all these people who sacrificed their lives didn’t die in vain. I lowered good friends in the ground, and I love to think they died for a great cause.
And I will argue that what we are suffering now is because of him, and yes, maybe that we are equally guilty.
Judging our situation, our society, our mentality and all the factors, we won't have real stability or respect for any of that, not now and not for years. This is the way I see it and I am not being negative...it's my realistic opinion.
If there is another way, I don't see it really.
What do you think about it?

A - I really don't know if I'm able to "clean" my point of view from the cultural western and capitalistic background I have, or even if I would like not to have it…
What I was dreaming during the revolution of 2011 was the growth of your capacity not to be controlled either by a Great Man or by other countries and economies.
A new generation of Libyans able to build your way to democracy…a naive but genuine hope.
Now the priority is to find a peaceful agreement between arrogant powers… I would simply like that among them you could identify someone who is a little less terrible than the others.
What we really miss here is the lack of a referent…we don't know which part we should support…that's why we don't demonstrate, we don't try to support you…we are blocked in front of these terrible laptops trying to understand something. It's the same with Syria and Tunisia: we don't know who could be able to fight down there to build something that is not dependent on forces from abroad and not controlled by a sort of "military monarchy."

K - You said it all, and you remind me of something I used to say: “Maybe our destiny is to always choose between the beards and the boots.” But I really hope we can find a silver lining.

A - Why you are still there? Why you haven’t fled the country yet?

K- If you asked my father he would probably tell you the same thing he always said during the civil war in 2011: "Our family never left when the Italians came, never left during the king days, never left when Gaddaffi took over, and I won't leave now: we stand our ground."

My father studied in the UK for 6 years and he came back, unlike many others who stayed there; my big brother studied in Greece for years and came back; I travel a lot but I always come back home...in the end I belong here.
I refuse to run away when the situation is not comfortable here, I refuse to be a refugee. I am not saying everyone agrees with me, not saying that I don’t respect and sympathize with whoever disagrees or chooses another path--each one of us has to do what he/she has to do, but in the end:"A person thinks everything he does is right, but the Lord weighs heart"
And if the day ever comes that I choose to leave and live somewhere else, I will go proud, walking tall with nothing to be ashamed of: making a real choice, not leaving because it's not safe, not running away from a war and leaving my loved ones behind.
When I went to Tunisia recently, it couldn’t have been worse timing: the moment I left Libya clashes started in Tripoli, and I was going crazy reading and watching the news over the internet. After many calls with family and friends they assured me it wasn’t as bad as the internet was showing it...there was clashes but in a small part of the city and they lasted for one day. It was annoying to be in this situation away from the action, not knowing what was really happening and relying on news and internet, but it reminded me why I never trust those sources in first place. Luckily I managed to get back to Tripoli before they closed the airport and suspended all international flights in an attempt to forbid the new government from entering Tripoli. I really hated the idea of staying in Tunisia; I would rather be in the war zone than trapped outside.

1st April 2016

K - Today all quiet on the western front my friend, another boring Friday.
The news are still showing international support for the new PM, and a few shy voices from here and there are supporting it...
Highlight of the day: The new PM went to Friday prayer in Mizaran Mosque in the heart of Tripoli city, a really bold move that sent a strong message. What really captured my eyes was the look and the smile on the faces of the old people who stood behind the windows in the photo.


While I was looking at the photo I remembered another photo from 2012, of an old man standing near a pillar inside a famous old Sufi mosque, or more the remains of the mosque after it was destroyed by a night raid carried out by extremists. The old man was hiding his face and crying. 


That photo haunted me, and my mother cried because the mosque was in her hometown of Zlitin. So today, seeing the look of joy and hope on the old people’s eyes behind the window was priceless. I really hope the PM won’t disappoint them.

7th April 2016

Its circus! And I can't explain to you what is going really

Its calm and "safe" and all of a sudden Tripoli is secured and the embassies will open again, starting with turkey and morocco, and more to follow, the dollar dropped significantly , the cash problem is to be solved shortly.

HOR in Tubrik split and even more fragile now , there are members who boycotting the sessions the ones who signed for paper to approve the New government, and there is members of Eastern cities calling for federalism and dividing the country, and some still insist that they must approve the government in order to move on.
At GNC in Tripoli there is 93 members boycotting , the others are with and they held a session and announced the new government officially taking over, and also forming the State Council according to the agreement , they have choosing the worse to be the chairman, Swihly from Misrata which was member of GNC ,HOR and again back to be GNC and he is also in bed with Muslim brotherhood , its chaos and the GNC still involved strongly, and the whole thing so far a suit tailored for Muslim brotherhood to be in charge.

I mean two weeks ago GNC passed two laws one regarding drinking alcohol the punishment will be flogging. And the other is punishing unmarried adulterers by flogging and stoning to death for married adulterers.
No one dares to say otherwise, well the new PM announced in his first words when he arrived that the Islamic Sharia will be the only source for laws, I don’t think he is in title to state such a thing he is not‬legislative power, and I was hoping that the GNC's last decisions will be denounced as they are not legit, but now I can see they acknowledge them again, there last act was only to assure islamist that it will go their way.
its troy horse again, just like the 2012 elections, when the people didn’t choose islamist they went from the back door and bought their way back to lead.

I believe there will be a honey moon, they gave us back what they took from us for about 2 years, while we are grateful for them to reward us with our basic rights, it will be too late for turning things around.
But maybe I am wrong, maybe the PM just playing along until he will be able to make a move.

9th April

K- I've survived the wedding so far which kept me busy to know what is happening around, I still have tomorrow the big night then I can relax, all this Libyan music is killing me, its worse than the sound of the clashes.
I hope one day i will be able to have a real conversation in Italian, for now the first thing I've learned in any language is how to order coffee " which is the most important thing":
I can order coffee, in Italian, french , polish, and of course Arabic ( all accents) and English. one day i will pick up from there and improve my Italian.



DIARI DALLA LIBIA 2016 - LA PRIMAVERA DI KELLY A TRIPOLI

Trascrivo qui la corrispondenza con Kelly, - Khalifa Abo Khraisse, in arte  Kelly, un amico video maker e documentarista di Tripoli. 32 years old, Studied business management, directing (cinema), filmmaker and videographer. Sono graditi commenti in inglese, così anche Kelly può capirli. 



31 marzo 2016

Andrea - La gente normale in Italia pensa che la Libya sia un paese dove ogni giorno si rischia la propria vita e che l'unica scelta sia combattere o startene a casa….

Kelly - Abito a Tripoli, vicino ad una zona che si chiama Gurji che sta fuori dal centro della città. In questi giorni l'unica abitudine che non ho cambiato è il mio caffè del mattino: da 7 anni, tutti i giorni più o meno per le 8.00 devo prendere il mio caffè (macchiato) in un piccolo bar all'angolo della strada. Per il resto cerco di evitare di uscire troppo. Odio le tensioni nell'aria.

Ma se fai un giro in città verso tarda mattinata, sarai impressionato da quanto le strade siano affollate. Mia sorella va ancora al lavoro e mio fratello continua ad andare all'università come al solito.
Mia madre continua ad essere sempre entusiasta quando la televisione dà buone notizie, oppure un annuncio ufficiale dalle Nazioni Unite o altre istituzioni che supportano il nuovo governo.
(Lei sta sempre dalla parte più ragionevole, lei ha sempre più speranza di tutti, supporta sempre i più deboli, quelli che vengono schiacciati, anche quando facendo zapping in TV le capita di vedere una gara di “wrestling” si dispiace molto per quello che viene picchiato e tifa per lui come se fosse una sua fan da sempre.)
Mio padre invece non sostiene mai nessun leader, presidente o figure pubbliche libiche.
Pensa te che quando abbiamo avuto le prime elezioni nel 2012 per la nuova Assemblea Costituente è andato a votare, ma lasciando la scheda elettorale bianca. Più tardi fuori dai seggi parlando con i suoi amici e vicini ha detto sorridente: “Quando sono andato a votare nel 1965 ho lasciato la scheda bianca, perché non c'era nessuno che meritava la “sedia”, ma anche oggi non c'è nessuno che se la merita”. Ha tirato fuori dalla sua tasca la scheda elettorale degli anni '60 che aveva tenuto d'allora. La gente era entusiasta e hanno iniziato a fotografarla.



Ma qualche giorno fa parlando del nuovo Primo Ministro ha detto: “Conoscevo suo padre e conosco lui. Viene da una buona famiglia. Suo padre era una brava persona”.
Credo che questo sia una specie di approvazione che nessun altro politico libico ha mai avuto da parte sua.

Durante il giorno alcune zone della città sono circondate da veicoli militari. Alcune strade principali sono state chiuse, sembra quasi si stiano preparando per l'ultimo scontro.
In TV un gruppo di ragazzi con delle tute militari hanno letto un annuncio che iniziava dicendo che sono “dei leader ribelli delle milizie” e che rifiutano e dichiarano guerra al nuovo governo. In altri canali altri gruppi che si presentano come “dei comandanti delle brigate” dichiarano di supportare e ed essere fedeli al nuovo governo.

Le tensioni avvenute qui nel 2014 sono durate più di un mese: sono stati spietati, bruciando tanti palazzi incluso l'aeroporto, magazzini di petrolio e hanno pure obbligato tante persone a lasciare le loro case.
Nessuno vorrebbe mai più rivivere qualcosa del genere

A - Quale è la tua speranza per il futuro?

K - La mia speranza? Beh, se posso permettermi di sognare, spero che avremo semplicemente un uomo giusto, forse un eroe, un diverso tipo di eroe, un eroe che questo Paese non ha mai avuto. Qualcuno che può fare una differenza visto che la storia ci ha confermato che il nostro popolo ha bisogno di leaders.
La “Great Man theory” funziona perfettamente nei nostri paesi: abbiamo bisogno di qualcuno che non può essere “comprato”, che non può essere intimidito dagli Islamisti e che magari abbia il coraggio di dire di si, ma anche di no qualche volta.
Ma se intendi la mia speranza per adesso, allora spero semplicemente che non si arrivi ad una guerra su larga scala. Spero che la gente trovi il coraggio di uscire di casa e di sostenere il nuovo governo con delle manifestazioni pacifiche e spero che lo accettino, perché soltanto così i prezzi scenderanno, grazie alla diminuzione del tasso di cambio con il dollaro. Soltanto in questo modo le banche potranno avere contanti per poter pagare gli stipendi.
Nello stesso tempo è evidente che questi problemi nascono da pressioni volute da elite di “giocatori”, che li hanno creati apposta perché sia il nuovo governo a poterli risolvere. In questo modo il nuovo governo apparirà come “salvatore”.
C'è una vecchia frase in Libia: il vento infuria e gli alberi soffrono la pressione. (ma nel senso di “pagare il prezzo”)
Questi “venti” di Destra e di Sinistra non smetteranno di combattere, ma gli unici a soffrire saranno gli alberi. La “nave” non arriverà mai in un luogo sicuro, allora spero semplicemente di poter avere più momenti di serenità nel mezzo delle tempeste, in modo tale che la gente possa anche vivere un po'.
Abbiamo messo le nostre vite in attesa dal 2011. La mia lo è ancora. Come un passeggero che non vuole disfare i propri bagagli stando una notte in un albergo che costa poco essendo in attesa del volo il giorno dopo. Però il volo si ritarda sempre di più. Il passeggero crede che ciò che sta vivendo è temporaneo, allora continua ad aspettare davanti la finestra con i bagagli sempre pronti.

Io mi sento come quel passeggero, ma provo almeno ad avere delle speranze in più per gli altri. Il matrimonio di mia sorella si terrà il 10 di questo mese e lei si sta occupando di tutti i dettagli, controllando la lista degli invitati, facendo varie prenotazioni e avendo un sorriso sereno sempre come se non ci fosse intorno a lei nulla di cui preoccuparsi. E ad essere sincero è anche molto più tranquilla di altre spose in situazioni più “normali”. Io pregherò perché lei abbia un bel matrimonio, ma sperare qualcosa di più sarebbe una specie di “fantasia”.

A - La “Great Man Theory”:.. Questo significa che in qualche modo era meglio con Lui (Gheddafi) prima? Non c'è proprio nessun altro modo per avere un po' di stabilità e rispetto della pluralità e dei diritti civili?

K -E' difficile rispondere onestamente, ma se non ti dispiace lasciami prendere la tua domanda alla lettera, così potrò risponderti. Si, in confronto a ciò che abbiamo ora, con Lui era meglio prima. Ma d'altra parte mi rifiuto di ammetterlo, perché sono personalmente ed emotivamente molto coinvolto per essere oggettivo e confessare la verità. Devo continuare a credere che tutto ciò che ci sta succedendo faccia parte di un piano generale. Che tutto ciò che ci sta succedendo abbia un ragione e che tutte quelle persone che hanno sacrificato le proprie vite non siano morte in vano.
Ho perso amici cari e amo pensare che siano morti per una grande causa.
Ne deduco infine che tutte le sofferenze che viviamo oggi sono per colpa Sua, e che allora forse siamo anche noi colpevoli tanto quanto lui.
Valutando la nostra situazione, la nostra società, la nostra mentalità e tutti i fattori, non avremo una vera stabilità né un vero rispetto per i diritti, né ora né nei prossimi anni.
Questo è il mio punto di vista e non sono pessimista. E' la mia opinione realistica.
Se c'è un'altro modo io per ora non lo vedo..
Che ne pensi tu?

A - Veramente non so se sono capace di avere un punto di vista “pulito” dal mio backround occidentale e capitalista, anche se preferirei non averlo. La mia speranza durante la rivoluzione del 2011 era la crescita della vostra capacità di non essere controllati da nessun “Great Man”, da nessun altro paese e da nessun' altra economia.Una nuova generazione di libici capaci di costruire la vostra strada verso la democrazia...una speranza ingenua ma sincera.
Adesso la priorità sarebbe di trovare un accordo pacifico tra poteri arroganti.Mi piacerebbe semplicemente che qualcuno tra di voi possa essere identificato come meno terribile degli altri.
Quello che veramente manca a noi qui è un vostro referente. Non sappiamo quale parte supportare. Per quello non manifestiamo, non troviamo il modo di appoggiarvi. Siamo bloccati davanti a questi terribili laptops cercando di capire qualcosa. E la stessa cosa con Siria,Tunisia e altri posti ancora: non sappiamo chi potrebbe essere capace di combattere laggiù in modo tale da costruire qualcosa che non dipenda da poteri stranieri e che non sia controllato da “monarchie militari”.

K - Hai detto tutto e mi fai ricordare una frase che spesso mi piaceva dire: “Forse il nostro destino è di poter scegliere soltanto tra “barbe e stivali”. Ma spero veramente che ci possa essere un'altra via di uscita.

A - Perché vivi ancora lì? Come mai non sei ancora fuggito?

K - Se lo chiedi a mio padre ti dice probabilmente la stessa cosa che ha sempre detto durante la guerra civile nel 2011: “La nostra famiglia non è fuggita quando sono arrivati gli Italiani, né mentre c'era il re, né quando Gheddafi ha preso in mano il governo. Allora non fuggiremo ora. Noi ci teniamo al nostro Paese”.
Mio padre ha studiato in Inghilterra per 6 anni e poi, a differenza di mille altri che sono rimasti là, lui è tornato. Mio fratello grande ha studiato in Grecia per molti anni e poi é tornato, io viaggio tanto ma torno sempre a casa. Alla fine appartengo a questo luogo.
Mi rifiuto di scappare solo perché la situazione qui non è facile, mi rifiuto di diventare un rifugiato.
Non dico che tutti debbano essere d'accordo con me, non dico che non rispetto o non ho simpatia per le persone che non sono d'accordo e che scelgono un'altra strada. Ognuno di noi deve fare quello che deve fare però alla fine “Ognuno di noi pensa di star facendo la cosa giusta, ma quello che per Dio pesa davvero è il cuore”.
E se mai arriverà un giorno che deciderò di andarmene e di vivere da qualche altra parte, lo farò con orgoglio, camminando a testa alta senza avere nulla di cui vergognarmi: lo farò per scelta, non semplicemente per andarmene perché qui non è più sicuro o per fuggire da una guerra lasciando indietro i miei cari.

Quando sono andato in Tunisia il 21 marzo scorso, non poteva esserci timing peggiore: nel momento in cui ho lasciato la Libia, sono cominciate le tensioni a Tripoli ed io impazzivo leggendo e guardando i telegiornali su internet. Dopo tante chiamate alla mia famiglia e ai miei amici, mi hanno rassicurato che la situazione non era così brutta come la presentavano su internet.
IN realtà ci sono state delle tensioni soltanto in una piccola parte della città e soltanto per un giorno, ma per me era davvero terribile essere lontano, senza sapere cosa veramente stava succedendo, dovevo affidarmi a telegiornali e internet; una condizione che mi ha reso ancora più chiaro perché non ho mai avuto fiducia in queste fonti di informazioni.Per fortuna sono riuscito a tornare a Tripoli prima che chiudessero l'aeroporto e sospendessero i voli internazionali con l'obbiettivo di non lasciar entrare a Tripoli il nuovo governo.Impazzisco solo all'idea di poter essere ancora bloccato in Tunisia. Preferirei stare nel bel mezzo di una guerra, invece di stare intrappolato fuori.


1 aprile 2016

K - Oggi è tutto tranquillo sul fronte orientale, amico mio. Un altro noioso venerdì.
I telegiornali continuano a mostrare i sostegni internazionali al nuovo Premier e qualche timida voce qui e lì prova davvero a sostenerlo.
Momento clou della giornata: Il nuovo Premier è andato alla preghiera del venerdì alla moschea di Mizaran, nel cuore di Tripoli, una mossa proprio coraggiosa con la quale ha mandato un messaggio forte. Quello che veramente ha catturato i miei occhi era quella foto con gli sguardi e i sorrisi dei vecchi che stavano dietro le finestre.



Mentre la guardavo mi è venuta in mente un'altra foto del 2012, di un vecchio che stava vicino ad una colonna in una famosa moschea Sufi – o meglio, in quello che è rimasto dalla moschea che fu distrutta dopo un raid notturno effettuato dagli estremisti. Quel vecchio nascondeva la sua faccia e piangeva. Quella foto mi è rimasta impressa e mia madre piangeva perché quella moschea si trova a Zlitin, il paese da cui viene.


Allora ha un valore inestimabile guardare oggi gli sguardi dei vecchi dietro le finestre. Gioiosi e speranzosi.
Spero veramente che il nuovo Premier non li deluda.

7 aprile 2016

K- E' una specie di circo! Non ti posso spiegare esattamente cosa sta veramente succedendo.

E' tranquillo e “sicuro” e all'improvviso a Tripoli sembra tutto calmo, riapriranno tutte le ambasciate, iniziando con Turchia e Marocco e poi seguono le altre. Il valore del dollaro è sceso in modo significativo e il problema della liquidità si sta per risolvere.

Il parlamento di Tobruk (HOR) si sta dividendo e adesso è molto più fragile.
Ci sono dei deputati che stanno boicottando le riunioni di quelli favorevoli al nuovo governo e ce ne sono altri dalle città del'Est che chiedono il federalismo e propongono di dividere il Paese. Poi ovviamente ci sono quelli che insistono ancora perché venga approvato il nuovo governo.
Intnato a Tripoli ci sono 93 membri del Congresso Nazionale Generale (GNC) che stanno boicottando. Tutti gli altri hanno fatto un'assemblea annunciando che il nuovo governo sta ufficialmente prendendo in mano la situazione, stanno formando il Consiglio di Stato come previsto dall'accordo UN.
Hanno scelto come portavoce il peggiore, Swihly da Misrata, che è stato prima con il GNC poi con HOR e poi di nuovo con il GNC e che va anche molto d'accordo con i Fratelli Musulmani.
E' un caos e il GNC è ancora molto presente, mi sembra che tutto ciò sia tagliato su misura per permettere ai Fratelli Musulmani di prendere il potere.

Mi spiego: due settimane fa GNC ha approvato due leggi, una che prevede la fustigazione come punizione per il consumo di alcool e l'altra che prevede la fustigazione per gli adulteri non sposati e la flagellazione a morte per gli adulteri sposati.
Nessuno ha il coraggio di opporsi, anche il nuovo Premier appena arrivato ha subito annunciato che la Sharia Islamica sarà l'unica base di riferimento per le leggi. Non penso che sia nella posizione per fare una dichiarazione del genere, non ha nessun potere legislativo e speravo che le ultime decisione del GNC potessero essere denunciate come non legittime, ma ora invece vedo che le riconoscono come valide. Ciò che volevano era semplicemente assicurare gli islamisti che tutto andrà come loro vogliono.
E' di nuovo un cavallo di Troia, come con le elezioni del 2012, quando il popolo non scelse gli islamisti, ma loro sono entrati dalla porta di dietro e si sono comprati il loro ritorno al potere.

Ciò che credo è che ci sarà una “luna di miele”, ci stanno restituendo quello che ci hanno tolto per circa due anni e mentre noi li ringraziamo per averci concesso i nostri diritti minimi sarà già troppo tardi per cambiare le cose. Ma forse mi sbaglio, forse il nuovo premier li sta assecondando finché non sarà davvero in grado di agire in un'altra direzione.


9 aprile 2016

K - Fin qui sono sopravvissuto all'inizio delle feste del matrimonio che mi tengono distratto da ciò che sta succedendo intorno..
Ore e ore di musica libica mi stanno uccidendo... E' peggio dei rumori degli scontri!
Spero che un giorno potremo avere una vera conversazione in Italiano. Per ora quello che ho imparato in tante lingue è come ordinare un caffè, che è la cosa più importante.
Posso ordinare il caffè in italiano, in francese, in polacco, naturalmente in arabo (in tutti i dialetti) e in inglese. Un giorno farò un salto da voi e imparerò meglio l'italiano.