In questa pagina trovate informazioni e notizie legate principalmente alla mia attività di regia documentaria e cinematografica, ma anche scritti, riflessioni, diari di viaggio, appunti.

DIARI DALLA LIBIA 2016 - LA PRIMAVERA DI KELLY A TRIPOLI

Trascrivo qui la corrispondenza con Kelly, - Khalifa Abo Khraisse, in arte  Kelly, un amico video maker e documentarista di Tripoli. 32 years old, Studied business management, directing (cinema), filmmaker and videographer. Sono graditi commenti in inglese, così anche Kelly può capirli. 



31 marzo 2016

Andrea - La gente normale in Italia pensa che la Libya sia un paese dove ogni giorno si rischia la propria vita e che l'unica scelta sia combattere o startene a casa….

Kelly - Abito a Tripoli, vicino ad una zona che si chiama Gurji che sta fuori dal centro della città. In questi giorni l'unica abitudine che non ho cambiato è il mio caffè del mattino: da 7 anni, tutti i giorni più o meno per le 8.00 devo prendere il mio caffè (macchiato) in un piccolo bar all'angolo della strada. Per il resto cerco di evitare di uscire troppo. Odio le tensioni nell'aria.

Ma se fai un giro in città verso tarda mattinata, sarai impressionato da quanto le strade siano affollate. Mia sorella va ancora al lavoro e mio fratello continua ad andare all'università come al solito.
Mia madre continua ad essere sempre entusiasta quando la televisione dà buone notizie, oppure un annuncio ufficiale dalle Nazioni Unite o altre istituzioni che supportano il nuovo governo.
(Lei sta sempre dalla parte più ragionevole, lei ha sempre più speranza di tutti, supporta sempre i più deboli, quelli che vengono schiacciati, anche quando facendo zapping in TV le capita di vedere una gara di “wrestling” si dispiace molto per quello che viene picchiato e tifa per lui come se fosse una sua fan da sempre.)
Mio padre invece non sostiene mai nessun leader, presidente o figure pubbliche libiche.
Pensa te che quando abbiamo avuto le prime elezioni nel 2012 per la nuova Assemblea Costituente è andato a votare, ma lasciando la scheda elettorale bianca. Più tardi fuori dai seggi parlando con i suoi amici e vicini ha detto sorridente: “Quando sono andato a votare nel 1965 ho lasciato la scheda bianca, perché non c'era nessuno che meritava la “sedia”, ma anche oggi non c'è nessuno che se la merita”. Ha tirato fuori dalla sua tasca la scheda elettorale degli anni '60 che aveva tenuto d'allora. La gente era entusiasta e hanno iniziato a fotografarla.



Ma qualche giorno fa parlando del nuovo Primo Ministro ha detto: “Conoscevo suo padre e conosco lui. Viene da una buona famiglia. Suo padre era una brava persona”.
Credo che questo sia una specie di approvazione che nessun altro politico libico ha mai avuto da parte sua.

Durante il giorno alcune zone della città sono circondate da veicoli militari. Alcune strade principali sono state chiuse, sembra quasi si stiano preparando per l'ultimo scontro.
In TV un gruppo di ragazzi con delle tute militari hanno letto un annuncio che iniziava dicendo che sono “dei leader ribelli delle milizie” e che rifiutano e dichiarano guerra al nuovo governo. In altri canali altri gruppi che si presentano come “dei comandanti delle brigate” dichiarano di supportare e ed essere fedeli al nuovo governo.

Le tensioni avvenute qui nel 2014 sono durate più di un mese: sono stati spietati, bruciando tanti palazzi incluso l'aeroporto, magazzini di petrolio e hanno pure obbligato tante persone a lasciare le loro case.
Nessuno vorrebbe mai più rivivere qualcosa del genere

A - Quale è la tua speranza per il futuro?

K - La mia speranza? Beh, se posso permettermi di sognare, spero che avremo semplicemente un uomo giusto, forse un eroe, un diverso tipo di eroe, un eroe che questo Paese non ha mai avuto. Qualcuno che può fare una differenza visto che la storia ci ha confermato che il nostro popolo ha bisogno di leaders.
La “Great Man theory” funziona perfettamente nei nostri paesi: abbiamo bisogno di qualcuno che non può essere “comprato”, che non può essere intimidito dagli Islamisti e che magari abbia il coraggio di dire di si, ma anche di no qualche volta.
Ma se intendi la mia speranza per adesso, allora spero semplicemente che non si arrivi ad una guerra su larga scala. Spero che la gente trovi il coraggio di uscire di casa e di sostenere il nuovo governo con delle manifestazioni pacifiche e spero che lo accettino, perché soltanto così i prezzi scenderanno, grazie alla diminuzione del tasso di cambio con il dollaro. Soltanto in questo modo le banche potranno avere contanti per poter pagare gli stipendi.
Nello stesso tempo è evidente che questi problemi nascono da pressioni volute da elite di “giocatori”, che li hanno creati apposta perché sia il nuovo governo a poterli risolvere. In questo modo il nuovo governo apparirà come “salvatore”.
C'è una vecchia frase in Libia: il vento infuria e gli alberi soffrono la pressione. (ma nel senso di “pagare il prezzo”)
Questi “venti” di Destra e di Sinistra non smetteranno di combattere, ma gli unici a soffrire saranno gli alberi. La “nave” non arriverà mai in un luogo sicuro, allora spero semplicemente di poter avere più momenti di serenità nel mezzo delle tempeste, in modo tale che la gente possa anche vivere un po'.
Abbiamo messo le nostre vite in attesa dal 2011. La mia lo è ancora. Come un passeggero che non vuole disfare i propri bagagli stando una notte in un albergo che costa poco essendo in attesa del volo il giorno dopo. Però il volo si ritarda sempre di più. Il passeggero crede che ciò che sta vivendo è temporaneo, allora continua ad aspettare davanti la finestra con i bagagli sempre pronti.

Io mi sento come quel passeggero, ma provo almeno ad avere delle speranze in più per gli altri. Il matrimonio di mia sorella si terrà il 10 di questo mese e lei si sta occupando di tutti i dettagli, controllando la lista degli invitati, facendo varie prenotazioni e avendo un sorriso sereno sempre come se non ci fosse intorno a lei nulla di cui preoccuparsi. E ad essere sincero è anche molto più tranquilla di altre spose in situazioni più “normali”. Io pregherò perché lei abbia un bel matrimonio, ma sperare qualcosa di più sarebbe una specie di “fantasia”.

A - La “Great Man Theory”:.. Questo significa che in qualche modo era meglio con Lui (Gheddafi) prima? Non c'è proprio nessun altro modo per avere un po' di stabilità e rispetto della pluralità e dei diritti civili?

K -E' difficile rispondere onestamente, ma se non ti dispiace lasciami prendere la tua domanda alla lettera, così potrò risponderti. Si, in confronto a ciò che abbiamo ora, con Lui era meglio prima. Ma d'altra parte mi rifiuto di ammetterlo, perché sono personalmente ed emotivamente molto coinvolto per essere oggettivo e confessare la verità. Devo continuare a credere che tutto ciò che ci sta succedendo faccia parte di un piano generale. Che tutto ciò che ci sta succedendo abbia un ragione e che tutte quelle persone che hanno sacrificato le proprie vite non siano morte in vano.
Ho perso amici cari e amo pensare che siano morti per una grande causa.
Ne deduco infine che tutte le sofferenze che viviamo oggi sono per colpa Sua, e che allora forse siamo anche noi colpevoli tanto quanto lui.
Valutando la nostra situazione, la nostra società, la nostra mentalità e tutti i fattori, non avremo una vera stabilità né un vero rispetto per i diritti, né ora né nei prossimi anni.
Questo è il mio punto di vista e non sono pessimista. E' la mia opinione realistica.
Se c'è un'altro modo io per ora non lo vedo..
Che ne pensi tu?

A - Veramente non so se sono capace di avere un punto di vista “pulito” dal mio backround occidentale e capitalista, anche se preferirei non averlo. La mia speranza durante la rivoluzione del 2011 era la crescita della vostra capacità di non essere controllati da nessun “Great Man”, da nessun altro paese e da nessun' altra economia.Una nuova generazione di libici capaci di costruire la vostra strada verso la democrazia...una speranza ingenua ma sincera.
Adesso la priorità sarebbe di trovare un accordo pacifico tra poteri arroganti.Mi piacerebbe semplicemente che qualcuno tra di voi possa essere identificato come meno terribile degli altri.
Quello che veramente manca a noi qui è un vostro referente. Non sappiamo quale parte supportare. Per quello non manifestiamo, non troviamo il modo di appoggiarvi. Siamo bloccati davanti a questi terribili laptops cercando di capire qualcosa. E la stessa cosa con Siria,Tunisia e altri posti ancora: non sappiamo chi potrebbe essere capace di combattere laggiù in modo tale da costruire qualcosa che non dipenda da poteri stranieri e che non sia controllato da “monarchie militari”.

K - Hai detto tutto e mi fai ricordare una frase che spesso mi piaceva dire: “Forse il nostro destino è di poter scegliere soltanto tra “barbe e stivali”. Ma spero veramente che ci possa essere un'altra via di uscita.

A - Perché vivi ancora lì? Come mai non sei ancora fuggito?

K - Se lo chiedi a mio padre ti dice probabilmente la stessa cosa che ha sempre detto durante la guerra civile nel 2011: “La nostra famiglia non è fuggita quando sono arrivati gli Italiani, né mentre c'era il re, né quando Gheddafi ha preso in mano il governo. Allora non fuggiremo ora. Noi ci teniamo al nostro Paese”.
Mio padre ha studiato in Inghilterra per 6 anni e poi, a differenza di mille altri che sono rimasti là, lui è tornato. Mio fratello grande ha studiato in Grecia per molti anni e poi é tornato, io viaggio tanto ma torno sempre a casa. Alla fine appartengo a questo luogo.
Mi rifiuto di scappare solo perché la situazione qui non è facile, mi rifiuto di diventare un rifugiato.
Non dico che tutti debbano essere d'accordo con me, non dico che non rispetto o non ho simpatia per le persone che non sono d'accordo e che scelgono un'altra strada. Ognuno di noi deve fare quello che deve fare però alla fine “Ognuno di noi pensa di star facendo la cosa giusta, ma quello che per Dio pesa davvero è il cuore”.
E se mai arriverà un giorno che deciderò di andarmene e di vivere da qualche altra parte, lo farò con orgoglio, camminando a testa alta senza avere nulla di cui vergognarmi: lo farò per scelta, non semplicemente per andarmene perché qui non è più sicuro o per fuggire da una guerra lasciando indietro i miei cari.

Quando sono andato in Tunisia il 21 marzo scorso, non poteva esserci timing peggiore: nel momento in cui ho lasciato la Libia, sono cominciate le tensioni a Tripoli ed io impazzivo leggendo e guardando i telegiornali su internet. Dopo tante chiamate alla mia famiglia e ai miei amici, mi hanno rassicurato che la situazione non era così brutta come la presentavano su internet.
IN realtà ci sono state delle tensioni soltanto in una piccola parte della città e soltanto per un giorno, ma per me era davvero terribile essere lontano, senza sapere cosa veramente stava succedendo, dovevo affidarmi a telegiornali e internet; una condizione che mi ha reso ancora più chiaro perché non ho mai avuto fiducia in queste fonti di informazioni.Per fortuna sono riuscito a tornare a Tripoli prima che chiudessero l'aeroporto e sospendessero i voli internazionali con l'obbiettivo di non lasciar entrare a Tripoli il nuovo governo.Impazzisco solo all'idea di poter essere ancora bloccato in Tunisia. Preferirei stare nel bel mezzo di una guerra, invece di stare intrappolato fuori.


1 aprile 2016

K - Oggi è tutto tranquillo sul fronte orientale, amico mio. Un altro noioso venerdì.
I telegiornali continuano a mostrare i sostegni internazionali al nuovo Premier e qualche timida voce qui e lì prova davvero a sostenerlo.
Momento clou della giornata: Il nuovo Premier è andato alla preghiera del venerdì alla moschea di Mizaran, nel cuore di Tripoli, una mossa proprio coraggiosa con la quale ha mandato un messaggio forte. Quello che veramente ha catturato i miei occhi era quella foto con gli sguardi e i sorrisi dei vecchi che stavano dietro le finestre.



Mentre la guardavo mi è venuta in mente un'altra foto del 2012, di un vecchio che stava vicino ad una colonna in una famosa moschea Sufi – o meglio, in quello che è rimasto dalla moschea che fu distrutta dopo un raid notturno effettuato dagli estremisti. Quel vecchio nascondeva la sua faccia e piangeva. Quella foto mi è rimasta impressa e mia madre piangeva perché quella moschea si trova a Zlitin, il paese da cui viene.


Allora ha un valore inestimabile guardare oggi gli sguardi dei vecchi dietro le finestre. Gioiosi e speranzosi.
Spero veramente che il nuovo Premier non li deluda.

7 aprile 2016

K- E' una specie di circo! Non ti posso spiegare esattamente cosa sta veramente succedendo.

E' tranquillo e “sicuro” e all'improvviso a Tripoli sembra tutto calmo, riapriranno tutte le ambasciate, iniziando con Turchia e Marocco e poi seguono le altre. Il valore del dollaro è sceso in modo significativo e il problema della liquidità si sta per risolvere.

Il parlamento di Tobruk (HOR) si sta dividendo e adesso è molto più fragile.
Ci sono dei deputati che stanno boicottando le riunioni di quelli favorevoli al nuovo governo e ce ne sono altri dalle città del'Est che chiedono il federalismo e propongono di dividere il Paese. Poi ovviamente ci sono quelli che insistono ancora perché venga approvato il nuovo governo.
Intnato a Tripoli ci sono 93 membri del Congresso Nazionale Generale (GNC) che stanno boicottando. Tutti gli altri hanno fatto un'assemblea annunciando che il nuovo governo sta ufficialmente prendendo in mano la situazione, stanno formando il Consiglio di Stato come previsto dall'accordo UN.
Hanno scelto come portavoce il peggiore, Swihly da Misrata, che è stato prima con il GNC poi con HOR e poi di nuovo con il GNC e che va anche molto d'accordo con i Fratelli Musulmani.
E' un caos e il GNC è ancora molto presente, mi sembra che tutto ciò sia tagliato su misura per permettere ai Fratelli Musulmani di prendere il potere.

Mi spiego: due settimane fa GNC ha approvato due leggi, una che prevede la fustigazione come punizione per il consumo di alcool e l'altra che prevede la fustigazione per gli adulteri non sposati e la flagellazione a morte per gli adulteri sposati.
Nessuno ha il coraggio di opporsi, anche il nuovo Premier appena arrivato ha subito annunciato che la Sharia Islamica sarà l'unica base di riferimento per le leggi. Non penso che sia nella posizione per fare una dichiarazione del genere, non ha nessun potere legislativo e speravo che le ultime decisione del GNC potessero essere denunciate come non legittime, ma ora invece vedo che le riconoscono come valide. Ciò che volevano era semplicemente assicurare gli islamisti che tutto andrà come loro vogliono.
E' di nuovo un cavallo di Troia, come con le elezioni del 2012, quando il popolo non scelse gli islamisti, ma loro sono entrati dalla porta di dietro e si sono comprati il loro ritorno al potere.

Ciò che credo è che ci sarà una “luna di miele”, ci stanno restituendo quello che ci hanno tolto per circa due anni e mentre noi li ringraziamo per averci concesso i nostri diritti minimi sarà già troppo tardi per cambiare le cose. Ma forse mi sbaglio, forse il nuovo premier li sta assecondando finché non sarà davvero in grado di agire in un'altra direzione.


9 aprile 2016

K - Fin qui sono sopravvissuto all'inizio delle feste del matrimonio che mi tengono distratto da ciò che sta succedendo intorno..
Ore e ore di musica libica mi stanno uccidendo... E' peggio dei rumori degli scontri!
Spero che un giorno potremo avere una vera conversazione in Italiano. Per ora quello che ho imparato in tante lingue è come ordinare un caffè, che è la cosa più importante.
Posso ordinare il caffè in italiano, in francese, in polacco, naturalmente in arabo (in tutti i dialetti) e in inglese. Un giorno farò un salto da voi e imparerò meglio l'italiano.



Referendum vero o kazako?

16 marzo 2016
NoTriv - 17 aprile
Riflessioni su due importanti non-notizie


Il 20 marzo si tengono in Kazakistan le elezioni legislative anticipate. Il Kazakistan sì, quello per capirci del padiglione più visitato all'Expo. La cosa però non fa alcuna notizia in Italia, ma ha invece molto a che vedere con un'altra importante non-notizia che riguarda il futuro dell'Italia: il referendum del 17 aprile contro le trivellazioni lungo le coste dell'Adriatico.

Le due non-notizie meritano invece molta attenzione.

La prima, quella delle elezioni in Kazakistan, racconterebbe, se venisse diffusa, il drammatico peso dell'economia petrolifera sulla vita di un intero popolo. Infatti queste elezioni anticipate sono state annunciate dal Presidente kazako, Nursultan Nazarbayev, come necessarie per dare risposta alla difficile situazione economica del paese. Quando un anno e mezzo fa sono stato in Kazakistan a girare "I sogni del lago salato", il grande paese euroasiatico era considerato una delle nuove locomotive dell'economia globale: una nuova tigre, capace di avere tra il 2000 e il 2011 una media di crescita del PIL dell'8,4%, dati che nemmeno ricordiamo nelle nostre vecchie economie europee. I motori di questa tigre, che molte multinazionali occidentali sono state pronti a cavalcare, erano essenzialmente due: petrolio, gas e altri minerali preziosi da una parte, stabilità politica dall'altra. Due motori a cui la popolazione kazaka era chiamata a credere con indubitabile fiducia: "grazie al petrolio e al presidente il nostro paese continuerà a crescere e a farci diventare più ricchi e forti". Le città kazake erano piene di manifesti inneggianti al grande progetto di crescita lanciato dal presidente chiamato "Kazakistan 2050". Una fiducia cieca capace di guidare il paese per oltre 30 anni.
Camminare dentro questa "fiducia" con gli occhi da cittadino italiano consapevole di quanto successo nel nostro Paese dopo la grande fiducia degli anni '50 e '60, faceva tremare i polsi. Ma non esisteva quasi nessuno spazio per tentare di condividere questa preoccupazione. Tutto intorno alla fiducia era silenzio e obbedienza.
Purtroppo per i cittadini kazaki quella preoccupazione aveva invece un senso: nell'ultimo anno l'economia del Kazakistan si è bloccata, passando dal 6 all'1,5% di crescita (ultima stima, pare ottimistica, del FMI), e la moneta nazionale è stata svalutata quasi del 50% con la speranza di aumentare gli interessi di investitori internazionali (le multinazionali a cavallo della tigre, per intenderci), ma causando ovviamente un forte calo del potere d'acquisto della gente comune abituata a consumare molti prodotti di importazione. Il motivo principale della crisi è certamente il crollo del prezzo del petrolio, ma a questo va affiancata la scelta politica degli ultimi vent'anni di non differenziare l'economia nazionale e di legarla al controllo delle multinazionali del petrolio e del mercato da loro gestito. Una scelta sostenuta da quella silenziosa e cieca fiducia di cui parlavo sopra, che le classi dirigenti internazionali preferiscono definire "stabilità politica".
Insomma: per vent'anni i kazaki hanno saputo che affidandosi ai signori del petrolio e del governo le loro vite sarebbero state sempre migliori, e ora scoprono che non è così.
Per paura che possano arrabbiarsi (cosa tutt'altro che semplice, viste le forti misure di controllo da sempre utilizzate dal governo e dal suo presidente) Nazarbayev ha anticipato le elezioni legislative, sostenendo la necessità di dare voce al popolo per reagire alle contingenze economiche.
Qualcuno ci ha provato a prendere sul serio l'invito del presidente, ma ha avuto qualche problemino: moltissimi candidati dei partiti di opposizione (quelli veri, non quelli creati ad hoc per far bella figura con i controlli spesso ipocriti delle democrazie occidentali) sono stati esclusi per vari motivi dalla competizione e non c'è alcuna possibilità di sconfiggere il partito del presidente, che si chiama come lui "Nur". Anche il più ingenuo degli scommettitori potrebbe oggi  puntare ad occhi chiusi su una vittoria di Nur con almeno l'85-90% dei voti, come è stato per tutte le consultazioni dopo il crollo dell'Unione Sovietica, durante la quale Nazarbayev era per altro già segretario del partito comunista kazako.
Domenica prossima la stabilità politica kazaka sarà confermata e potrà sostenere il vero piano chiesto al governo kazako dai famosi cavalcatori della tigre: visto che il paese sta crollando, loro rischiano di perdere gli investimenti e quindi hanno bisogno di essere aiutati; come? Semplice: vendendogli il paese stesso a basso costo e in fretta, visto che nella foga della grande corsa al paese è stato addirittura affidato il prossimo Expo, nel 2017. La notizia è raccontata senza mezzi termini dal gestore principale dell'economia nazionale, fedele amico di Nazarbayev: Umirzak Shukeyev, presidente del Fondo Nazionale Sovrano "Samruk-Kazyna", che ha dichiarato: "La nostra strategia di investimento sta cambiando e stiamo per lanciare nuovi investimenti in partnership con grandi società internazionali, a cui siamo pronti a concedere quote di maggioranza". Bingo.

In poche parole, il Kazakistan sta oggi vivendo in pochi mesi la parabola classica del rapporto tra economie petrolifere e vita reale dei cittadini. Una parabola che le nostre democrazie più mature hanno cercato di mitigare introducendo filtri, diritti e controlli, ma che ha prodotto gravissime conseguenze anche nelle vite di tantissimi italiani: inutile che vi racconti cosa significano Gela, Marghera, Mantova e tante altre ferite aperte nel corpo sociale e biologico della nostra società.
Le trivellazioni nell'Adriatico si muovono nello stesso solco e fermarle oggi è un segnale di democrazia e maturità civile necessario. Così come è necessario che questa scelta sia davvero affidata ai cittadini: lo strumento esiste, il referendum del 17 aprile, ma per ora è insabbiato, nascosto, taciuto. Vogliamo che questo appuntamento elettorale segua la strada delle elezioni in Kazakistan? Vogliamo far finta di mettere la scelta nelle mani dei cittadini e poi impedire a loro di sapere che possono agire quella scelta? Preferiamo aprire una discussione vera sul futuro della nostra vita o affidarlo ad una solida silenziosa stabilità politica?


Per parlare di tutto ciò nelle prossime settimane accompagnerò alcune proiezioni del mio film "I Sogni del Lago Salato" organizzate in collaborazione con l'associazione A Sud e il Comitato promotore del Referendum 'Vota SI per fermare le trivelle'. 
Il primo appuntamento è proprio domenica 20marzo, poco dopo gli exit pol kazaki.
Vi aspetto domenica 20 marzo al Centro Sociale La Strada Roma alle 20.00. Come ci sarà Moni Ovadia e alle 21.30 proietteremo 


DOPO FUOCOAMMARE - LETTERA APERTA ALL'EUROPA CHE SI ' COMMOSSA

Non usiamo le Lampeduse d'Europa per coprire scelte e responsabilità.

Un grande regista italiano, maestro di un cinema, quello documentario, sempre più importante nel mondo,  ha fatto un' opera essenziale e tagliente sull'ormai "ingombrante" tragedia dei migranti.
Molta Europa, quella artistica, quella sociale e anche quella politica, si è commossa.
La ferocia e la banalità del male si sono uniti in istanti di cinema, che la maestria di Rosi ha saputo cogliere dal corpo ferito dell'umanità.

Ora è a mio avviso necessario che quell'emozione non risolva e non pulisca le coscienze.
E' necessario che chi sostiene e dichiara di aver provato emozione e dolore, sia ora capace di svolgere il proprio sguardo e la propria azione in direzioni non miopi e ambigue, come sono la maggior parte di quelle sviluppate fin qui.

Già da troppi anni parlare di Lampedusa e delle sue tragedie serve purtroppo a non capire o a non dire ciò che le classi politiche europee stanno facendo. Ora abbiamo l'occasione di cambiare rotta.

Fuocoammare ha, o meglio sceglie due limiti e dentro a quei limiti trova la sua posizione e la sua potenza: da una parte limita il suo sguardo al momento dell'impatto, al confine di guerra, allo spazio di transito tra un prima sconosciuto e un dopo quanto meno incerto, dall'altra evita di conoscere i migranti e dà a loro il ruolo epico di corpi in bilico tra vita e morte.

Se vogliamo onorare il film di Rosi, dobbiamo essere pronti a superare i suoi coscienti limiti e andare oltre il film, smettendo di rifugiarci in errori di posizione, errori che a volte sono inconsapevoli, ma molto spesso voluti e interessati.
Credo sia fondamentale fare due cose: non concentrare lo sguardo solo sulle Lampeduse d'Europa (Idomeni, Lesvos, Calais, Ceuta e via dicendo) e imparare a conoscere i migranti come persone con storie, desideri, progetti.
Se noi concentriamo la nostra attenzione sui luoghi di confine (i più capaci di produrre immagini ed emozioni potenti) immagineremo poi solo azioni da attuare in quei luoghi. Per questo spendiamo miliardi per militarizzare il Mediterraneo e le altre frontiere e miliardi per finanziare i paesi (Marocco, Egitto, Turchia, Libia, Tunisia, Ucraina e via dicendo) che stanno appena al di là di quei luoghi affinché facciano il lavoro sporco che permetta ai nostri cuori sensibili (anche se ormai abbastanza anestetizzati) di non vedere i morti sotto casa. 

Tutta l'attenzione pubblica e politica sta intorno a luoghi di transito e di scontro. Quali sono le domande che ci stiamo ponendo? "E' giusto o meno erigere barriere come quelle ungheresi o macedone?",  "Come può la Grecia ridurre gli arrivi a Lesvos?", "E' giusto dare 3 miliardi a Erdogan?", "Come faremo a limitare i flussi se in Libia non c'è un governo stabile?" "E se gli austriaci chiudono il Brennero, o i francesi Ventimiglia?".

Questo è ciò di cui stiamo parlando. Ma questo non ci aiuta in alcun modo a dialogare con la realtà di chi in quei luoghi transita.
Nessuno dei migranti coinvolti ha nulla a che vedere con quei luoghi (e in questo l'estraneità tra migranti e Lampedusa nel film di Rosi aiuta a riflettere). A Lesvos o Idomeni ci sono Siriani, Afghani, Pakistani, Uzbeki, Iraqeni, Somali, Bengalesi, Palestinesi. A Lampedusa Gambiani, Nigeriani, Ghanesi, Maliani, Eritrei. E così per tutti gli altri punti di contatto e conflitto.

La domanda è: cosa conosciamo delle loro storie? Cosa siamo capaci o possiamo immaginare di fare nei luoghi di partenza e di arrivo? Abbiamo immaginato strade per intercettare la necessità di fuga o il desiderio di cambiamento nei luoghi di partenza? Sappiamo dialogare con chi è arrivato per costruire ponti con chi vuole partire? La risposta nella gran parte dei casi è negativa. Tutti sappiamo o possiamo ben immaginare quale dialogo siano in grado di avere con migranti e profughi le nostre sedi diplomatiche, consolari o i nostri uffici immigrazione o la gran parte dei centri di accoglienza o identificazione. Sappiamo bene che non funzionano, ma non ne parliamo, perché il problema non sta lì, il problema è sempre e solo al confine.
E perché? Perché la parola d'ordine è sempre la stessa: ridurre il numero di ingressi irregolari chiudendo i "buchi" da cui passano.
Il rapporto è quantitativo ed è affidato ad esperti della gestione quantitativa, ovvero corpi di polizia o militari. Corpi spersonalizzati che incontrano altri copri senza identità, sperando siano vivi, ma sapendo che inevitabilmente alcuni saranno morti.

Quindi?
Finisce anche questo ennesimo articolo con l'improbabile e generalista appello a politiche di aiuto allo sviluppo e con i soliti richiami alle responsabilità storiche dell'Europa?

No, finisce con una storia.
Quella di Jamadou, un amico ivoriano.
L'ho incontrato stamattina all'entrata del mercato di Piazza Vittrorio, a Roma. Non lo vedevo da almeno 4 anni. Ci eravamo conosciuti durante le riprese del mio documentario "Il Sangue Verde". Jamadou viveva a Roma, ospite del centro sociale Ex-Snia, uno dei pochi luoghi dove furono ospitati i braccianti africani in fuga da Rosarno, dopo i vergognosi eventi del gennaio 2010.
Era in Italia già da 2 o 3 anni. Era arrivato a Lampedusa dopo mesi di deserto, aguzzini e polizie libiche e un paio di viaggi in mare andati male. Senza documenti, sballottato da una campagna all'altra del sud Italia a raccogliere per noi pomodori, arance e patate, ovviamente senza alcun contratto, spesso senza paga e dormendo in baracche o case abbandonate. La sua vita è andata avanti così per almeno 5 anni, finché un giudice non ha accettato il suo secondo o terzo ricorso, concedendogli un permesso di soggiorno. Da lì piano piano Jamadou si è ricostruito una vita normale. Ora lavora come magazziniere in un grande supermercato, vive in un appartamento con amici ed è anche potuto tornare a casa, in Africa, dove grazie alle rimesse sta aiutando fratelli e cugini.

Perché è normale, se non addirittura necessario che la stragrande maggioranza dei migranti possano arrivare ad una "normalità" solo dopo anni di sfruttamenti e illegalità? Perché la storia di Jamadou è la norma? E perché le uniche alternative al destino di Jamadou sono o starsene a casa o morire? I nostri Paesi non sono in alcun modo capaci di dialogare in partenza con chi vuole partire? Siamo destinati a incontrarli (vivi o morti) solo nel punto di impatto? O forse vogliamo che sia così per poter sempre più accreditare quella militare come unica risposta?

Queste sono le domande che vorrei avessimo il coraggio di porre dopo aver visto Fuocoammare.
Non limitiamoci a parlare del mare, delle barche, dei salvataggi o dei naufragi. Onoriamone dolore e dignità, ma poi capiamo che non sta lì il centro della questione. Il nobel a Lampedusa o a Lesvos, per quanto sia chiara la forte coscienza che ne genera la richiesta, rischia di essere l'ennesima distrazione dalle nostre responsabilità e dal nostro ruolo.
Se non vogliamo che sia così, impariamo a superare questi limiti, altrimenti l'unico terreno di confronto sarà tra chi vuole muri e chi li vuole abbattere. Il problema non sta a Lampedusa o a Idomeni. Sta li dove partono e lì dove arrivano i viaggi. Lì dove è possibile conoscere i migranti non come corpi schiacciati, ma come persone con idee, progetti e storie. Lì dove è possibile provare a costruire con loro risposte ad esigenze che, pensandoci bene, sono comuni a tutti noi. 
Altrimenti ci rimangono solo la distanza e l'impotenza, di fronte alle quali l'unica soluzione è quella tecnica e disumana delle forze militari.

Per ringraziare fino in fondo il gesto cinematografico di Gianfranco Rosi, non servono celebrazioni di frontiera, ma cambiamenti di rotta. Solo così possiamo sperare che quelle scene non si possano mai più filmare.

Andrea Segre




LO SCIOPERO DELL'AIUTO

La notizia del giorno è che Sacha Baron Cohen e la sua fidanzata Isla Fisher hanno donato 1milione di dollari per i rifugiati: 500mila a Save The Children e 500mila a International Rescue Committee.
Mentre leggo, mi arrivano altre due mail, una di una tale Anna che invita a firmare online per aiutare l'UNHCR ad aiutare i profughi e una di Michael che invece mi ricorda che se dono entro il 31 dicembre per aiutare i profughi posso detrarmi la donazione dalle tasse.
"Ah, ecco perché Sacha Baron Cohen e fidanzata hanno donato proprio ora" penso maligno.


La gara è aperta. Il mondo ricco attraversa la sua ennesima ipocrita crisi morale e ha bisogno di qualcuno capace di aiutarlo a non sentirsi troppo in colpa.
Capita ciclicamente ogni 3-4 anni, dalla carestia in Etiopia allo Tsunami, dai profughi kosovari al terremoto di Haiti. Cause politiche o ambientali che siano, ormai poco cambia. Noi qui stiamo bene, lì si sta male e noi soffriamo per loro. Questo ormai l'equilibrio inscalfibile del mondo, l'unica cosa che cambia è il confine tra dentro e fuori (noi in Sud Europa lo sappiamo bene, scivolare dall'altra parte del confine è un attimo).
Una mia amica che lavora per Save The Children pochi giorni fa bevendo una birra ad un aperitivo romano mi ha rivelato che sono ormai talmente pieni di soldi che non sanno bene cosa farsene. Secchi di donazioni, a cui ora si aggiungono anche quelli del comico inglese.
Non ho dubbi che tanto Save The Children quanto MSF, HRW, IRC, Emergency, Oxfam & co. sapranno fare del loro meglio per mantenere una certa credibilità e troveranno il modo per aiutare centinaia di profughi, ma in queste poche righe di fine anno chiedo a loro di fare prima di ogni altra cosa un gesto fondamentale: aiutare non i beneficiari del dono (i profughi), ma i donatori (i benestanti in crisi morale, noi). Chiedo a loro di aiutarci a capire dove siamo arrivati e cosa oggi spinge anche un comico inglese a donare 1 milione di euro. Come possono farlo? Con un'azione mai vista prima nella storia dell'umanitarismo. Uno sciopero dell'aiuto. Un'azione di disperazione, una delle ultime spiagge della nostra umanità. Vorrei sentire il direttore di Save The Children insieme ai suoi colleghi ben pagati dichiarare che hanno soldi a sufficienza per aiutare, ma che non serve a nulla che siano loro ad aiutare. Perché loro possono solo curare le conseguenze quando ormai è troppo tardi e che se il mondo continuerà ad affidarsi a loro sarà sempre e solo troppo tardi. Voglio che si presentino tutti insieme, ben vestiti e ben curati, davanti ai loro amati mass media, insieme a tutti i loro amati testimonial e dicano a tutti i loro amati donatori: "Noi abbiamo tutti i vostri soldi e ora staremo fermi immobili con tutti i vostri soldi, finché voi tutti non vi arrabbierete!"
Arrabbiarsi? Perché?
Ecco tre buoni motivi:
1. Perché i nostri Governi da almeno 20 anni utilizzano soldi pubblici per bloccare, reprimere, deportare, rinchiudere centinaia di migliaia di esseri umani, che sono esattamente quelli che ora diciamo di voler aiutare
2. Perché nessuno dei nostri Governi ha mai saputo creare canali umanitari sicuri e legali per permettere la salvezza di centinaia di migliaia di esseri umani, che sono esattamente quelli che ora diciamo di voler aiutare
3. Perché tantissimi di noi benestanti donatori abbiamo sostenuto in modo diretto o indiretto scelte di chiusura, paura, discriminazione che hanno violato i diritti e le vite di centinaia di migliaia di esseri umani, che sono esattamente quelli che ora diciamo di voler aiutare

Che bella giornata di democrazia e civiltà sarebbe. Milioni di donatori messi di fronte alle proprie dirette responsabilità e non liberati da quelle stesse responsabilità grazie ai loro doni.
Chissà come reagirebbe Sacha Baron Cohen? Quante responsabilità può coprire 1 milione di dollari (sia pur detraibile)?

Questo è il mio invito per il 2016. La speranza che possa essere un anno in cui abbiamo il coraggio di capire che la nostra non è una crisi morale, ma una crisi strutturale. Siamo una società che non solo produce disuguaglianze intollerabili (frase diventata ormai quasi una banalità da sfoggiare durante comodi aperitivi urbani con amici umanitari), ma che ha anche imparato a considerarlo un destino ineluttabile, da affidare a donazioni o distrazioni.
Almeno finché non capita anche a te di cadere al di là del confine. Allora capisci e ti arrabbi, ma è troppo tardi anche per te e speri che arrivi almeno un comico inglese a salvarti.
Ma se preferiamo evitare di affidarci al comico inglese o alla sua fidanzata, allora è meglio accorgerci che la crisi di cui stiamo parlando non riguarda i profughi o i nostri sensi di colpa, ma l'impianto ingiusto della società globale e in particolare l'assenza di un welfare globale, di un progetto di redistribuzione dei redditi e dei diritti che vada ben al di là di vecchie frontiere nazionali, già da un po' sbriciolate dai mercati e dai commerci. Attenzione, non sto parlando di massimi sistemi, ma di tutti noi. Fermatevi un istante, qualsiasi cosa stiate facendo e guardatevi intorno: il 70% almeno di ciò che indossate, guardate, mangiate si dissolverebbe se voleste rinchiudervi dentro alla vostra frontiera nazionale o regionale addirittura. Allora perché voi potete avere un auto koreana o riscaldarvi col gas kazako e le vostre tasse e ancor più quelle del produttore koreano o kazako non dovrebbero aiutare un ragazzo gambiano che scappa da un paese dove si vive con meno di 20 euro al mese?

Ma non preoccupatevi, perché se non avete una risposta, penso che Sacha Baron Cohen sia assolutamente in grado di suggerirvi un modo per ridicolizzare la domanda.

Buon anno.
Andrea Segre








IL PARADOSSO DI ILIA - Incontri lungo il confine greco-macedone




Ho incontrato Ilia a Eidomeni. Sono due nomi che probabilmente non vi dicono nulla, ma che possono aiutarci a capire molto di ciò che ci sta succedendo.
Eidomeni sta 70 km a nord di Salonicco, è l'ultimo villaggio greco prima del confine con la Macedonia. E' da quasi vent'anni uno dei punti di passaggio della cosiddetta rotta balcanica, la via che seguono i migranti asiatici e mediorientali per raggiungere l'Europa. A Eidomeni c'è una grande frontiera con autostrada a 4 corsie e check point di tutto rispetto. Ma di là passano i cittadini normali, molti macedoni, serbi, ma soprattutto greci che amano andare a giocare nei casinò macedoni gestiti dai miliardari turchi. I non cittadini, quelli che per anni abbiamo chiamato “clandestini” e che oggi chiamiamo "profughi", cercano da sempre di passare lungo il fiume, seguendo i binari dell'unica linea che collega Salonicco a Belgrado. I passaggi sono difficili e per anni ci si è riusciti solo grazie all'”aiuto” ben pagato dei passeurs, quelli che noi chiamiamo erroneamente trafficanti. 1500-2000 euro a testa per scappare da Schengen illegalmente, verso la Schengen che conta. Un ironico destino lasciato nelle mani e nelle tasche di passeurs greci, macedoni, albanesi o afghani, non certo attenti al rispetto delle persone, anzi.
Quest'estate la Turchia, sotto pressione dei rifugiati siriani e per esercitare pressione sulla Grecia (che significa Nato ed Europa), ha bloccato i controlli sulle coste e ha lasciato partire centinaia di barche. In migliaia sono arrivati nelle isole greche e la polizia greca, per ridurre la pressione sulle isole e per fare pressione sull'Europa. ha organizzato navi e autobus per aiutare i profughi (gli ex calandestini) a raggiungere i Balcani e l'Europa. Quale strada ha utilizzato? Non quella verso i casinò, ma quella stretta tra binari e fiume. Lì questa estate sono esplose le tensioni con la polizia macedone, impegnata ad usare lacrimogeni e manganelli, e lì oggi c'è un campo profughi gestito da UNHCR, MSF, Croce Rossa e altri, per filtrare il passaggio e evitare scontri. Tutti i “profughi” che arrivano a Eidomeni in autobus (pagato da loro stessi) aspettano ore in mezzo al nulla per transitare nelle tende umanitarie e poi passare in gruppi di 50 dall'altra parte. Al di là trovano altre tende bianche e dopo altre ore di attesa prendono un treno per Belgrado.Da Belgrado sono altri giorni di bus, treni e tende bianche per provare a raggiungere Germania, Austria, Belgio e qualcuno (pochi per ora) l'Italia.



Ho incontrato Ilia in una delle tende bianche del campo di Eidomeni.
"Sono un imprenditore agricolo siriano, mi chiamo Alì, ma voi potete chiamarmi Ilia, è più bello, intanto qui i nomi valgono poco. Guarda come mi hanno registrato al mio arrivo in Grecia - e mostra un foglio dove i suoi dati rispetto al passaporto sono completamente sbagliati - Tutti gli amici con cui sto viaggiando ora mi chiamano capitano, perché quando siamo saliti in barca dalla Turchia, i turchi ci hanno lasciati soli e io ho preso il comando. Per fortuna il mare era piatto e siamo arrivato senza problemi. In Siria fino a due anni fa lavoravo le mie terre, ho studiato agraria all'Università, ma poi ho manifestato insieme a centinaia di amici per libertà e democrazia e Assad mi ha messo in carcere. 18 mesi di carcere, senza vedere mai nessun avvocato, nessun giudice. Quando sono uscito è perché il carcere è stato attaccato e la polizia è scappata. Credevo avessimo vinto, invece fuori ho incontrato pazzi estremisti che mi chiedevano di andare in moschea tutti i giorni. Io credo solo nella terra, sono ateo. Volevo più libertà, non più moschee. Così dopo un po' ho deciso di andarmene. Ho venduto le mie terre e sono andato a Beirut, ho messo i miei soldi in una banca in Libano che mi darà una rendita di 1000 dollari al mese per 3 anni. A Beirut ho cercato di capire come e dove potevo andare per provare ad avere un'altra vita nella speranza di poter presto tornare. L'unica informazione che ho ricevuto è stata di prendere un volo per Smirne e di andare sulla costa che mi avrebbero fatto arrivare in Grecia e poi in Europa. Ci ho provato, ma se avessi potuto con molti meno soldi sarei volato verso il sud Italia o la Sardegna o Siviglia, con i soldi che ho lì posso vivere bene. O anche qui in Grecia, potrei stare a Kabala, è bellissima Kabala. Ma questa scelta non posso farla." "Perché?" "Prima perché non avevo il permesso e ora…ora non so esattamente perché, ma è come se io dovessi stare qui in questa tenda, perché qui sono un profugo e ora in Europa ho questo ruolo. E devo stare con i miei amici, abbiamo viaggiato insieme, sono il loro capitano" E ride, con occhi pieni di luce, ma confusi in quell'imbuto dove migliaia di "profughi" sono incanalati verso l'"Europa". "Dimmi tu, che devo fare? - ride ancora - ho bisogno di consigli, di capire. Qui non ci dicono nulla, ci danno vestiti, cibo, giochi per i bambini, guarda ci sono anche i clown per noi!" E' vero nelle tende bianche esistono non solo i medici, ma anche i clown senza frontiere, Per aiutare i profughi a distrarsi un po'.

"Io sono un imprenditore agricolo con dei soldi in una banca libanese, perché devo fare il profugo? Non so, ma ora sto qui e vado avanti. Che di qui ci fanno passare." Il passaggio si basa su riconoscimento estetico. Qualche ora dopo aver incontrato Ilia cammino verso la frontiera e lo faccio superando i gruppi di 50 ognuno che attendono l'autorizzazione. Un poliziotto mi ferma, dice che devo stare con il mio gruppo, un altro mi guarda meglio e dice al collega che io non sono uno di loro e che posso camminare dove voglio. Ma la frontiera non la posso attraversare lì. La mia è quella a quattro corsie, verso i casinò.

Questo è il paradosso di Ilia. In vent'anni non abbiamo fatto quasi nulla per saper dialogare con quelli che a seconda delle stagioni chiamiamo clandestini o profughi. Abbiamo continuato a gestire emergenze attraverso strumenti impersonali e massificati, siano essi centri di espulsione, di accoglienza, tende bianche o clown. Non sappiamo parlare con Ilia e Ilia non sa come parlare con noi. E se ora la quantità di Ilia intorno a noi sta crescendo non è solo per la guerra, ma anche per colpa di questo paradosso. A Eidomeni c'erano famiglie siriane in fuga, ma anche tantissimi migranti che usano questa porta aperta dall'emergenza in corso perché molte altre sono chiuse o non esistono. Così si concentrano nei luoghi assurdi come Eidomeni, che diventano simbolo della nostra paura e occasione di potere o visibilità per coloro a cui affidiamo la soluzione delle nostre paure.

E' necessario che tutti noi, da chi ha ruoli istituzionali ai semplici cittadini, troviamo strade per conoscere Ilia, in partenza e in arrivo. Anche per questo credo sia fondamentale che i comuni italiani utilizzino in questi mesi una grande opportunità, quella di utilizzare i fondi e le competenze del Servizio Centrale SPRAR per aprire nuovi luoghi di accoglienza, che prima di tutto è conoscenza e preparazione per un cambiamento che non è in arrivo, ma già ampiamente in corso. Domani a Venezia gli esperti SPRAR incontrano gli enti locali del Nord Est per presentare il nuovo bando. Non perdiamo questa occasione. 


M.I.N.I. Expo - Made in the New Italy


Il 31 ottobre chiude EXPO, l'Esposizione Internazionale, il cui tema centrale è stato il cibo e la sostenibilità alimentare come questione chiave per lo sviluppo globale.
Il cibo italiano, orgoglio nazionale esportato all'estero, deve molto alle braccia e alla fatica di decine di migliaia di braccianti stranieri. Le loro storie e le loro culture sono poco note e spesso non hanno diritto di cittadinanza nella società italiana. Molti di loro sono soggetti a violazioni di diritti e costretti a vivere e lavorare in condizioni di assoluta precarietà.
Da anni ZaLab segue le storie di migranti impegnati nell'agricoltura, raccontandone non solo le storie ma anche, dove necessario, la rabbia e l'indignazione per le condizioni di vita e di lavoro a cui sono sottoposti.
Lo abbiamo fatto in particolare con il film IL SANGUE VERDE (prodotto nel 2009), dalla cui esperienza è nato l'Osservatorio Braccianti, uno spazio web per la raccolta di testimonianze, denunce ed iniziative, che è ancora oggi online grazie alla collaborazione con TerreLibere.
In quest'ambito nasce l'idea di MADE IN THE NEW ITALY, un'azione di comunicazione virale che vuole sottolineare l'urgenza di questa tematica in un momento di ampia attenzione pubblica sul tema del cibo.

#MadeInTheNewItaly
I VIDEO E LE LORO STORIE
Il 31 ottobre chiude l'EXPO dedicato al cibo. Dedichiamo l'ultima settimana al Made in the New Italy. Molti dei prodotti alimentari che rendono famoso il nostro paese sono infatti frutto del lavoro di "nuovi italiani". 

Tra il 26 e il 30 ottobre 2015, verranno pubblicati qui, sulla pagina facebook diZaLab e su Repubblica.it, cinque video che raccontano i prodotti del Made in The New Italy.

26/10: Melanzana 
27/10: Arancia 
28/10: Anguria 
29/10: Pomodoro 
30/10: Cipolla 

Il progetto sarà accompagnato da un piccolo gioco al quale tutti potranno partecipare tramite la pagina Facebook di ZaLab: ogni giorno dal 26 al 30 ottobre verrà pubblicato alle 9:00 un video breve nel quale si potrà ascoltare una lingua straniera non sottotitolata. Gli utenti potranno commentare tramite facebook e il primo che indovinerà la lingua in questione, riceverà in regalo i dvd de Il Sangue Verde (contenente anche A Sud di Lampedusa) e quello (appena edito) di Limbo.

Chi dovesse riuscire non solo ad indovinare la lingua, ma anche a fornire la corretta traduzione, riceverà in regalo i dvd de Il Sangue Verde (contenente anche A Sud di Lampedusa), Limbo, Il Pane a Vita (contenente anche E' Finita) e Container 158. 

La soluzione verrà fornita sulla pagina facebook di ZaLab alle ore 16 circa, quando i video completi appariranno su Repubblica.it.

Per ogni informazione, scrivete a comunicazione@zalab.org.
 
Scopri con noi quali sono le storie del Made in The New Italy, scopri chi c'è dietro. 
#MadeInTheNewItaly

Gorizia - risposta a commenti

Ecco mia risposta a commenti pubblicati nella pagina del post GORIZIA-FRIULI-ITALIA, LA VERGOGNA ORDINARIA

Lascio libertà a tutti di esprimere le proprie opinioni, ma chiedo di cercare la dignità di non offendere. Se non vi è possibile, evitate di rovinare questo spazio di libero dialogo.
Detto ciò: rispondo alle domande concrete.
1. Tra i ragazzi della giungla ci sono anche coloro che sono venuti in Italia per evitare espulsione dall'Inghilterra, che per pulirsi la coscienza ha deciso che l'Afghanistan è diventato luogo sicuro dove la guerra è finita e quindi si possono rimandare a casa gli ex-profughi di guerra. Se siete tra coloro che pensano che i talebani siano un rischio per l'umanità, allora non siete d'accordo con l'Inghiletrra, ma con i ragazzi della giungla e con la maggior parte delle commissioni per il diritto d'asilo d'Europa, tra cui anche Gorizia.
2. Perché hanno 200 euro e il cellulare smartphone? Perché sono in viaggio per provare a cambiare la loro vita in un mondo che gli impedisce di farlo, quindi hanno bisogno di molti più soldi di noi per viaggiare (io a Kabul vado con 600 euro e non rischio nulla, loro rischiano la vita e spendono 3-4000 euro). Dove li trovano? Risparmi di genitori e parenti, o amici già arrivati che mandano denaro o, ahiloro, aguzzini che prestano con usura, e tra loro molti sono europei. Il cellulare che costa 200 euro se ne spendi 3-4000 per viaggiare è la prima cosa che compri, perché è necessario per essere sempre in contatto via internet con amici e parenti lontani che mandano soldi e vogliono sapere dove sei e perché permette di muoverti avendo mappe google e GPS. A questo proposito, visto che vi stupite che abbiano soldi, perché per risolvere il problema giungla non accettate che loro affittino delle case? Alcuni di loro mi hanno detto che pagherebbero volentieri e che ci hanno anche provato, ma nessuna agenzia li ha aiutati.
3. Non sono deperiti dalla guerra. Alcuni di loro hanno segni fisici molto pesanti, ma la gran parte di quelli che avete visto voi sono giovani e forti per re motivi: a) solo giovani maschi in salute accettano di resistere addirittura alla giungla per provare ad avere il permesso e lasciano le famiglie ad aspettare altrove (spesso a casa o in luoghi di transito), poi proveranno il ricongiungimento; b) di base la grande maggioranza dei viaggiatori "illegali" sono giovani e maschi e in buona salute, perché sanno a cosa vanno in contro, sono l'avanguardia che le comunità inviano per provare a cambiare la loro vita. c) quelli segnati dalla guerra spesso non ce la fanno ad arrivare fin qui, se provano a viaggiare.
4. Fanno collassare il welfare italiano. E' molto molto falso. Leggete le statistiche ufficiali dell'INPS e guardatevi intorno, soprattutto in cittadine di provincia come Gorizia. Siamo un Paese di vecchi, spesso vuoto, con case occupate da singole persone. Il nostro sistema sociale (quello pensionistico in primis) non reggerebbe questo sistema senza altri giovani e siccome i nostri se ne vanno, dobbiamo sperare che ne arrivino di nuovi. Gli immigrati coprono il 14% del budget necessario a pagare le pensioni. Se li respingiamo o li blocchiamo, crolla il sistema pensionistico. E poi sarebbe bello avere città meno vuote e più vivaci no? Comunque, non preoccupatevi goriziani…i ragazzi della giungla e tutti i richiedenti asilo appena avranno la protezione (che qualsiasi commissione competente darebbe loro), se ne andranno e vi lasceranno soli. Forse un po' troppo soli.
Per essere poi ancora più chiari, tutta sta discussione a Gorizia riguarda 150 persone nella giungla, più altri 300 circa in tutta la provincia regolarmente accolti (200 erano al 30.12.2014 secondo il Ministero Interni, qualche posto poi si è aggiunto nel 2015, ma credo meno di 300 a dire il vero). Parliamo di massimo 450-500 persone in una provincia di 142mila abitanti. Vi rendete conto? E' assurdo non saper gestire una dimensione così irrisoria. Costano 35 euro al giorno? Sapete cosa significa per i goriziani? Siete 142mila di cui solo 20mila sotto i 18 anni, quindi calcoliamo 120mila persone capaci di generare reddito. Bene il costo quotidiano per ognuno di voi è di 0,08 euro al giorno per mantenere tutti i 300 richiedenti asilo, che al mese fa 2,6 euro a testa. Questo state spendendo Goriziani per mantenere 300 richiedenti asilo. Meno di nulla. Potreste tranquillamente triplicare o quadruplicare o decuplicare il vostro sforzo. 0,8 euro al giorno per dare accoglienza degna a 3000 persone io li metterei volentieri, piuttosto che lasciarne 150 in balia dell'Isonzo. Voi?
Piuttosto al questione è come vengono spesi quei 35 euro. Sarebbe giusto controllare chi li gestisce, invece di discutere sui numeri dei richiedenti.
5. Su di me, non rispondo alle offese, ma credo sia molto utile a qualsiasi democrazia che persone non "locali" arrivino di tanto in tanto ad osservare cosa succede nei "luoghi". Farsi vedere da fuori, da altri, aiuta a capirsi meglio. Io lo faccio da anni con me stesso, facendomi volentieri guardare e giudicare da uomini e donne di tante diverse culture. E' davvero molto utile e istruttivo.

Chiudo con tre consigli a tutti i goriziani e italiani che in centinaia stanno leggendo in queste ore questa pagina:
1. Visitate di persona i luoghi di accoglienza o non accoglienza e conoscete di persona i migranti. A Gorizia oggi significa ad esempio chiedere alla prefettura di entrare nel CARA di Gradisca per vedere e capire come si vive lì dentro. Ma anche fermare ogni tanto i ragazzi afghani-pakistani e parlare con loro. Moltissimi parlano un ottimo inglese.
2. Invitate osservatori esterni nelle vostre città: scrittori, parlamentari, giornalisti, ma anche solo amici, conoscenti che non sono "abituati" alle dinamiche locali e che possono aiutarvi a capire cosa succede da voi.
3. Chiedete alle istituzioni di attivare procedure "normali" e di qualità, che garantiscano la capacità democratica dell'Italia ad affrontare un flusso per ora ridicolo a livello quantitativo. Ci renderebbe più umani, più giusti e meno costosi. Oltre a prepararci con più dignità e utilità al futuro, che ormai la storia ci dovrebbe aver spiegato essere inarrestabile. 

Gorizia-Friuli-Italia, la vergogna ordinaria

In una dei capoluoghi di provincia del civile Friuli, Gorizia, si è consumata ieri una giornata di "ordinaria" vergogna.
Ordinaria perché in città è considerato normale non solo che circa 150 esseri umani vivano come animali lungo le sponde del fiume Isonzo, ma anche che siano in oggettivo rischio di vita dopo 48 ore di piogge ininterrotte che fanno alzare il livello del fiume beN oltre il livello di guardia.
Ma ricostruiamo con calma il quadro. 


A cinque minuti dal certo storico dj Gorizia, ricca cittadina mitteleuropea ordinata e spesso semivuota, vicino all'entrata della sua fiera c'è un luogo disumano dove sono abbandonati 160 esseri umani che avrebbero il diritto di protezione.
Sono cittadini di origine afghana e pakistana che hanno fatto richiesta d'asilo alla Prefettura di Gorizia e che sono in attesa di essere convocati dalla Commissione. Questa attesa può durare anche un anno, nel frattempo lo Stato italiano dovrebbe garantire loro condizioni degne di accoglienza essendo loro obbligati per legge a rimanere nel territorio nazionale. Per queste 160 persone ciò non vale e di fatto, da mesi e mesi, sono lasciati a sé stessi e vivono in condizioni inconciliabili con uno stato minimo di civiltà e diritto. Essenzialmente ridotti allo stato animale.
Nella giungla (così la chiamano in città), lungo il fiume Isonzo con tende da campeggio o copertura di fogliami e legna, scaldandosi col fuoco e cucinando con l'acqua stessa del fiume e senza alcun servizio igienico.
L'unico supporto che hanno è affidato ad associazioni anti-razziste (pochi cittadini attivi per la tutela dei diritti) e alla Caritas, in una parrocchia che sta sulla riva opposta del fiume, dove ogni sera tre volontari fanno loro da mangiare e dove possono fare una doccia calda ogni tre quattro giorni a seconda dei turni.

Lunedì sera mi trovavo a Gorizia per presentare il mio film "I sogni del lago salato" e avendo sentito parlare di questa situazione ho deciso l'indomani, martedì, di andare a visitare la giungla.
Pioveva. Pioveva ininterrottamente da due giorni. 
Giuseppe, il gestore del Kinemax, e il suo amico Gigi, hanno accompagnato me e Doula nella giungla, perché anche loro a Gorizia si erano abituati a quella notizia, ma non erano mai stati a vedere.
L'impatto è stato molto duro.
Finché leggi le notizie e senti dibattiti tra vari politici locali sulle solite parole d'ordine ("non c'è più spazio", "non possono venire tutti qui" etc etc) non puoi capire di cosa realmente si sta parlando. Quando poi i con il tuo copro, sotto la pioggia, scendi lungo i sentieri di fango e ti ritrovi sotto le tende gocciolanti a tremare di freddo e tossire per il fumo dei falò accesi in riva al fiume, allora il punto di vista cambia totalmente. Capisci cosa significa vedere tutto ciò con gli occhi di Feizullah, Amin e gli altri: ragazzi di 15, 20, massimo 30 anni che hanno lasciato tutto, sono in fuga da mesi e sperano di avere dalla vita qualcosa di meglio, anche un solo un po' meglio. E mentre la città che ti sta sopra, a pochi metri, si incontra nei bar, negli uffici, nei supermercati o si protegge dalla pioggia nei salotti e nei Suv luccicanti, tu stai lì su una coperta umida appoggiata a terra a scaldarti le mani con un thè che i ragazzi afghani e pakistani hanno appena cucinato per te.
Pioveva, continuava a piovere.
Gigi e Giuseppe quasi non riuscivano a rimanere per la vergogna e sono corsi a comprare dei calzetti e degli impermeabili nel grande centro commerciale appena sopra la giungla.
Nel frattempo Feizullah, con gli occhi rossi e i piedi congelati "coperti" solo da un paio di sandali infangati, ci ha spiegato con limpida chiarezza cosa li sta succedendo. "Lo Stato italiano ha preso le nostre impronte e ci ha detto di rimanere qui finché la commissione non ci convoca. Ma non ci ha dato un tetto dove stare. Noi siamo disposti ad andare anche in altre città qui vicino se ci danno un posto, ma dobbiamo rimanere vicino a Gorizia perché la commissione è qui". "Perché avete fatto richiesta d'asilo qui? Perché proprio la commissione di Gorizia?" "Per due motivi, perché il confine è qui e perché qui danno la protezione che in altri luoghi non danno, ma noi a casa non possiamo tornare in nessun caso. Alcuni di noi sono stati respinti dall'Inghilterra, ma non possiamo tornare a casa, rischiamo la vita e comunque abbiamo un patto con le nostre famiglie, non possiamo tornare indietro a mani vuote. Gli esperti della commissione di Gorizia lo sanno e rispettano la nostra condizione. Altri no." "E quando avrete la protezione cosa fate?" "Molti di noi vogliono andare altrove, in pochi pensano di rimanere" "Quindi se la commissione di Goriza diventa più cattiva voi ve ne andate?" "Continuiamo a fare richiesta ovunque finché non ce la danno, a casa non possiamo tornare, secondo te perché abbiamo rischiato la vita per arrivare fin qui? Per avventura? Per divertimento? Abbiamo viaggiato via terra e via mare per migliaia di chilometri, visto amici morire e rischiato decine di volte di morire noi stessi, secondo te ora torniamo indietro?", "Ma forse se sapete che noi siamo cattivi, voi non partite" "Cosa!? Non partiamo perché voi siete cattivi o buoni, partiamo perché è l'unica soluzione per la nostra vita"
Gigi e Giuseppe sono tornati, ma la pioggia continua.
"Da qui vogliamo andarcene, vogliamo un tetto dove stare. Se proviamo a fermarci da qualche altra parte in città la polizia o i vigili arrivano subito e ci dicono di tornare nella giungla. Ma qui non si può stare. Lo vedi il fiume? E' sempre più alto, sempre più cattivo."
Abbiamo condiviso quella paura e abbiamo detto che l'indomani qualcosa avremmo fatto.
"Sono mesi che ogni tanto passa qualcuno, ci fa foto, interviste e poi non cambia nulla"
Non abbiamo fatto nessuna intervista e nessuna promessa. Ce ne siamo andati scambiandoci il numero di telefono e sapendo dentro di noi che rimanere inermi era impossibile.
Ha piovuto sempre anche nella notte tra martedì e mercoledì.
Alle 10.00 di mercoledì inizio a ricevere telefonate. Feizullah, Amin stanno tremando dalla paura e dal freddo. Non possono più rimanere lì sotto. Dico a loro di scappare, di riunirsi davanti all'entrata della Fiera, che presto li avremmo raggiunti. "Per fare cosa?" "Per avere un tetto caldo dove stare" "Come?" "Protestando insieme."
Ho chiamato Giuseppe e Gigi, non avevano dormito tutta la notte pensando alla giungla e subito si sono attivati. Abbiamo avvisato Ilaria Ceccot, assessore provinciale che da mesi cerca di cambiare le cose in città scontrandosi con un muro di gomma e razzismo, e i volontari delle associazioni. Tutti hanno iniziato a chiamare la Protezione Civile e i Vigili del Fuoco, ma quando siamo arrivati alla Fiera verso le 11.30 c'erano solo due carabinieri, disorientati e anche perché incapaci di parlare inglese. Nessun corpo di intervento specializzato per un rischio grave di esondazione in zone abitate da 150 esseri umani. Nessuno.
Feizullah e gli altri ci aspettavano, ma erano preoccupati per molti altri che non erano riusciti ad avvisare. C'era un'unica cosa da fare, aspettare il  non intervento era inutile, bisognava scendere lungo le rive. Ci siamo divisi in gruppi e, insieme anche ai due volonterosi carabinieri e ad un operatore di MSF, abbiamo  iniziato a raggiungere i vari accampamenti. 




Tutti erano minacciati dal fiume, alcuni erano stati sommersi. Molti richiedenti asilo non sapevano che fare, erano incerti se lasciare le poche cose che avevano: le tende, le coperte, i pochi vestiti. Nessuno aveva detto loro che il rischio esondazione cresceva di ora in ora, di minuto in minuto. Abbiamo consigliato loro di partire. Quasi tutti hanno capito ed accettato, tranne un gruppetto di 3-4 che non accettavano di lasciare il fiume, perché ormai stanchi di promesse e speranze disattese. "Meglio rischiare qui, che venire con voi per niente". Difficile da capire, ma in fondo ci rendevamo conto che quella posizione era conseguenza possibile di mesi di marginalità estrema. Non era follia, era totale disperazione. 
Ma la pioggia d un tratto è diventata torrenziale, insostenibile, i carabinieri sono riusciti a far intervenire i vigili del fuoco, e anche l'ultimo gruppo ci ha seguiti.
Verso le 14 siamo tornati, zuppi di acqua, all'entrata della fiera, dove nel frattempo come nulla fosse si svolgevano i preparativi per l'EXPO Sposa, che la città ospiterà il prossimo week end.




Lì, sotto le campate di cemento della fiera, erano arrivati nel frattempo 2-3 uomini della protezione civile, privi di mezzi, e 3-4 funzionari della questura.
Ci hanno guardati e ci hanno chiesto: "Cosa volete fare ora?"
La domanda era assurda, loro avrebbero dovuto trovare una soluzione: c'erano 150 esseri umani in fuga dall'esondazione di un fiume, ma nessuno aveva alcun programma per salvarli e proteggerli.
Per fortuna, mentre noi portavamo i richiedenti asilo via dalla giunga, da Roma il Senatore Manconi, Presidente della Commissione Diritti Umani del Senato, si era mobilitato con determinazione e stava facendo pressioni sul Prefetto per trovare una soluzione.
Ma nel frattempo?
Bisognava mettere la città di fronte alle sue responsabilità e portare i nostri corpi bagnati in un luogo sicuro.
Così abbiamo deciso di camminare fino alla stazione dei treni.
Alle 14.30  siamo arrivati e ci siamo seduti nella sala d'attesa.
Lì saremmo rimasti finché non fosse stata trovata una soluzione accettabile.
Alle 15.30 le pressioni nostre, di Manconi e dell'assessore Ceccot hanno portato dei risultati. Il vice prefetto si è presentato  in stazione e ha comunicato a tutti noi che tutti i richiedenti asilo sarebbero stati alloggiati nel C.A.R.A di Gradisca.
E' il Centro Accoglienza Richiedenti Asilo che già ospitav 270 persone, la cui capienza sarebbe stata aumentata grazie all'apertura degli spazi una volta dedicata al C.I.E., il centro di espulsione per migranti illegali, da alcuni mesi chiuso.
La soluzione sapevamo non essere delle migliori, conoscendo la forte somiglianza di quei locali con una prigione e sapendo che sarebbe invece stato possibile alloggiare i richiedenti in una scuola della Provincia di Gorizia vuota ma in ottime condizioni, soluzione rea impossibile dalla resistenza del Sindaco, noto in città per le sue posizioni anti-immigrazione.
Tuttavia le condizioni dei ragazzi afghani e pakistani erano talmente precarie, che anche quella soluzione andava accettata e festeggiata come un netto passo avanti rispetto all'incubo della giungla.
Così la pensavano soprattutto i richiedenti asilo stessi. La stragrande maggioranza era felice di andare al CARA e tutti si sono preparati con ordine al trasferimento.
Alcuni sono tornati velocemente nella giungla per recuperare oggetti lasciati nella fretta (e le immagini del loro ritorno sono state la sera utilizzate in modo scorretto dal TG3 regionale per dimostrare che in realtà volevano tornare lì).
Poi, tra le 17 e le 18, tutti sono stati trasferiti con due pullman.
Li abbiamo seguiti e con Ilaria Ceccot siamo entrati per vedere in che condizioni fossero le stanze dentro all'ex CIE.
Lo spettacolo non era certo piacevole, stanze spoglie con letti di ferro circondate da sbarre, ma il viceprefetto e anche Manconi ci hanno garantito che nell'arco di massimo 24 ore le condizioni sarebbe migliorate sensibilmente.
Abbiamo spiegato ai richiedenti asilo la situazione e confermato loro i nostri numeri per avvisarci di come le cose si evolveranno nelle prossime ore.
Loro ci hanno ringraziato, ma non era per nulla facile sentirci soddisfatti per aver tamponato in un giorno di emergenza "ordinaria" una grave carenza di civiltà della nostra democrazia.

Infatti è ora che inizia la vera sfida democratica.
Come ci ha spiegato Feizullah e come il mondo ormai dovrebbe aver capito (?), non è vero che se siamo cattivi loro non arrivano, cercano altre strade, passano da altri luoghi, ma comunque si muovono e, non avendo nulla da perdere, provano di tutto di più.
Nulla da perdere. Questo è ciò che la nostra società fa enorme fatica a capire. Noi abbiamo ormai talmente tanto che biologicamente non capiamo cosa significhi non avere nulla. Solo entrando nella giungla o comunque conoscendo direttamente le persone in viaggio, possiamo iniziare a intuire qual è la realtà del fenomeno.
Quello che io penso è che la nostra società non può permettersi di schiacciare la dignità di persone che non hanno nulla da perdere, riducendole ad animali, anzi a meno di animali, perché se ieri sulle rive dell'Isonzo a rischiare la vita erano delle mucche o dei cavalli di un qualsiasi allevamento privato, la protezione civile sarebbe intervenuta con grande solerzia. Questa è la realtà.

Se nulla cambia a Gorizia, la giungla si ripopolerà molto a breve e l'Isonzo tornerà ad avere il potere assoluto di decidere della vita o della morte di uomini spogliati di qualsiasi diritto.
Chiudo quindi con una domanda: cosa vuole fare ora lo Stato, la Regione Friuli e il Comune di Gorizia per evitare di macchiarsi non solo di vergogna "ordinaria", ma soprattutto di crimini contro l'umanità?

Andrea Segre





I SOGNI DEL LAGO SALATO al cinema dal 29 settembre



Ecco l'elenco delle sale dove presenterò il film e dove potrete vederlo.
In molti dei cinema qui elencati il film verrà proiettato anche nei giorni successivi alla presentazione. Troverete info presso i singoli cinema.


Se nella vostra città non c'è e vorreste vederlo scrivete comunicazione@zalab.org e vi faremo sapere come e dove poterlo recuperare.

29/09 Chioggia: Cinema Teatro Don Bosco 
30/09 Padova: Cinema Multiastra 
2/10 Ferrara: Festival di Internazionale 
2/10 Bologna: Cinema Lumière  (anche 3 e 4 ottobre)
3/10 Mantova: Mignon Cinema d'Essai  (replica il 7 ottobre - 2 spettacoli)
4/10 Vicenza: Cinema Araceli  
5/10 Milano: Cinema Mexico 
dal 6/10 al 10/10 Milano: Cinema Beltrade
dal 6/10 al 11/10 Roma: Piccolo Cinema Apollo
6/10 Dolo (VE): Cinema Italia  (repliche il 7 e il 9)
8/10 Bergamo: Cinema Conca Verde
9/10 Trento: Cinema Astra Multisala e Osteria (in tenitura tutti i giorni fino al 13)
10/10 Osnago (MI): Cinema Don Sironi 
11/10 Treviso: Cinema Edera (in tenitura dal 15 al 18 ottobre)
12/10 Gorizia: Kinemax
13/10 Pergine (TN): Teatro Comunale di Pergine (io sarò in collegamento via skype)
13/10 Trieste: La Cappella Underground
14/10 Pordenone: Cinemazero







LA MARCIA DELLE DONNE E DEGLI UOMINI SCALZI

Venerdì 11 Settembre ore 17.00 Lido di Venezia



LA MARCIA DELLE DONNE E DEGLI UOMINI SCALZI

E' arrivato il momento di decidere da che parte stare.
E' vero che non ci sono soluzioni semplici e che ogni cosa in questo mondo è sempre più complessa.
Ma per affrontare i cambiamenti epocali della storia è necessario avere una posizione, sapere quali sono le priorità per poter prendere delle scelte.
Noi stiamo dalla parte degli uomini scalzi.
Di chi ha bisogno di mettere il proprio corpo in pericolo per poter sperare di vivere o di sopravvivere.
E' difficile poterlo capire se non hai mai dovuto viverlo.
Ma la migrazione assoluta richiede esattamente questo: spogliarsi completamente della propria identità per poter sperare di trovarne un'altra. Abbandonare tutto, mettere il proprio corpo e quello dei tuoi figli dentro ad una barca, ad un tir, ad un tunnel e sperare che arrivi integro al di là, in un ignoto che ti respinge, ma di cui tu hai bisogno.
Sono questi gli uomini scalzi del 21°secolo e noi stiamo con loro.
Le loro ragioni possono essere coperte da decine di infamie, paure, minacce, ma è incivile e disumano non ascoltarle.

La Marcia degli Uomini Scalzi parte da queste ragioni e inizia un lungo cammino di civiltà.
E' l'inizio di un percorso di cambiamento che chiede a tutti gli uomini e le donne del mondo globale di capire che non è in alcun modo accettabile fermare e respingere chi è vittima di ingiustizie militari, religiose o economiche che siano. Non è pensabile fermare chi scappa dalle ingiustizie, al contrario aiutarli significa lottare contro quelle ingiustizie.
Dare asilo a chi scappa dalle guerre, significa ripudiare la guerra e costruire la pace.
Dare rifugio a chi scappa dalle discriminazioni religiose, etniche o di genere, significa lottare per i diritti e le libertà di tutte e tutti.
Dare accoglienza a chi fugge dalla povertà, significa non accettare le sempre crescenti disuguaglianze economiche e promuovere una maggiore redistribuzione di ricchezze.

Venerdì 11 settembre lanciamo da Venezia la Marcia delle Donne e degli Uomini Scalzi.
In centinaia cammineremo scalzi fino al cuore della Mostra Internazionale di Arte Cinematografica.
Ma invitiamo tutti ad organizzarne in altre città d'Italia e d'Europa.

Per chiedere con forza i primi tre necessari cambiamenti delle politiche migratorie europee e globali:
1. certezza di corridoi umanitari sicuri per vittime di guerre, catastrofi e dittature
2. accoglienza degna e rispettosa per tutti 
3. chiusura e smantellamento di tutti i luoghi di concentrazione e detenzione dei migranti
4. Creare un vero sistema unico di asilo in Europa superando il regolamento di Dublino 


Perché la storia appartenga alle donne e agli uomini scalzi e al nostro camminare insieme.

Primi firmatari

Lucia Annunziata, Don Vinicio Albanesi, Gianfranco Bettin, Marco Bellocchio, Don Albino Bizzotto, Elio Germano
Gad Lerner, Giulio Marcon,l Valerio Mastrandrea, Grazia Naletto, Giusi Nicolini, Marco Paolini,  Costanza Quatriglio 
Roberto Saviano, Andrea Segre, Toni Servillo, Sergio Staino, Jasmine Trinca, Daniele Vicari, Don Armando Zappolini 

Per altre adesioni o per comunicare l'organizzazione di marce simili in altre città: donneuominiscalzi@gmail.com