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La dolce nave nel mare chiuso

Lo sguardo del cinema sull'Italia dell'immigrazione

Lo spazio di uno sguardo.
Di uno sguardo tra due esseri umani.
Il potersi fermare ad ascoltare gli occhi, il silenzio, la storia.
Ci vuole coraggio, forse.
Ma soprattutto onestà.
L'onestà di riconoscere pezzi di te nella diversità di un un altro.


Questo l'italiana gente ha messo in discussione in vent'anni di immigrazione.
Questo è stato ed è il profondo conflitto umano e storico.
Come avere il coraggio e l'onestà di riconoscere noi stessi nei volti, nei corpi, nelle vite dei viaggiatori senza permesso.
Permesso.
Questo il primo passaggio.
Fino alla Vlora e alle migliaia di viaggiatori albanesi, non esisteva nessuna legge. Nessun permesso.
Il potere, lo Stato si è organizzato.
Ha iniziato a costruire e recepire i meccanismi e le strutture di controllo.
Quelle militari e burocratiche.
Ma anche quelle psico-sociali.
Era necessario trasformare quei viaggiatori in esseri diversi da noi.
Non concedere spazio allo sguardo.
Lasciare occasione di crescita alle paure e ai suoi furbi venditori.
Allontanare l'onestà per dare visibilità e precedenza alle violenze.

L'ispettore della polizia portuale de "La nave dolce" di Daniele Vicari lo racconta con chiarezza:
"Non ci sembrava di essere di fronte a dei clandestini".
Certamente no. perché quella parola ancora non esisteva. Iniziava ad esistere.
"Di quelle ventimila persone, non più di 500 o forse 1000 protestarono."
Gli altri volevano vivere e conoscere.
Ma andavano prima rinchiusi, poi affamati e poi espulsi.
Quindi dovevano sia diventare clandestini sia essere sovrastati dalle prepotenze di quei 500 o 1000.
La follia disumana della "soluzione Stadio" servì principalmente a questo.
Allontanare gli sguardi e concedere occasioni alla violenza.

"Sono riuscito ad uscire, ero un ragazzino. Ho incontrato una signora, mi ha dato dei soldi. Non sapevo nemmeno cosa fossero. Li ho mostrati in un negozio, mi hanno riempito di cibo."
Qualcuno riusciva ad uscire.
Qualche incontro diventava possibile.
Ma per sbaglio. Non andava permesso.
La regola era la distanza.
Quella distanza che dalla Vlora in poi ha continuato a crescere.
Accompagnata dalle immagini sempre più simili a se stesse delle "carrette del mare".
Corpi inseparabili, ammassi di formiche disperate, bozzoli di clandestini in mezzo al mare.
Ripresi dall'alto, da lontano, nel loro grande capacità mediatica di essere simbolo immediato dell' invasione.
"Facevamo finta di stare male, così ci vedevano e speravamo di poter essere liberi".
Anche l'immigrato, il clandestino si rappresenta nella versione più funzionale.
Sottolinea la sua disperazione. Assolutizza la distanza.
Compassione e paura si alimentano a vicenda.
Diventano istintive protezioni contro il coraggio e l'onestà del conoscere.

La gran parte della comunicazione mediatica e politica dei vent'anni post-Vlora ha galleggiato florida su queste protezioni.
Ha fatto sì che le distanze crescessero e gli sguardi diminuissero.
Le parole di Cossiga suonano ancora chiare: "Io non ringrazio il sindaco di Bari".
Tanta, tantissima italiana gente ha a lungo resistito agli inviti della piccola politica della paura.
Ha seguito la strada concreta e quotidiana dell'incontro, dell'aiuto, dello sguardo.
Ha ricordato l'odore, la puzza, la fatica della propria povertà.
Ha applaudito alla voglia di libertà, liberazione e vita di popoli vicini.
Ma lo spettacolo dell'invasione non è mai cessato.
La criminalizzazione, la violenza e la violazione hanno guadagnato spazio e raccolto conenso.
Il consenso è diventato potere.
E il potere, gonfio di vent'anni di occasioni d' "emergenza", ha potuto celebrare la sua forza.
"Nessuna tolleranza nei confronti dell'immigrazione clandestina. La prima cosa è fermarli. Impedire che arrivino" diventano le parole d'ordine dell'erede di quel Cossiga, il ministro della cattiveria, Roberto Maroni.

Negli ultimi anni in Italia si sono attuate misure di contrasto all'immigrazione irregolare fortemente contrarie ai principi fondamentali dei diritti umani.
I respingimenti di massa verso la Libia raccontati dagli sguardi e le voci di "Mare Chiuso" ne sono uno degli esempi più gravi.
"Non ci guardavano più in faccia e facevano finta di non sapere più l'inglese"
Nelle navi italiane che hanno operato i respingimenti di centinaia di donne, uomini e bambini verso le prigioni della polizia di Gheddafi, lo spazio dello sguardo e dell'onestà sono definitivamente stati cancellati.
Al loro posto solo la cattiveria ministeriale e la necessità della violenza.
La stessa violenza molte volte utilizzata nelle carceri-fantasma, i C.I.E., centri di identificazione ed espulsione, dove per decine di mesi esseri umani che non hanno commesso alcun reato penale vengono detenuti, umiliati e spesso spogliati di identità e dignità.
La stessa violenza con cui nei porti dell'Adriatico vengono quotidianamente respinti verso la disperazione dei porti greci decine di profughi afghani e pakistani.
La stessa violenza con cui centinaia di cittadini con lo status di rifugiati o la protezione umanitaria sono lasciati privi di qualsiasi supporto in bidonville e palazzi fatiscenti delle periferie urbane.

L'italiana gente ha lasciato che tutto ciò accadesse. Un po' per distrazione, un po' per protezione.
Ma nello stesso tempo ha in realtà aperto le porte delle proprie case, delle proprie vite.
Ha agito l'incontro, la contaminazione, la trasformazione.
I protagonisti de "La Nave dolce" sono albanesi o italiani? Sono clandestini o cittadini? Parlano con la "r" di Durazzo e la "e" di Bari.
Sono padri, madri, amici, fratelli.
Hanno negli occhi il passato di quell'incredibile viaggio, come il presente di questo nuovo mondo.
La figlia di Semere in "Mare Chiuso" è eritrea o italiana? E' una bambina che gioca o la figlia di un respinto? Confonde ancora il tikrigno e il milanese.
Ha negli occhi il silenzio di suo padre e la vergogna della nostra distanza.

Lo spazio di uno sguardo.
L'occasione di fermarsi per capire, conoscere, ascoltare.
Questo il cinema può fare, questo il cinema dovrebbe avere il coraggio e l'onestà di fare.
Per dare all'italiana gente, alla nuova italiana gente l'occasione di fermare la prepotenza e la violenza dei signori della paura.
Per dare alle nostre vite la possibilità di essere ricche di umanità, anche nei momenti di emergenza.