In questa pagina trovate informazioni e notizie legate principalmente alla mia attività di regia documentaria e cinematografica, ma anche scritti, riflessioni, diari di viaggio, appunti.
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Le paure di Salvini

Gli incubi del forse futuro Ministro degli Interni

Tra poche ore Matteo Salvini sarà Ministro degli Interni. 
Forse.
Non era esattamente il suo sogno, perché sa bene che lì ultimamente ci si brucia.
Era meglio fare il premier ed esporre qualcun altro.
Ultimamente lì ci si brucia perché proprio lì bisogna avere a che fare esattamente con il tema che ha trasformato Salvini in un leader e che lui ha saputo ben sfruttare, l’immigrazione.
Non essendo stupido sa bene che una cosa è sfruttarlo e altra è provare a gestirlo.
Così penso ancora che se potrà cercherà di evitarlo. 
Ma forse non ci riesce.
La paura di Salvini è molto semplice da spiegare.


INCONTRO CON MINISTRO MINNITI - febbraio 2017

Roma, 16 Marzo 2018

Ecco qui finalmente qualche riga sull’incontro avuto con il Ministro Marco Minniti a fine febbraio.

Sono stato ricevuto nel suo studio personale alle ore 12.30 e sono uscito alle 14.45.
Siamo rimasti soli per tutto il tempo.
La sintesi delle sue posizioni che ha provato a spiegarmi con precisione è che per costruire vie regolari di migrazione e corridoi umanitari di fuga è prima necessario fermare i trafficanti e togliere alle tribù libiche il rischio di farsi coinvolgere dal business del traffico stesso.  Gli ho espresso la mia opinione, ossia che mi sembra difficile se non impossibile fermare davvero i trafficanti finché non ci saranno altre vie per migrare e viaggiare se non quelle illegali. 
Lui ha ribadito che quello sarà il passaggio successivo del suo programma, se avrà occasione di svilupparlo, ma che prima vanno individuati e arrestati i trafficanti. 
Io allora ho chiesto ...



BEAUTY - il suo destino è il nostro.

Perché non possiamo più aspettare ad agire.


Potremmo spendere pagine e pagine per alzare il nostro urlo di dolore per Beauty e per tutte e tutti i Beauty vittime della Fortezza Europa. Sarebbe giusto e necessario.
Ma siamo arrivati ad un punto tale per cui indignazione e domande non bastano più.
E’ arrivato il tempo delle alternative e delle risposte.
Mi rivolgo a tutti gli esseri umani che non accettano di vedere la propria condizione umiliata da scelte politiche che ci costringono ad accettare conseguenze disumane.
Mi rivolgo a tutti coloro che vogliono reagire a questo ordine delle cose.
A chi sente vibrare la pelle e tremare il cuore quando pensa che noi stiamo accettando la morte di madri incinte, bambini, ragazzi e ragazze che stanno commettendo l’unico errore di volersi muovere e che spesso devono muoversi.



Dobbiamo avere la forza di immaginare e proporre un sistema diverso, che non abbia come inevitabile conseguenza l’umiliazione dell’umanità e la violazione delle vite e dei diritti.
Perché oggi il sistema “democratico” con cui la questione migratoria viene gestita prevede strutturalmente queste conseguenze.
I gendarmi francesi che hanno riportato indietro Beauty non verranno processati.
Hanno agito secondo un ordine operativo ben preciso.
Così come i militari e i funzionari italiani che gestiscono le operazioni sul confine libico non verranno processati. 
Nemmeno conosciamo i loro nomi.
Agiscono per far funzionare le cose come le istituzioni chiedono loro e come l’opinione pubblica accetta che funzionino.
Allora adesso spetta all’opinione pubblica costruire altre risposte.
Risposte che abbiamo il coraggio di non parlare di “diritti dei migranti”, perché tale definizione tematica costituisce un ghetto mediatico, che ci sta allontanando dal centro della questione.
Dobbiamo mettere al centro la nostra dignità comune, il coraggio di non rinunciare a principi di civiltà che continuiamo a ritenere fondamentali nelle nostre vite ( o siamo pronti ad essere detenuti o uccisi anche noi perché vogliamo viaggiare?).
Dobbiamo mettere al centro la giustizia sociale, quella che prevede che le ricchezze vanno distribuite verso chi ne ha bisogno, al di là delle proprie origini etniche, e che i privilegi e le furbizie fiscali non vanno invidiati, ma combattuti.
Dobbiamo mettere al centro i principi di solidarietà, che non significa essere caritatevoli con i poveri, ma distribuire fatiche e vantaggi, impegni e diritti in modo equo in diversi territori, senza proteggere luoghi di elite e schiacciare periferie a cui affidare tutti i pesi sociali.
Dobbiamo mettere al centro il diritto alla mobilità, alla scelta personale di raggiungere un luogo dove c’è qualcuno che ti aspetta o dove sai che c’è lavoro o dove hai voglia di studiare, facendo diventare questo diritto un perno di cambiamento dell’ordine delle cose, con il coraggio di farlo diventare principio capace di guidare scelte pragmatiche di gestione del fenomeno migratorio che riguarda le vite di tutti noi (alzi la mano chi fa parte di una famiglia dove tutti sono stati o sono “a casa sua”).
Dobbiamo insomma avere il coraggio insieme di studiare e avanzare proposte.
Partendo dai territori e puntando ad incidere a livello europeo.
Come? Con un partito nuovo? Nossignori, con un movimento di opinione, di azione e di pressione sociale.
Non un movimento per i migranti.
Un movimento per la dignità umana e la giustizia sociale di tutti noi.
Non dobbiamo aiutare i migranti, dobbiamo toglierci da questo imbuto maledetto che ci costringe ad accettare la morte di Destinity come conseguenza strutturale della nostra protezione. Nostra di chi? Quale protezione?

Il Forum Per cambiare l’ordine delle cose sta crescendo ed è ben altra cosa rispetto al mio film.
In dieci città si sono riunite decine di persone che hanno dato vita ai Forum Territoriali.
Ognuno ha eletto un rappresentante che fa parte del coordinamento nazionale insieme ai rappresentanti delle organizzazioni che hanno fatto nascere il Forum (MSF, Amnesty International, Naga, Banca Etica, ZaLab).
Il coordinamento nazionale si è messo in contatto con movimenti europei che hanno gli stessi scopi.
Stiamo costruendo una mobilitazione europea in questa direzione che da maggio a fine anno cercherà di far crescere idee e proposte. 

Molte persone che fanno parte di questo percorso sono operatori dell’accoglienza, educatori, assistenti legali, mediatori interculturali, perché agendo da anni su questo territorio conoscono bene la situazione e ne comprendono le tragiche dinamiche. Ma anche tanti cittadini semplici si stanno unendo al percorso.
Se abitate nelle città dove il Forum già esiste (Milano, Verona, Bolzano, Padova, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Caserta, Potenza) prendete contatti e partecipate agli incontri che nelle prossime settimane prepareranno la mobilitazione europea.
Se nella vostra città il Forum non si è ancora formato potete farlo voi direttamente.
Scrivete a percambiarelordinedellecose@zalab.org e vi daremo le informazioni necessarie.

Invito anche le ONG, associazioni, organizzazioni sindacali, cooperative interessate al percorso di aderire. Ma non ci basta un’adesione formale, non raccogliamo firme on line, costruiamo azioni e percorsi off line, città per città verso il cuore d’Europa. Quindi vi chiedo o di nominare un vostro rappresentante che partecipa al coordinamento nazionale stabilmente (se siete un’associazione nazionale) o di prendere contatto con i Forum territoriali o di aiutarne la nascita se ancora non ci sono.

Non serve proiettare il mio film.
Qui si parla di tutt’altro.
Io continuerò a fare film, raccontare storie e fare domande scomode. E’ il mio lavoro e la mia passione.
Ma dopo anni di incontri, dibattiti, discussioni ora è arrivato il tempo dell’azione comune e della proposta.
Se no saremo sempre solo capaci di fare post di indignazione su Facebook ed è assolutamente inutile, perché su Facebook vincono le parole d’ordine e le parole d’ordine fanno vincere i signori della paura o ci costringono agli slogan umanitari, che non sono ciò che ora ci serve.

Proviamoci tutti insieme e subito, se la dignità umana ci sembra ancora un principio importante.

Andrea Segre

Corridoi di Natale: essere buoni o essere cattivi?


UNA PROPOSTA PER USCIRE DA QUESTO IMBUTO
Se quello delle migrazioni è il fenomeno epocale dei nostri giorni, serve forse il coraggio di proporre un cambiamento epocale. 

Sarebbe troppo semplice e scontato criticare le foto di Minniti con i bambini africani e gli aerei militari alla vigilia di Natale. Si potrebbe farlo a partire dai numeri, 167 “salvati” su oltre 17mila respinti, o sui tempi, perché aver avviato i corridoi con oltre 4 mesi di ritardo, o sui costi, almeno 400milioni di Euro l’operazione Libia fin qui (ma la cifra è inesatta, perché in gran parte segretata). O si potrebbe criticarlo anche da destra: ora li fai venire in aereo, quanto costano sti corridoi mentre i nostri figli non hanno lavoro etc. etc.
Ma sarebbe davvero banale.
Credo sia più importante capire da dove nasca questo tentativo del centro-sinistra europeo, di cui Minniti e Gentiloni sono alti rappresentanti, di tenere insieme sicurezza, impegno militare e animo umanitario.

OSSESSIONE SICUREZZA, L'ERUOPA IMPLODE



Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano del 1 Aprile 2018



I nodi vengono al pettine. Il sistema di sicurezza europeo contro i migranti produce l’implosione dell’Europa stessa. I francesi, così come gli austriaci o i tedeschi, non si fidano della nostra capacità di controllare i confini e non solo li chiudono, ma entrano nel nostro territorio a fare ciò che pensano dovremmo fare meglio. E’ esattamente quanto noi pensiamo sia giusto fare in Libia, Tunisia, Albania... Ascoltate queste frasi: “Non abbiamo spazio, dobbiamo fermarli prima della frontiera”. “I Paesi di transito devono tenerseli, perché non possiamo subire noi tutto il peso dell’accoglienza.” “ Le porte d’ingresso vanno controllate e se non lo fanno loro dall’altra parte lo faremo noi per loro.” Chi le dice a chi? I francesi a noi? Noi ai libici? I greci ai turchi? O gli ungheresi ai greci? Il gioco al rimpallo è infinito. La fiducia si sfalda progressivamente. L’unico principio è: “non qui da noi, devono stare dall’altra parte, non importa come e dove”. Il collasso di questo sistema è dietro alle porte. E le conseguenze possono essere moto gravi anche per “noi cittadini di serie A”, non solo per quegli “sfigati di migranti”. Il passo successivo è evidente: beh allora chiudiamo tutto e anche i vostri figli col cavolo che vengono a fare i camerieri a Parigi o Londra. A quel punto cosa farà Salvini? Dichiarerà guerra a Parigi e Londra? Mai dire mai.
Esiste un’altra strada?
Se usciamo dal panico emotivo mediatico, capiamo che il vero tarlo del sistema è legato proprio all’eccessiva sicurezza. Abbiamo deciso che la strada necessaria era aumentare i controlli. Stiamo spendendo decine di miliardi in sistemi di respingimento che eliminano alla base il dialogo con la soggettività del migrante. Non sei nessuno, sei un numero e come tale sei di troppo, quindi rimani fuori. Siccome ti ostini a non voler rimanere fuori allora spendo miliardi e ti schiero contro polizie e eserciti. E intanto dico ai miei cittadini che tu devi stare fuori perché non ci sono soldi per tutti. E loro tutti, o quasi, mi credono.
Se invece investissimo soldi (probabilmente ne servirebbero di meno) per mediatori internazionali  e non soldati, capaci di parlare con il migrante in partenza e chiedergli cosa vuole fare, dove vuole andare e prevedere un numero sostenibile di visti di entrata regolari e controllabili, che riducano la pressione e blocchino il circuito folle che ci sta portando al collasso?
Libereremmo economie legali e virtuose, oggi risucchiate da trafficanti e polizie, e magari scopriremmo che ci sono esseri umani che hanno fratelli, amici da raggiungere. Che hanno posti di lavoro. Che sanno dove andare a vivere. Che non vogliono chiedere asilo e rimanere parcheggiati in inutili centri di accoglienza, ma studiare e lavorare. O anche semplicemente amare, che nella vita non è né brutto né pericoloso. E saremmo così anche più capaci di dare protezione a chi ne ha bisogno, senza violare corpi e diritti come stiamo quotidianamente facendo.
Da alcuni mesi Il ForumPer Cambiare l’ordine delle cose sta promuovendo questa e altre proposte. Chi ne è incuriosito può unirsi a questo percorso.

ODDIO, LA LIBIA NON REGGE!

Eccoci qui.
La giostra ricomincia il suo giro.
Strateghi, benpensanti, editorialisti coi fiocchi e guru comunicativi pensavano davvero che questa volta fosse fatta!? Il piano Minniti-Gentiloni certo è un po’ duro, ma ci voleva. Una vera svolta capace di far vedere alle destre che la sinistra moderna è in grado di unire sicurezza, diplomazia e quel goccio di etica umanitaria che alla destra non appartiene. Sbarchi ridotti dell’80%. Serraj, la nuova Libia democratica, che stringe mani a tutti. Taxi del mare eliminati. ONG buone pronte a curare le ferite e corridoi umanitari di povere donne e bambini la vigilia di Natale. Che sospiro di sollievo. 
E invece...


Forum Nazionale Per cambiare l'ordine delle cose - Roma 3 dicembre



Il Forum del 3 dicembre a Roma ha visto la partecipazione di centinaia di persone da tutta Italia. In molti abbiamo avuto la sensazione che possa essere l'inizio di qualcosa di davvero nuovo e importante, per avanzare proposte di cambiamento verso un sistema più giusto, equilibrato e sostenibile delle politiche migratorie.
Qui i link dove trovate le registrazioni video della giornata e il Manifesto letto alla fine del Forum.
Potete partecipare al Forum iscrivendovi alla Mailing List e anche proponendo iniziative o organizzando incontri nelle vostre città.

Qui sotto il testo con cui avevo introdotto l'idea del Forum.
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In questi ultimi mesi molti nodi politici legati al tema immigrazione  sono venuti al pettine. Il Governo italiano ha accelerato, su pressione europea, la chiusura della rotta dalla Libia, le forze di centro sinistra che lo sostengono hanno accettato un pesante silenzio sulle conseguenze di questa accelerazione, nella convinzione che sia necessaria per porre un argine all’ avanzata della demagogia xenofoba e alla crescita del consenso a favore dei partiti di destra. Le centinaia di realtà che operano nell’accoglienza e nella tutela dei diritti umani si sono viste schiacciate in un angolo, isolate prima da una forte campagna mediatica di screditamento sociale e poi dal riscoprirsi in qualche modo rannicchiate in esperienze troppo tecniche e marginali. Migliaia di cittadini si sentono spiazzati da questa fase: basta poco per capire quanto violente e inaccettabili sono le conseguenze delle politiche securitarie, sin troppo chiare sono le condizioni disumane dei lager libici a cui stiamo affidando migliaia di uomini, donne e bambini e sin troppo chiaro è come questo sia il prezzo che una parte troppo ampia della nostra società sembra pronta a pagare per evitare crescita di populismi e pericolose derive. Ma come reagire? Nelle ultime settimane il silenzio su tutto ciò è assordante, nessun giornalista italiano ha la possibilità di verificare le reali conseguenze delle operazioni in corso nel Mediterraneo e sembra sempre più solida la convinzione che la cosa migliore sia evitare di parlarne.
Eppure girando l’Italia in questi giorni, ho incontrato un paese completamente diverso, un paese pieno di persone che non vogliono accettare questo status quo come inevitabile, che quotidianamente costruiscono pratiche di interazione e solidarietà,  che sanno bene come il movimento dei popoli continuerà ad essere al centro delle nostre vite e del nostro futuro.

OndAnomala

Qui potete scaricare il numero II dell'anno X dI OndAnomala, giornale studentesco del liceo classico di Roma Pilo Albertelli, dove mi hanno fatto una delle interviste più chiare che io abbia mai letto. D'accordo con loro metto qui a disposizione il link al giornale, perché credo sarebbe davvero bello diffonderlo anche in altri licei interessati.

Grazie alla redazione di OndAnomala e a Danila Gaggiotti autrice dell'intervista.

"L'ordine inquieto delle cose" di Gianfranco Bettin su "Gli Asini"

Esce in questi gironi sulla Rivista "Gli Asini"  un articolo di Gianfranco Bettin sul mio film L'Ordine delle Cose, leggendolo ho capito cose che non sapevo sul mio film. Così ho pensato di pubblcarne un estratto qui. Il resto lo trovate in libreria, insieme ad altri importanti articoli. Comprate "Gli Asini". 


L'ordine inquieto delle cose.
di Gianfranco Bettin
Le migrazioni sono il movimento reale che cambia lo stato di cose presente. Che lo cambia davvero, in profondità e in estensione, che lo cambia di natura. A volte in modo lento, nel tempo lungo e negli spazi dilatati della storia umana e del mondo intero. A volte in modo urgente, drammatico, come nell’attuale contingenza d’epoca e nel nostro specifico crocevia geografico, mediterraneo. E’ così da sempre, dalla notte dei tempi, e ciò malgrado, ogni volta i custodi dell’ordine delle cose reagiscono spiazzati e impauriti. Registrano e descrivono i movimenti migratori come meri fattori di disordine e minaccia, ignorando che tali distorsioni sono direttamente proporzionali all’incapacità di accettarli e gestirli con raziocinio e giustizia.

Lettera al Ministro Minniti


Leggete qui la lettera pubblicata su Il Fatto Quotidiano a cui Minniti ha risposto: "mi spiace non vengo"

Gentile Ministro,
Le scrivo a poche ore di distanza da una serata a cui credo Le avrebbe fatto piacere partecipare. Martedì sera all’Apollo 11 a Roma hanno partecipato ad una proiezione del mio film L’ordine delle cose una cinquantina di giovani funzionari del Ministero da lei presieduto. Alla serata erano presenti anche tre giornalisti molto esperti di migrazioni: Amedeo Ricucci, Francesca Mannocchi e Alessandro Leogrande. Il dibattito è stato un momento di sana democrazia. Il mio film ha come protagonista proprio un funzionario impegnato nella lotta all’immigrazione irregolare dalla Libia. Sentire dialogare giornalisti competenti e funzionari dello Stato sulle domande che il film pone è stato un vero piacere, un momento di sano confronto politico e culturale.

Roma piazza Indipendenza. A. e B.




A. doveva fare il soldato.
Ma a lei non piaceva fare il soldato.
Le ragazze che l’avevano fatto avevano raccontato cose molte brutte. 
E molte altre non erano mai tornate.
Ma se in Eritrea non voleva fare il soldato aveva una sola alternativa: scappare.
Così A. è scappata.
Per oltre 3000 km via terra. In mezzo al caldo, la sabbia e la sete.
Ha pagato tantissimi soldi ed è arrivata in Libia.
L’hanno arrestata, venduta, arrestata di nuovo.
In tutto è rimasta otto mesi in carceri di caldo, merda e violenza.
Lì si è innamorata.
E con lui è riuscita a scappare, di nuovo.
Si sono nascosti e amati.
A. è rimasta incinta.
Lui le ha detto che non poteva partorire in quella terra di violenza.
Non c’erano ospedali sicuri e a molte donne portavano via i bambini.
A. doveva scappare, ancora.

L'Ordine delle Cose, ovvero nulla di nuovo sul fronte europeo

Domani presento a Venezia il mio nuovo film L'Ordine delle Cose.
Qui sotto il trailer.



Nel frattempo...
Merkel e Marcon festeggiano l’operazione italiana in Libia.
Il governo italiano festeggia la diminuzione degli sbarchi.
Ma è sempre la stessa vecchia triste storia.
Più o meno suona così, da almeno vent’anni.
C’è una grande fetta di mondo oggettivamente molto più povera  (e molto più giovane) che non ce la fa a più a star ferma e a raccogliere le briciole o nemmeno quelle.
I loro governi sono sempre più corrotti e instabili e le economie locali schiacciate dai poteri delle economie globali.
Stanchi e affamati  hanno deciso di muoversi.
Lo fanno sempre di più e senza rispetto di chi continua a impedirglielo.
Si muovono ovviamente verso i paesi più ricchi (e più vecchi).
Ma in quei paesi nel frattempo scoppia una bolla finanziaria prodotta dai più ricchi tra i ricchi.

LIBIA: IL SUCCESSO DEMOCRATICO

6 Agosto 2017

Bravi, state vincendo.
Avete trovato il modo in un colpo solo per assicurare gli italiani che l’invasione può essere fermata (già si sprecano le consolanti percentuali di riduzione degli sbarchi), per convincere i libici ad attuare i respingimenti che la Corte Europea vi aveva detto non potevate più fare e per togliere di mezzo scomodi osservatori umanitari accusandoli di amicizia con gli scafisti.
Un capolavoro politico.
Ci voleva un numero uno della strategia politico-militare per compiere la missione, un uomo di ferro ma democratico, un super esperto di servizi segreti coperto da patina di eticità: Minniti, astro nascente del centro sinistra, futuro candidato a Premier o Presidente della Repubblica.
Un gran sucesso.




C’è solo una cosa che avete perso: la dignità umana.

Il Cinema Politico di Andrea Segre

di Francesco Sticchi, - francescosticchi@gmail.com
Ph.D Film Studies,
Oxford Brookes University.

Premessa di Andrea Segre: non credo di aver mai pubblicato sul mio blog una recensione di un mio film, ma questa la voglio pubblicare non per il giudizio positivo qui contenuto, ma per dare merito al lavoro di analisi che Francesco ha fatto, che ha aiutato anche me a capire meglio il mio film. Sarei stato quasi più contento se il giudizio fosse stato negativo, così l'avrei pubblicata senza nessuna remora! Grazie Francesco.

Il cinema politico non sempre riesce nell’ardua operazione di integrare profonde intenzioni concettuali ed etiche con adeguate scelte sul piano estetico ed espressivo. É il caso di molti film sul mondo della finanza e sulla crisi dei mutui subprime. Ad esempio, Margin Call (Chandor, 2011) è un film che si presenta con una sceneggiatura articolata, ma risulta poco efficace e macchinoso nel raccontare le dinamiche di Wall Street. Sullo stesso tema, invece, The Big Short (Mckay, 2015) riesce nel combinare una scrittura efficace ad un montaggio complesso e frenetico e a singolari innovazioni stilistiche per esprimere gli anarchici, e a tratti grotteschi, meccanismi dell’economia mondiale. Le scelte estetiche, però, non coincidono solo con la particolare efficacia di un’opera. Come insegnava Walter Benjamin, esse tradiscono anche un posizionamento etico e politico, che viene da noi generato ed esperito attraverso un rapporto dialogico e creativo con tutte le superfici materiali (direbbe Giuliana Bruno) di cui è composta un’opera audiovisiva.
Da questo punto di vista, l’ultimo film di Andrea Segre, L’Ordine delle Cose (2017), appare tanto più interessante e indispensabile oggetto di analisi, dal momento che ci troviamo di fronte ad un’opera che affronta scottanti tematiche politiche con altrettanto forti intenzioni etiche. Ciò che colpisce del film, infatti, oltre al suo rispondere dell’urgenza di raccontare le migrazioni e gli accordi infausti con le milizie libiche, è la sua complessità estetica e la sapienza che Segre dimostra nella selezione dei materiali a sua disposizione. Segre, anche regista di numerosi notevoli documentari, si è affermato con le sue opere di finzione precedenti, in particolare con Io Sono Li (2011) e La Prima Neve (2013), grazie ad uno sguardo poco incline alla dialettica e alle facili dicotomie. In questi lavori appare evidente la necessità di raccontare l’incontro fra migranti e italiani ‘autoctoni’ come un divenire di individui dalle identità mobili e transitorie, anche se portatrici di memorie profonde, di desideri contrastanti, di ansie e paure. Emergono, quindi, storie intime di persone che condividono un simile ‘spaesamento’ (la perdita, la solitudine, la mancanza di prospettive), pur non negando la complessità sociale e i rapporti di forza all’interno dei quali tali individui si trovano ad agire. In questo modo si afferma la capacità di costruire relazioni fra gruppi che si presumono diversi, e la difesa delle identità diventa futile di fronte alla realtà meticcia dell’umano e alla sua complessità.
In modo simile, per raccontare la tragedia degli sbarchi che riempiono (in modo poco degno) le colonne dei nostri quotidiani, Segre sceglie la prospettiva di Corrado Rinaldi (affidato alla sapienza attoriale di Paolo Pierobon), super-poliziotto inviato dal Ministero degli Interni in Libia per trovare un accordo con le milizie e porre un freno agli arrivi. Questa singolare scelta registica permette, da un lato, di evitare facili manicheismi e, dall’altro, di porre la/lo spettatrice/tore in relazione con un personaggio complesso, teso fra necessità di compiere il suo dovere e la scelta di salvare Sadwa, giovane profuga Somala, desiderosa di raggiungere suo marito in Finlandia. Attraverso Rinaldi accediamo all’orrore delle carceri libiche, ci confrontiamo con personaggi disumani o troppo umani (come il cinico funzionario Luigi Coiazzi, interpretato da Giuseppe Battiston) e proviamo il suo conflitto. Le sequenze in cui lo vediamo esercitarsi a tirare di scherma sono le più efficaci nel rendere un personaggio perennemente teso, ma cionondimeno controllato, elegante come nelle sue stoccate.
Inoltre, benché il film tocchi spesso le corde del dramma, si rimane lontani da un facile estetica tragica e da una spettacolarizzazione del dolore. La violenza della condizione dei migranti è mostrata, ma attraverso gli occhi di Rinaldi. La macchina da presa rimane su di lui e sulle sue emozioni trattenute mentre ispeziona il ‘centro d’accoglienza’ gestito dal capitano di ventura Yusuf; la vista dei migranti è filtrata da sbarre, grate, penombra; come Rinaldi, non li guardiamo direttamente, ma sappiamo che ci sono e sentiamo la loro presenza intorno. Questo pudore di fronte alla tragicità della condizione dei migranti non implica una negazione del dramma; al contrario, non ci permette di assumere pose facilmente moralistiche e pietistiche e, pertanto, ci impedisce catarsi e consolazioni. Percepiamo di essere di fronte a un problema complesso, che riguarda Rinaldi, ma che fa da sfondo a tutte le nostre vite. Segre sceglie tempi lunghi e inquadrature stabili per raccontare il dramma e il conflitto del protagonista, permettendoci così di assorbire con calma tutte le sfumature problematiche della vicenda. Risulta efficacissimo, inoltre, il contrasto, poco forzato, fra la tensione emotiva provata da Rinaldi (e da noi) durante l’ispezione in Libia e la placida fissità e grazia delle forme, in particolare nelle sequenze che lo dipingono con la famiglia, nella sua casa di Padova. Il sacrificio di un’azione più dinamica ed emotivamente concitata non fa, però, de L’Ordine delle Cose un’opera contemplativa e astrattamente riflessiva. Al contrario, contribuisce a costruire un film aperto, irrisolto, e pertanto più potente nelle sue intenzioni etiche poiché interroga la/lo spettatrice/tore, e ci obbliga, come il protagonista, a prendere posizione, a scegliere.
Attraverso il turbamento che si prova vedendo scorrere le immagini, vengono in mente le parole di Deleuze che, commentando il Primo Levi de I Sommersi e I Salvati (1986), parla di una vergogna di essere uomo, che non è senso di colpa, ma consapevolezza degli orrori di cui siamo capaci e artefici, di fronte ai quali è impossibile dichiararsi neutrali o estranei. Al contempo, questa coscienza è anche motore per creare, inventare, resistere alla quotidiana banalità del male. Per questo si esce dalla sala chiedendosi in nome di quale ‘ordine delle cose’ sia giusto dividere, separare, espellere, confinare gli uomini e in che modo tutti noi, come Rinaldi, ci facciamo funzionari, difensori e promotori di questo ordine. L’Ordine delle Cose è un grande esempio di cinema politico, non solo perché combina una raffinata riflessione con la consapevolezza della forza dei mezzi espressivi che impiega, ma perché nega l’estraneità e la distanza della/o spettatrice/tore e, pertanto, riesce nel farsi propulsore di una domanda etica, irrisolta, ma necessaria.  


Riferimenti bibliografici

W. Benjamin, L’Opera d’Arte Nell’Era della sua Riproducibilità Tecnica, Einaudi, Torino 2000.
A. Boutang, C. Parnet, Gilles Deleuze: Abecedario. DERIVEAPPRODI srl, Roma 2010.
 G. Bruno, Surface: Matters of Aesthetics, Materiality, and Media. The University of Chicago Press: Londra 2014.
P. Levi, I Sommersi e i Salvati, Einaudi, Torino 2007.