Ecco l'elenco delle sale dove presenterò il film e dove potrete vederlo.
I SOGNI DEL LAGO SALATO al cinema dal 29 settembre
Ecco l'elenco delle sale dove presenterò il film e dove potrete vederlo.
COME IL PESO DELL'ACQUA
Come il peso dell'acqua
di Giuseppe Battiston, Stefano Liberti, Marco Paolini e Andrea Segre
prodotto da RAI3 con Ruvido Produzioni
regia di Andrea Segre
con Gladys Yeboah Adomako, Nasreen Tah, Semhar Hagos, Marco Paolini e Giuseppe Battistonmusiche originali di Piccola Bottega Baltazar, montaggio Chiara Russo e Luca Manes, fotografia di Pasquale Mari e Matteo Calore, aiuto regia Simone Falso, scenografie Michelangelo Barbieri, produzione Franco Pannacci, Simona Falcone e Carlo Gavaudan
E' una puntata evento di circa 110’ che verrà trasmessa in prima serata su Rai3 il prossimo 3 ottobre – anniversario della strage di Lampedusa che ha causato la morte accertata di 366 persone, oltre a circa 20 dispersi.
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LIBERI COMMENTI SU "LA PRIMA NEVE" e "INDEBITO"
Ciao, andrea
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LA PRIMA NEVE in Sala
TRIVENETO9/4 TRENTO - MATTARELLO16-17/4 LONIGO - ELISEOEMILIA ROMAGNA8/4 S. BENEDETTO DEL TRONTO - BUSTER KEATON9/4 CAMPAGNOLA - DON BOSCOCALABRIA9/4 REGGIO CALABRIA - CHAPLINLOMBARDIA9/4 COSTA VOLPINO - IRIDE10/4 TRAVEDONA - ORATORIO12/4 OMATE - CINEMA NUOVO16/4 CERNUSCO SUL NAVIGLIO - EXCELSIOR15-17/4 LODI - FANFULLA22/4 MILANO - APOLLO8 E 11/5 QUISTELLO - LUX17/6 S.MARTINO SICCOMARIO - MOVIE PLANETPIEMONTE3/4 ALBA - NUCLEO5-6/4 SAN DAMIANO - CRISTALLO15/4 AVIGLIANA - CORSO16-17/4 SAVIGLIANO - AURORA30/4 BELLINZAGO
ScuolaBusTour - La Prima Neve 2013
23 OTT - ROMA - Cinema Farnese ore 20.30presentazione con A.Segre, A.Caprioli e L. Bigazzi
presenta G.Gosetti - interviene C. Kyenge
24 Ottobre - CATANIA - Cinema Kingpresentazione con A.Segre e M.Pettenello
26 Ottobre - PALERMO - Cinema Igieapresentazione con A.Segre e M.Pettenello
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Indebito - Undue Debt
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INDEBITO
Da dicembre 2014 è disponibile il dvd - prenotalo scrivendo a distribuzione@zalòab.org
Dal 18 al 23 marzo 2014 proiezioni in 6 città con IndebiTour
Dal 1 aprile è possibile richiedere il film a ZaLab: distribuzione@zalab.org
Qui di seguito la sinossi del film.
Leggi anche due testi di approfondimento nelle pagine degli Scritti
English synopsis
MARE CHIUSO
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Liberi commenti per IO SONO LI
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IO SONO LI
Per acquistarne il dvd clicca qui
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IL SANGUE VERDE

Gennaio 2010, Rosarno, Calabria. Le manfiestazioni di rabbia degli immigrati mettono a nudo le condizioni di degrado e ingiustizia in cui vivono quotidianamente migliaia di braccianti africani, sfruttati da un'economia fortemente influenzata dal potere mafioso della 'Ndrangheta. Per un momento l'Italia si accorge di loro, ne ha paura, reagisce con violenza, e in poche ore Rosarno viene "sgomberata" e il problema "risolto". Ma i volti e le storie dei protagonisti degli scontri di Rosarno dicono che non è così. Scovarle e dare loro voce è oggi forse l'unica via per restituire al Paese la propria memoria: quella di quei di giorni di violenza e quella del proprio recente quanto rimosso passato di miseria rurale.
SHUN LI e IL POETA (tit.provvisorio)

NOTE DI REGIA
L’idea del film nasce da due esigenze, da una parte la voglia di raccontare due luoghi e due mondi molto importanti per la mia vita e nello stesso tempo molto emblematici nell’Italia di oggi, dall’altra l’esigenza di trovare in una storia, nello stesso tempo realistica e metaforica, il modo per parlare del rapporto tra individuo e identità culturale, in un mondo che sempre più tende a creare occasioni di contaminazione e di crisi identitaria.
Credo che le periferie romane siano oggi in Europa uno dei laboratori più intensi di dialogo interculturale e che lo siano in modo molto differente da quelle di altre capitali Europee.
Ciò è dovuto essenzialmente da due fattori: dal fatto che l’Italia è diventato un paese di immigrazione senza aver completamente risolto condizioni di disagio e povertà interna e parallelamente senza aver un passato coloniale paragonabile a quello delle altre nazioni europee a forte immigrazione.
Questo crea in molte zone non ricche d’Italia, e nelle periferie di Roma in modo particolare, una condizione di multiculturalità molto variegata (non c’è una comunità straniera predominante come potevano essere i tunisini e gli algerini in Francia e gli indiani e i pakistani in Inghilterra) e di dialogo non semplice ma sicuramente intenso tra le culture straniere e la base popolare e “borgatara” di queste zone.
Questa condizione crea essenzialmente delle zone nascoste ma non conflittuali di illegalità o paralegalità all’interno, nel cuore dei quartieri popolari come Pigneto e TorPignattara (dove per altro io vivo).
Una di queste “zone” è quella rappresentata dai laboratori tessili o comunque artigianali organizzati dalla comunità cinese.
Contemporaneamente credo che il Veneto sia un territorio di grande interesse per studiare, capire e raccontare la difficoltà di dialogo tra identità in crisi. L’identità veneta è stata infatti rivoluzionata radicalmente negli ultimi 30-40 anni, grazie ad uno sviluppo economico eccezionale che ha sconvolto abitudini, ritmi di vita, spazi sociali ed equilibri comunitari. Una regione che in pochissimo tempo si è trasformata da terra di emigrazione a terra di immigrazione: sono quasi un milioni gli immigrati che vivono e lavorano in Veneto, facilitati dalle buone condizioni economiche della regione, ma nello stesso tempo ostacolati da una certa chiusura di una società opulenta e non certo cosmopolita.
Chioggia, piccolo paesino di laguna (dove per altro sono cresciuto) con una grande identità sociale e territoriale, è spazio perfetto per raccontare con ancora più evidenza questo processo.
Shun Li e il Poeta, in fondo, è il luogo inventato ma assolutamente realistico, dell’incontro tra due mondi in crisi: quello di chi è costretto o ha scelto di abbandonare le proprie radici e quello di chi vede le proprie radici trasformarsi profondamente, fino quasi a scomparire.
Due mondi che improvvisamente scoprono nella ricchezza di un dialogo quasi impossibile, una strada per ritrovare momenti di dignità, di orgoglio, ma soprattutto di profonda felicità umana.
Questi due mondi si annusano e capiscono di avere lo stesso problema e, affidandosi più alla poesia che alla realtà, cercano di salvarsi reciprocamente.
Una salvezza quasi onirica, resa possibile anche dal fascino di un luogo, la laguna veneta a sud di Venezia, con i suoi casoni, le sue barche, le sue isole; un luogo che per altro non è stato mai o quasi mai raccontato dal cinema italiano ed europeo.
Questo progetto, infine, è un punto di sintesi del mio percorso registico nell’ambito del cinema-documentario, con cui mi sono occupato negli ultimi dieci anni principalmente di due temi: le migrazioni verso l’Europa (A metà, Marghera Canale Nord, A sud di lampedusa) e il territorio sociale e geografica del Veneto (Pescatori a Chioggia e La Mal’ombra).
Il film vuole essere girato intrecciando un linguaggio tipico del neo-realismo italiano con quello onirico del cinema orientale. Le varie esperienze di regia con il cinema-documentario mi hanno permesso di apprezzare il racconto non solo del reale, ma anche nel reale, aiutandomi a capire come con esso sia possibile scoprire la dimensione intima e profondamente umana della realtà, anche di tematiche urgenti ed attuali della società odierna, senza accettare i diktat e i format dell’imperante linguaggio televisivo e giornalistico. In Shun Li e il Poeta rispetterò modi e stili conosciuti nel cinema-documentario, lavorando nella maggior parte dei ruoli con attori non professionisti e scegliendo sempre location del mondo reale, a partire della Osteria Paradiso che esiste davvero lungo la riva del Canal Lombardo.
Contemporaneamente credo che la precisione e la sottigliezza del linguaggio cinematografico orientale e di alcuni importanti esempi del cinema indipendente internazionale (Jim Jarmush e Matteo Garrone in primis) siano tracce importante per riuscire a raccontare le atmosfere e i luoghi che ho scelto per questo progetto.
COME UN UOMO SULLA TERRA

COME UN UOMO SULLA TERRA
(Italia 2008 – 68’ - miniDV)
un film di Riccardo Biadene, Andrea Segre, Dagmawi Yimer
regia di Andrea Segre, Dagmawi Yimer
in collaborazione con Riccardo Biadene
Alessandro Triulzi , Marco Carsetti (Asinitas Onlus) e Andrea Segre (ZaLab)
presentano
una produzione dell’associazione Asinitas Onlus
in collaborazione con ZaLab
La voce diretta dei migranti etiopi sulle brutali modalità con cui la Libia sta operando, per conto e grazie ai finanziamenti di Italia ed Europa, il controllo dei flussi migratori dall’Africa.
Dag studiava Giurisprudenza ad Addis Abeba, in Etiopia.
A causa della forte repressione politica nel suo paese ha deciso di emigrare.
Nell’inverno 2005 ha attraversato via terra il deserto tra Sudan e Libia.
In Libia, però, si è imbattuto in una serie di disavventure legate non solo alle violenze dei contrabbandieri che gestiscono il viaggio verso il Mediterraneo, ma anche e soprattutto alle sopraffazioni e alle violenze subite dalla polizia libica, responsabile di indiscriminati arresti e disumane deportazioni.
Sopravvissuto alla trappola Libica, Dag è riuscito ad arrivare via mare in Italia, a Roma, dove ha iniziato a frequentare la scuola di italiano Asinitas Onlus punto di incontro di molti immigrati africani coordinato da Marco Carsetti e da altri operatori e volontari.
Qui ha imparato non solo l’italiano ma anche il linguaggio del video-documentario. Così ha deciso di raccogliere le memorie di suoi coetanei sul terribile viaggio attraverso la Libia, e di provare a rompere l’incomprensibile silenzio su quanto sta succedendo nel paese del Colonnello Gheddafi.
“Come un uomo sulla terra” è un viaggio di dolore e dignità, attraverso il quale Dagmawi Yimer riesce a dare voce alla memoria quasi impossibile di sofferenze umane, rispetto alle quali l’Italia e l’Europa hanno responsabilità che non possono rimanere ancora a lungo nascoste.
Il documentario si inserisce in un progetto di Archivio delle Memorie Migranti che dal 2006
l’associazione Asinitas Onlus, centri di educazione e cura con i migranti (www.asinitas.net) sta sviluppando a Roma in collaborazione con ZaLab (www.zalab.org), gruppo di autori video specializzati in video partecipativo e documentario sociale e con AAMOD – Archivio Audioviso Movimento Operaio e Democratico.

A sud di lampedusa online
Per vederlo clicca qui
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La Mal’ombra
Un film ideato e scritto da Andrea Segre
Regia di Andrea Segre e Francesco Cressati
La Mal'ombra racconta la storia di un paese del nord Italia: San Pietro di Rosà in provincia di Vicenza. E’ un film documentario sulla tensione tra sviluppo industriale e qualità della vita.
Un film sulla difficoltà di dialogo tra politica e cittadini e sulle alleanze silenziose e non sempre limpide tra politica e poteri economici.
Sinossi
PIP49 è la sigla dell’ennesima area industriale costruita in un piccolo paese del nord Italia, San Pietro, con poco più di mille abitanti. Area ad altissima intensità produttiva e nello stesso tempo di forte rilevanza ambientale, in quanto interessata da uno dei più ampi e importanti bacini di ricarica delle falde acquifere. All’interno del PIP49 l’area più ampia è occupata da una delle Zincheria più grandi d’Italia, contro la cui costruzione i cittadini di San Pietro hanno avviato da ormai oltre 4 anni un Presidio permanente: un piccolo tendone di fronte all’enorme fabbrica gialla. Cittadini, non militanti di movimenti ecologisti o di minoranze di sinistra: residenti nella case offese dalla Zincheria, risvegliatisi orfani di una cultura contadina totalmente svenduta ad interessi privati di clan imprenditoriali e dei loro club politici.
Nonostante la Zincheria abbia iniziato da pochi mesi la lavorazione, il Presidio di San Pietro continua a denunciare tutte le violazioni edilizie, ecologiche e urbanistiche su cui non è mai stata fatta giustizia, sostenendo con tenacia che la Zincheria sia in realtà la copertura di un grande deposito di rifiuti tossici, collocato, come nella peggiore tradizione ecomafiosa, nelle fondamenta dell’enorme edificio industriale.
PIP 49 racconta, con il linguaggio immediato, ironico e tagliente del cinema-documentario, un anno cruciale nella lotta dei cittadini di San Pietro, quello tra maggio 2006 e giugno 2007, ovvero dal giorno in cui le Autorità preposte concessero alla Zincheria l’inizio della lavorazione, alle due settimane che precedono le elezioni amministrative, durante le quali si scontrano da una parte il Sindaco uscente appoggiato dalla Zincheria e da tutto il tessuto imprenditoriale e dall’altra la lista civica sostenuta dal Presidio.
Note di Regia
Un film che non vuole essere inchiesta, ma racconto. Racconto nella realtà e non sulla realtà. I volti, le storie, le emozioni dei cittadini di San Pietro si intrecciano ai silenzi prepotenti delle istituzioni e a quelli meccanici e produttivi della Zincheria. Un film che non tralascia puntualità e precisione sulla vicenda, ma che cerca di andare oltre, provando a scoprire in questa piccola storia della provincia italiana le tracce di una sfida che in realtà coinvolge l’umanità intera: come conciliare crescita economica con rispetto della qualità e della dignità umana?
contatti: francesco.bonsembiante@jolefilm.it
A Sud di Lampedusa
(è possibile vedere una versione ridotta on line cliccando QUESTO LINK )
in collaborazione con Stefano Liberti e Ferruccio Pastore
riprese e montaggio: Andrea Segre
consulenza musicale: Maddalena Grechi
Per richiedere il film: distribuzione@zalab.org
produzione: Za-Lab, Cespi-Centro Studi Politiche Internazionali e SID – Society for International Development
durata: 31’
SINOSSI
I camion che attraversano il deserto del Teneré; le agenzie di viaggio che da Agadez, nel nord del Niger, organizzano i passaggi; ma soprattutto i rimpatri coatti effettuati dalla Libia sotto le pressioni europee.
Questo film racconta la faccia nascosta di un'emigrazione di cui noi spesso vediamo solo l'ultima tappa, lo sbarco nell'isola di Lampedusa.
Chi sono questi candidati all'emigrazione? Da dove vengono? E soprattutto, perché emigrano? Girato nel deserto del Sahara nel maggio del 2006, “A Sud di Lampedusa” racconta il vissuto di questi africani in fuga dai loro paesi, per scelta, per disperazione o semplicemente per voglia di avventura
-E' difficile viaggiare con questi camion?
- Per noi non è tanto difficile, perchè in qualche modo ci siamo abituati. Ma per qualcuno che lo fa per la prima volta, può essere molto difficile. Un camion serve a trasportare merci, non esseri umani...
Cittadino nigerino in viaggio attraverso il deserto
FESTIVAL E PREMI
Selezione ufficiale
Festival del Cinema Africano di Milano
TekFestival
MedVideoFestival – Premio MedFest
Finale Premio Ilaria Alpi
MilanoFilmFestival
MedFilmFestival
TerredituttiFilmFestival
Cinemafricano – Verona e Padova
La versione breve del documentario (SAHARA, ANDATA E RITORNO – 15') ha vinto nel 2006 il Premio Claudio Accardi e nel 2007 il festival Fresh Looks della NewYorkUniversity.
PIP 49: I ribelli di San Pietro
Episodio del film collettivo “Checosamanca”Prodotto da Eskimosa (Feltrinelli) e RaiCinema
Idea e Soggetto: Andrea Segre
Collaborazione soggetto: Cosimo Calamini
Fotografia e suono: Andrea Segre, Francesco Cressati e Matteo Calore
Protagonisti: Marcello Anselmo, Daniele Pasinato, Stefano Zulian,
Lorenzo Signori, Tosin Lucrezia detta Clelia
Organizzazione: Associazione Culturale toniCorti
Foto di scena: Simone Falso
Musiche: Piccola Bottega Baltazar
Regia: Andrea Segre e Francesco Cressati
www.checosamanca.it
1.
L’IDEA
San Pietro, paese con poco più di mille abitanti diviso tra i comuni di Tezze sul Brenta e di Rosà Vicentina, nel cuore di quell’arcipelago imploso che costituisce il non-luogo metropolitano più industrializzato e più ricco d’Italia: il centro del Nord-Est, il triangolo di pianura padana compreso tra le province di Padova, Treviso e Vicenza.
Chilometri di strade provinciali lungo le quali si snocciolano senza soluzione di continuità capannoni, villette, magazzini, gru, cisterne, betoniere e ancora villette.
Dietro le loro mura si nascondono mentalità contadine private dalla bellezza della fatica e abbrutite dall’arroganza di campanilismi ed egoismi, immortalati dalla solida e perfetta alleanza tra l’arrivismo berlusconiano e la grettezza bossiana. Alleanza che a San Pietro di Rosà detiene il controllo di tutti i diversi tipi e gradi di potere: dal parroco all’imprenditore, dall’assessore al deputato, dal giornalista al consigliere provinciale, dall’artigiano al dirigente regionale. Un tessuto di potere che nella certezza della sua inattaccabilità ha costruito un sistema nascosto di connivenza tra organizzazioni mafiose1 e la parte più spregiudicata dell’imprenditoria padana. Un intreccio rinfrancato e rassicurato dalla nuova stagione dei condoni fiscali ed edilizi, voluti dalla centrale alleanza Bossi-Tremonti-Berlusconi, la triade che negli ultimi dieci anni ha saputo far trionfare l’idea di politica come gestione pubblica di interessi privati.
PIP 49 è la storia di come tutto ciò possa ancora essere rifiutato e forse addirittura cambiato.
PIP 49 è la storia di un’inattesa, ma profonda ribellione da parte dei cittadini di San Pietro contro la costruzione della Val Brenta, la più grande Zincheria d’Europa. Cittadini - non militanti di movimenti ecologisti o di minoranze di sinistra - semplicemente cittadini, residenti nella case offese dalla Zincheria, ex elettori leghisti o illusi berlusconiani, risvegliatisi orfani di una cultura contadina totalmente svenduta ad interessi privati di clan imprenditoriali e dei loro club politici.
La Zincheria, denunciano i ribelli di San Pietro, è uno dei più grossi e ben celati affari di ecomafia gestito sulla loro pelle dal connubio tra sei attori: i potenti fratelli Didonè (ingegneri locali diventati negli ultimi dieci anni assessori, sindaci e deputati leghisti) solide strutture camorristiche probabilmente riconducibili al clan Agizza di Napoli, coperture di poteri politici locali e nazionali, silenzi ecclesiastici, ricche strutture finanziarie create ad hoc e connivenze di alcuni settori della magistratura e delle forze dell’ordine.
Il Presidio San Pietro cerca da oltre quattro anni di bloccare la costruzione della Zincheria, denunciandone tutte le violazioni edilizie, ecologiche e urbanistiche, nonché smascherandone le finalità di copertura di un grande deposito di rifiuti tossici, collocato, come nella peggiore tradizione ecomafiosa, nelle fondamenta dell’enorme edificio industriale.
La loro lotta, rara per costanza e radicamento, continua, nonostante le molte difficoltà e i forti ostacoli incontrati lungo la strada: dalla denuncia quasi sarcastica per abusivismo edilizio conto il tendone alla crescita costante dei costi giudiziari, dall’omertà di parte del paese fino addirittura all’episodio inquietante del tentato omicidio che nel novembre 2003 ridusse in fin di vita Stefano, il presidente del comitato.
2.
GLI ANTEFATTI
Negli anni ’90 l’ingegnere Beniamino Didonè, assessore all’urbanistica della giunta leghista di Rosà, prepara il terreno per la conversione in zona industriale di un’area verde nella frazione di San Pietro; area per altro protetta dalla Sovrintendenza come sito di interesse archeologico per alcuni resti di un insediamento paleo-veneto. Il progetto viene poi portato a termine nella seconda metà dei ’90 dal fratello di Beniamino, Giovanni Didonè, divenuto Sindaco di Rosà nel 1997: nasce così il PIP 49 (Piano per Insediamenti Produttivi numero 49), che prevede la costruzione di una gigantesca Zincheria (la più grande d’Italia) proprio in mezzo alle case di San Pietro. Gli abitanti di quelle case e tutto il paese si organizzano immediatamente in un Comitato di Protesta, che dà vita al Presidio San Pietro, una tendone costruito a pochi metri dal cantiere, per provare a bloccare o almeno rallentare i lavori.
Il piano però procede, protetto a tutti i livelli politico-economici (il sindaco Didonè diviene nel 2001 deputato leghista e il fratello, ex-assessore, assume il ruolo di ingegnere capo del cantiere per la Zincheria): i cittadini del Presidio raccolgono prove su prove e denunciano sia l’abuso edilizio (per legge una Zincheria non può essere costruita a meno di 500 metri dalle case), sia il traffico di rifiuti tossici legato allo scavo delle fondamenta (confermato dai risultati di un carotaggio, per altro mal eseguito dalla Procura di Bassano del Grappa, e reso probabile anche dalla notizia incredibile dell’arresto per partecipazione ad organizzazione eco-mafiosa dello stesso Beniamino Didonè), sia la violazione del sito archeologico. Le denunce in alcuni casi ottengono anche sentenze positive (come quella del Consiglio di Stato sull’abuso edilizio), ma i lavori non si fermano mai: la tensione cresce e si fa molto pesante nell’autunno 2003. Il 21 novembre il Comitato ottiene il sequestro del cantiere. Ma due giorni più tardi Stefano Zulian, presidente del Comitato, viene sprangato da ignoti nel centro di Rosà, proprio mentre si appresta a consegnare i risultati di un referendum cittadino per la separazione di San Pietro dal Comune di Rosà. Stefano rimane dieci giorni in coma, ma sull’aggressione i carabinieri aprono un’inchiesta sul mondo dei Bikers (motociclisti con Harley Davidson), che Stefano frequenta per hobby, evitando volutamente di legarla alla questione del PIP49. Informalmente l’azione viene invece rivendicata dal potere politico locale: è il padre del sindaco pochi giorni dopo a far sapere in un bar ad un altro animatore del Comitato che “questa volta è stato colpito il pastore, la prossima volta tocca alle pecorelle” e voci di paese dicono che l’onorevole Giovanni Didonè abbia commentato l’evento con un sarcastico quanto terribile “Così evita di immischiarsi in cose che non lo riguardano!”. Pochi giorni dopo il sequestro del cantiere viene revocato.
La tensione è altissima e il silenzio mediatico assordante: i ribelli del Presidio si sentono ancora più uniti da questa situazione e continuano a lottare , nonostante le minacce si facciano sempre più pesanti e il deserto della paura cresca inesorabile attorno alla loro tenda: alcuni di loro, tra cui anche Stefano, sono costretti a chiudere le proprie attività economiche, altri vengono tamponati in auto da sconosciuti, qualsiasi giornalista cerchi di parlare di loro viene bloccato ed infine parte anche una denuncia beffa da parte del Comune per “abusivismo edilizio” contro il proprietario del piccolo terreno su cui è stato innalzato il tendone del Presidio.
3.
IL FILM
PIP 49 racconta, con il linguaggio immediato, ironico e tagliente del cinema-documentario, sei mesi cruciali nella lotta dei cittadini di San Pietro, quelli tra febbraio e giugno 2006, dalla cena di autofinanziamento a base di “poenta e osei” alla conferenza dei servizi durante la quale il Comune di Rosà e la Provincia di Vicenza danno alla Zincheria l’autorizzazione ad iniziare la lavorazione., nonostante l’assenza di una Valutazione di Impatto Ambientale della sua attività sul territorio.
E nonostante le molte domande ancora irrisolte non abbiano ricevuto una risposta: perché non è possibile fare un’indagine seria e completa sulle fondamenta della fabbrica? Perché non si rispettano sentenze del Consiglio di Stato che denunciano l’abusivismo edilizio legato alla Zincheria? Perché non esistono indagati per il tentato omicidio di Stefano?
Tutte domande che Marcello Anselmo, il radiogiornalista napoletano la cui inchiesta guida lo sviluppo narrativo del film, non è nemmeno riuscito a porre alle autorità pubbliche e ai proprietari della Zincheria, che sistematicamente hanno rifiutato di incontrarlo.
a) luogo e personaggi.
Una tenda di venti metri, come quelle dei campi di bocce. Questo è “fisicamente” il presidio. All’interno, un nylon lo divide in due. Articoli di giornale appesi alle pareti. Una stufa a legna, per scaldarsi e cucinare. Un frigo. Un tavolo dove si organizzano le cene per auto-finanziarsi: soppressa, polenta, grappa, costicine, pasta&fasioi, vino, baccalà, battute, scherzi, serietà, ironia, il tutto amalgamato dalla sapienza culinaria e matronale di Donna Clelia (la più anziana delle donne del Presidio). Fuori, al di là della strada, l’immensa Zincheria: gialla, spropositata nella sua altezza, minacciosa nel suo roboante silenzio, un’ enorme balena di metallo brutalmente incollata alla campagna nebbiosa della devastata pianura vicentina.
Gente di tutte le età gira dentro al presidio: chi si occupa del cibo, chi della legna, chi della pulizia e chi semplicemente di sollevare il morale con battute e simpatia. Anziani, pensionati, ma anche ragazzi. Il Presidio è diventato ormai una scelta di vita per chi, come Stefano, Lorenzo e Daniele ha deciso di non accettare l’inaccettabile:
Daniele Pasinato, trent’anni, gli occhi colmi di collera. E’ lui il vero protagonista del film. Operaio metalmeccanico. Vice presidente del comitato. Ha rabbia da vendere. Si sente sbeffeggiato dalle istituzioni che, a detta sua, sono colluse con interessi mafiosi. E’ molto attivo nel cercare di coordinare la lotta del Presidio con quella di altri comitati cittadini veneti e nazionali. Per dedicarsi completamente al Presidio Daniele ha messo in stand by la propria vita: “volevo sposarmi, ma poi ho preferito aspettare”. La casa che suo padre gli aveva comprato con anni di sacrifici è ancora vuota, immobile: aspetta che la vita di Daniele possa ritornare normale. Ma nulla potrà essere normale finché giustizia non sarà fatta, finché la rabbia continuerà a scorrere pesante e incontrollabile nelle vene del combattivo giovane vicentino.
Lorenzo Signori, cinquant’anni passati, capelli corti, occhi furbi, intelligenza analitica e una sottile vena sarcastica. Lavora al Sert di Bassano del Grappa da dove passano circa duemila tossicodipendenti all’anno: “sono loro i figli dell’angoscia che abbiamo costruito in quindici anni di sviluppo” racconta senza nascondere amarezza. E’ lui l’anima politica del Presidio: Lorenzo è stato sindaco democristiano di Rosà alla fine degli anni ’80 e subito dopo anche consigliere della provincia di Vicenza nelle fila di Forza Italia. Quando ha iniziato ad occuparsi della questione della Zincheria, Lorenzo è stato convocato dal collegio dei probi viri di Forza Italia a Padova. Gli hanno chiesto di lasciar perdere la faccenda: lui non ha accettato, ha lasciato il partito e abbandonato la politica, tornando al suo lavoro al Sert e mettendo la sua esperienza al servizio del Presidio. In pratica si ritrova a lottare contro i suoi ex-colleghi di partito. Conosce benissimo i meccanismi del potere e cerca di scardinarli dall’esterno.
Stefano Zulian, presidente del Presidio e suo malgrado protagonista dell’aggressione nel novembre 2003. Trent’otto anni, un gigante di un metro e novanta per oltre cento chili; capelli lunghi, pizzetto: sembra un antico guerriero sassone, uscito con disinvoltura dal cast di Brave Heart. Panettiere di professione, archeologo per passione: esperto di cultura “paleo-veneta”, è il custode della chiesetta di San Pietro, sito archeologico simbolo della civiltà celtica nel Veneto paleo-cristiano. “Questo nostro patrimonio archeologico – spiega mentre illustra gli scavi della “sua” chiesetta – dovrebbe essere caro al potere leghista e invece lo cancellano per seguire la loro unica anima, quella affarista.” Stefano ha modificato completamente la sua vita per il Presidio: dopo l’aggressione ha chiuso il suo negozio di alimentari e si è separato da sua moglie ed ora vive solo, sopra il forno di famiglia in cui lavora tutte le notti.
Lucrezia Tosin detta Clelia
Al presidio scherzano e dicono che è la loro segretaria. Ma c’è poco da scherzare. Clelia, piccola, tenace, verace e potente signora cresciuta tra la fatica dei campi e la responsabilità della famiglia, è l’organizzatrice concreta e mai assente di tutte le attività con cui il Presidio si autofinanzia: cene, lotterie, gite, sottoscrizioni. Tutto è coordinato da lei.
“Il Presidio mi ha ridato la vita. Dopo la morte di mio marito ero rimasta sola, ma qui sotto il tendone ho trovato una nuova famiglia.” Racconta accarezzando i suoi conigli nell’aia dietro casa, tempio antico di un mondo quasi scomparso che al presidio orgogliosamente difendono. “Siamo nati campagna e dovremmo morire campagna. Non in mezzo alle industrie, perché ormai non siamo nient’altro che industria”.
Marcello Anselmo
Radio-documentarista napoletano che, incuriosito dalle denunce del presidio di connessione tra industriali veneti e clan camorristici, ha raccolto tra febbraio e giugno testimonianze, voci, storie di questa complessa e tutt’altro che risolta vicenda. In PIP49 è lui che ci guida tra le strade e i campi di San Pietro.
4.
NOTE DELL’AUTORE
La necessità di parlare.
Quando nel dicembre del 2005 sono andato a trovare per la prima volta i ribelli di San Pietro, ho raccontato loro con chiarezza per quale progetto ero interessato alla storia: loro si sono dimostrati entusiasti, spiegandomi con lucidità e amarezza che ciò di cui hanno disperato bisogno è di trovare spazi extra-regionali per raccontare e far sapere quanto sta succedendo nelle loro terre, tra le loro case, nelle loro vite, sui loro corpi.
Quando nella pelle vivi la certezza di un’ingiustizia, quando capisci di aver capito ciò che doveva rimanere nascosto, la rabbia diventa una pentola a pressione difficilmente controllabile. Ma quando quella pressione non trova alcuna valvola di sfogo oltre i confini rigidi della tua pentola, la rabbia ti mangia dentro, ti stringe le vene, ti annebbia il cervello.
Il piccolo mondo della tua pentola inizia a descriverti come strano, come cocciuto, inguaribile pessimista. Iniziano i consigli a lasciar perdere, a rinunciare, ad accettare. E se quelli non bastano iniziano le accuse, le denunce e se necessario anche le minacce.
La pentola si riempie di vapore, il vapore inizia a puzzare, le pareti si fanno insopportabili.
Gli amici iniziano a non sopportarti, ti evitano e i loro volti si tingono di commiserazione.
Ma tu insisti, reso ormai insonne dalla certezza di ciò che hai visto: i camion che trasportano i rifiuti sotto le fondamenta, le mura della Zincheria che crescono a dismisura oltre i limiti, gli insediamenti archeologici violentanti, sindaci e assessori che irridono la tua rabbia, brindando ai loro affari.
Non ce la fai, non puoi tacere. Hai fatto l’errore di provare a capire e ora che hai capito non puoi più fermarti.
Così insisti, continui ad esprimere la tua rabbia, ad innalzare la tua parola, sapendo perfettamente che l’unico vero nemico dell’ingiustizia è la conoscenza e che l’unico strumento di conoscenza è la parola.
Insisti, dentro alla tua pentola, dove la pressione ricomincia a salire, fino a trasformare le accuse, le minacce in violenza.
Non te lo aspettavi.
Nessuno dei ribelli di San Pietro si aspettava che quanto è successo a Stefano potesse davvero succedere.
“Sprangate di ferro sulla scatola cranica”. Daniele lo ripete sempre, con la voce chiara, forte e gli occhi rossi di rabbia. E paura.
Io non posso ufficialmente sapere chi ha cercato di uccidere Stefano Zulian.
Ma so con chiarezza, con incancellabile, pesante e indiscutibile chiarezza che qualcuno non solo ha cercato di ucciderlo ma ha anche voluto far sapere che anche a San Pietro di Rosà è facile, facilissimo cercare di uccidere qualcuno senza rischiare alcuna incriminazione.
“Sprangate di ferro sulla scatola cranica”.
Non se lo aspettava nessuno al Presidio.
Ma ancora meno si aspettavano che un fatto di così immensa gravità potesse non solo rimanere impunito, ma anche volontariamente e vergognosamente nascosto.
Nessuno tra gli amici e i conoscenti padovani a cui ho raccontato la storia del Presidio e dell’aggressione a Stefano conosceva o ricordava l’evento. Nessuno. Me compreso.
E San Pietro è a 40km da Padova.
Ma evidentemente, dentro una solida e inossidabile pentola a pressione.
“E’ stato solo perché me l’hanno chiesto i parenti di Stefano che all’epoca non ho scatenato una guerra civile!” Ascoltando Daniele è come se il mondo potesse continuare a vivere il panico e la rabbia di quei giorni del novembre 2003.
Ma chi ascolta Daniele? Con chi può parlare Daniele?
Chi è stato a novembre nelle campagne meccanizzate della provincia veneta sa bene di cosa parlo: i campi immobili, la nebbia pesante, i capannoni incollati al cemento, le auto grigie e lucide sull’asfalto bagnato, le finestre chiuse delle villette isolate, e la luce che non c’è. Non è facile trovare il modo di parlare. Non è facile trovare il luogo dove parlare.
Così Daniele di notte, quando l’insonnia ribolle nella pentola, fuggiva in un pub sulle colline sopra Bassano. Come i pastori di montagna, come i carbonari, come i partigiani: si chiudeva in quel pub, si appoggiava al bancone e dopo qualche birra iniziava a parlare con chi gli stava accanto.
Se non capitava di essere la persona accanto a Daniele in quel pub, era molto difficile poter davvero capire il significato della rabbia e della lotta del Presidio di San Pietro.
I giornali e le tv locali. finché hanno potuto, hanno parlato della lotta del presidio e dei dubbi sulla Zincheria, ma mai erano emersi con chiarezza il cuore tremante e la rabbia sincera che segnava la vita dei cittadini di San Puetro come Daniele, Lorenzo o Clelia.
Così anch’io, quando ho sentito parlare per la prima volta del presidio, avevo avuto l’impressione di una delle mille piccole lotte di quartiere, di vicinato: cittadini spinti a difendere il loro piccolo cortile, impauriti di perdere il valore dei propri immobili e interessati alla propria vita privata.
Solo vivendo a contatto con gli occhi, le mani e i corpi dei ribelli di San Pietro ho potuto invece capire la profondità della loro paura, la drammaticità del loro senso di impotenza, la genuinità del loro bisogno di difesa.
A San Pietro non è in gioco la qualità della vita di qualche famiglia, bensì la necessità di mettere in luce il complesso, denso e pericoloso intreccio tra l’imprenditoria della regione, della provincia più industrializzata e produttiva d’Italia e gli interessi pesanti di organizzazioni di potere che ben poco hanno a che fare con l’onestà e l’operosità del millantato miracolo nordestino.
La assoluta mancanza di risposte sui forti dubbi legati alle fondamenta e ai capitali della Zincheria, l’omertà e l’impunità che adombrano l’episodio inquietante dell’aggressione mortale ai danni di Stefano e la pesante mancanza di rispetto delle norme basilari che dovrebbero preservare qualsiasi territorio da rischi ambientali non possono non condurre un osservatore attento a intravedere nella vicenda di San Pietro una connessione almeno potenziale con l’influenza che poteri mafiosi e camorristici hanno in alcuni aspetti e ambienti dello sviluppo industriale veneto.
Non sono Daniele o Lorenzo ad aver scoperto per la prima volta che i rifiuti tossici di molte industrie pesanti venete vengono smaltiti illegalmente dai clan camorristici campani: Daniele, Lorenzo e gli altri del Presidio sono però tra i primi ad avere il coraggio di parlarne senza imbarazzi o omissioni.
Il problema è che sino ad oggi avevano potuto parlarne solo a quel balcone del pub di montagna o comunque dentro la loro stretta, pesante e nebbiosa pentola a pressione.
Mi auguro che il nostro piccolo film, grazie al coraggio e all’impegno di due grandi gruppi dell’industria culturale italiana (Feltrinelli e RaiCinema), possa diventare una valvola di sfogo nazionale per la più sacrosanta delle richieste in una democrazia moderna: la necessità di far emergere la verità.
Troppe domande non hanno risposte, troppi dubbi circondano la grande Zincheria gialla: credo sia interesse di tutti affrontare queste domande e questi dubbi con quella chiarezza e competenza che sino a qui sembra sia stata volutamente evitata.
Perché nessuno sviluppo economico che voglia rispettare la vita privata e sociale delle comunità, può pensare di poggiare le proprie basi solide sui fanghi tossici del silenzio e dell’impunità
Dio era un musicista
di Cristina De Ritis, Maddalena Grechi, Andrea Segre Senegal-Italia 2004
Produzioni toniCorti
Con il sostegno di Assessorato alla Cultura e Politiche Giovanili del Comune di Padova e di I.C.S.- Consorzio Italiano di Solidarietà
61 min.
Le storie e la vita quotidiana dei musicisti coinvolti nel progetto “music rekk” si intrecciano tra Dakar e Somone, tra Brufut e M’bour: l’hip pop della capitale del Senegal incontra il reggae melodico di Ismael sulle coste del Gambia, gli zykr sui tetti di Parcelle Assainié e nella città sacra di Touba rincorrono i tamburi guineani del maestro Pakata e la Kora del vecchio griot Cissoko…là dove la musica vissuta quotidianamente con energia e fatica racconta un’altra faccia dell’Africa: la sua complessa spiritualità, l’intreccio tra tradizione modernità, l’incontro tra diverse culture.
Al centro del film la musica, le difficoltà tecniche ed economiche di produzione, ma soprattutto la grande forza di volontà che caratterizza il rapporto tra questi musicisti e la loro arte.
Un racconto che autori e registi hanno pensato e realizzato con il linguaggio del cinema del reale.
Il Film
“Dio era un Musicista” nasce dall’incontro di due percorsi, quello dell’associazione culturale toniCorti, da anni impegnata nella produzione e distribuzione di cortometraggi e documentari indipendenti, e quello di Music Rekk , il progetto con cui Stefano Marcato, musicologo e produttore discografico padovano da tre anni residente in Senegal, sta costruendo una collana di cd sulle musiche del mondo da produrre e vendere secondo i principi e attraverso i canali del commercio equo e solidale.
Il film non vuole però porsi come semplice documentazione della registrazione dei cd, ma piuttosto raccontare le voci, i volti e le storie di vita di artisti capaci di raccogliere e fondere nella loro musica la tradizione e l’attualità del Senegal.
In quartieri diversi di Dakar scorrono le vite quotidiane degli “Africa Bamba J” e dei “G.Y. Kounek”. Il primo è un gruppo Baye Fall (confraternita Mouride) che canta musica moderna di ispirazione spirituale (Music Fall) e che ci farà viaggiare fino a Touba, la città santa, portandoci nel bel mezzo di una festa religiosa. Il secondo una crew hip-hop che costruisce le proprie canzoni e le proprie azioni sull’impegno civile per lo sviluppo del proprio quartiere (uno dei più popolari della capitale).
A Brufut, incontriamo invece Ismael, rastaman originario della Sierra Leone, che con la sua voce calda ed il ritmo morbido della sua chitarra, scandisce il regolare trascorrere del tempo nella piccola cittadina del Gambia che lo ha accolto, tra un piatto di riso al pesce in un ristorante popolare ed il salone di bellezza di sua moglie Hadja.
E poi ci sono gli “Africa Matimbo”, emigrati dalla Guinea a Somone nella speranza di poter vivere della loro musica. Una musica ancora totalmente fedele alla tradizione mandingo dell’Africa Occidentale e per questo non così distante dalla melodica Kora del vecchio griot Ibrahima Cissoko e dalle energiche percussioni dei suoi figli e nipoti giunti a ‘Mbour dalla Casamance.
A raccontare non è una voce fuoricampo bensì gli stessi artisti ed insieme a loro la gente con cui condividono sogni e speranze. Per questo il film è in versione originale (francese-inglese-wolof-sausso-malinké) sottotitolato in italiano. Sarà presto disponibile anche la versione sottotitolata in inglese.
MARGHERA CANALE NORD

La storia degli otto marinai egiziani e indonesiani della Motonave Kawkab, abbandonata per oltre due anni nel porto di Marghera
Durata 71’
Regia: Andrea Bevilacqua, Francesco Cressati, Andrea Segre
Idea: Andea Segre, Valentina Longo
Produzione: StudioImmmagine
Produzione associata: Associazione Culturale toniCorti
Formato: Beta SP
E’ la storia di una nave immobile, la storia di un viaggio interrotto, la storia di viaggiatori del mare ancorati ad una terra inospitale a ad un destino di attesa.
La storia della grande e immobile Motonave Kawkab, mercantile egiziano regalato alle banchine di Marghera da un armatore abile mercante di marinai e vite umane.
Dal gennaio 2002 gli otto marinai della Kawkab, , quattro egiziani e quattro indonesiani, non ricevono alcun salario e vivono “intrappolati” all’interno della loro enorme prigione di 28mila tonnellate dove hanno luce e riscaldamento per non più di quattro ore al giorno e dove spesso si fanno da mangiare accedendo un falò a poppa. Fino a due mesi fa hanno potuto usufruire solo di uno shore pass che concedeva loro sei ore di libera uscita e che vincolava la loro libertà di movimento al solo territorio del comune di Venezia: oggi ha un permesso di soggiorno temporaneo, ma continuano a non avere lavoro e a non ricevere alcun salario, mentre le loro famiglie in Egitto ed Indonesia accumulano ogni mese debiti da banche e usurai.. Da quasi due anni sono in attesa che la sezione lavoro del Tribunale di Venezia riconosca loro il diritto a ricevere i salari dei mesi arretrati non in base ai contratti da loro firmati a Taiwan e ad Alessandria di Egitto, bensì in base alle tariffe internazionali dell’ILO: ma ogni udienza è un continuo, lunghissimo rinvio.
Nel frattempo vivono all’interno dell’enorme mercantile egiziano: centoattantametri di lunghezza per trenta di larghezza, quattro enormi silos completamente vuoti, cinque braccia meccaniche di oltre venti metri altezza. La vita dentro la Kawkab è quasi impossibile, con l’elettricità vincolata all’accensione di un generatore a gasolio, il riscaldamento affidato a piccole stufette nelle cabine, il cibo e l’acqua regalati dalla Caritas, dal Comune o dalla Corce Rossa, la cucina quasi completamente inservibile e condizioni igieniche al limite della sopportabilità.
Abbiamo vissuto per qualche settimana nella nave e abbiamo cercato di raccontare i volti, le voci e le storie degli otto marinai, sperando che questo racconto possa mostrare agli abitanti delle terre inospitali dove la Kawkab è ancorata le assurdità di cui questo mondo è capace e di cui otto marinai e mille altri viaggiatori sono impotenti schiavi.
Credits
Il film è stato selezionato alla 60. Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Nuovi Territori, ha avuto un riscontro molto buono su stampa e televisioni nazionali, ha vinto la menzione speciale per la giuria al RomaDocFestival ed è stato selezionato al TekFilmFestival sempre a Roma, oltre ad avere avuto una decina di presentazioni in diverse città italiane.




















