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COME UN UOMO SULLA TERRA - la necessità della memoria

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Domani, giovedì 23 aprile, si riunisce il Consiglio UE d'urgenza per affrontare l'emergenza immigrazione, dopo le ultime tragedie del Mediterraneo.
Crediamo che questo Consiglio dovrebbe avere il coraggio di partire dalla memoria e dal riconoscimento di responsabilità.
Non siamo di fronte ad un'inaspettata casualità, ma siamo al punto di crisi di un processo di oltre 15 anni.
Per chi ha potuto ascoltare e capire le storie delle migrazioni attraverso il Mediterraneo in questi anni, è sin troppo chiaro che la crisi umanitaria attuale è legata alle scelte securitarie e repressive sviluppate dai paesi europei, che hanno preferito finanziare polizie e milizie nord-africane, libiche in particolare, invece di capire le scelte e i diritti degli esseri umani in fuga.
Le parole d'ordine “non possono venire tutti qui”, “dobbiamo fermarli prima che arrivino”, “lotta all'immigrazione clandestina e al traffico di esseri umani” hanno prodotto la costruzione di un tappo che non ha permesso di affrontare le cause delle migrazioni e che ha aumentato la pressione fino a renderla ingestibile.
I trafficanti che oggi l'Europa continua a mettere al centro della propria azione repressiva, sono frutto della miopia di quel tappo. Hanno acquisito un potere enorme grazie all'essere gli unici referenti di persone in fuga. Per lottare contro di loro bisogna capire come dialogare con chi decide di partire. Altrimenti non si fa altro che aiutarli a crescere nel loro potere e nella loro violenza.
Per provare a capire cosa è successo e cosa abbiamo sbagliato, ci sembra molto utile proporre in queste ore la visione gratuita on-line di COME UN UOMO SULLA TERRA.
Nel 2008 il film ha denunciato non solo l’atrocità della polizia e dei contrabbandieri libici nei confronti dei migranti, ma sopratutto il sostegno economico e logistico dell'Europa e dell'Italia che, pur avendo le informazioni su questa violenza, preferivano stare in silenzio.
Se l'Europa avesse ascoltato i testimoni di quei racconti, avrebbe fermato la costruzione di centri di detenzione e le operazioni di deportazione che hanno dato potere al business dei ‘’trafficanti’’.
Invece si è scelto di non vedere e di sperare che le politiche di chiusura funzionassero da deterrente per chi invece continua a viaggiare perché non ha più nulla da perdere.
Riascoltare queste testimonianze oggi fa male, perché ormai sembra essere troppo tardi.
Ma è necessario, perché solo dall'assunzione di responsabilità può partire un cambiamento radicale di questa terribile storia europea.
Chiediamo che l'Europa costruisca tutti gli sforzi possibili per rendere accessibili vie di fuga e di emigrazione legali, sicure e protette, unica strada per minare alla base il potere dei trafficanti e per dare una risposta alle urla di chi non sceglierà mai di rimanere a casa, mentre la propria vita è in pericolo o non ha alcun orizzonte di crescita.
E chiediamo che a questo si affianchino progetti di distribuzione dell'accoglienza, in modo tale che il peso di questo processo non gravi solo su alcuni paesi e zone del continente.

Andrea Segre e Dagmawi Yimer
Associazione Culturale ZaLab - in collaborazione con Archivio Memorie Migranti