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Il festival che sta dentro ad una poesia

Alcuni festival nascono senza saper bene da dove. Per la voglia di essere fatti. E, anche se li organizzi, li scopri solo standoci dentro, e poi risulta difficile dirli, in cinque o trenta parole. Parole di presentazione da scrivere dopo, sintetizzando faticosamente.
Il festival Itaca è stato generato da una poesia. Una poesia talmente importante per chi ha immaginato il festival da diventare il primo manifesto. Senza nient’altro, solo il logo Itaca, le parole della poesia ed il nome dell’autore. Ed è stata anche il manifesto dell’ultima edizione, quella in cui, dopo due anni di esilio ed uno di stop, il festival è tornato a Padova. Senz’altro, solo il logo Itaca, le parole della poesia ed il nome dell’autore:





Sempre devi avere in mente Itaca-
Raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: cos’altro ti aspetti?

[da “Itaca”, di Kostantinos Kavafis]

La poesia è più lunga, dentro ci sono anche Lestrigoni e madreperle, porti egizi ed ambre; ma bastano questi dieci versi a definire l’idea portante di un festival sempre in viaggio, e di una meta importante solo perchè motivo di un viaggio, solo per partire senza sapere esattamente cosa possa succedere, curiosi di poterlo immaginare e convinti di volerlo sognare.


2. il festival che sta dentro ad un festival

Ma cosa c’era, quando nel 2000 abbiamo incontrato le parole di Kavafis? C’era già un percorso di quattro anni, nato piccolissimo nel 1996 con una rassegna: il non-concorso di arti varie del video toniCorti, che ha appena concluso la sue decima edizione, da sei anni contenuto dentro ai festival Itaca.
Dieci anni di lavoro con un’unica direzione: l’esplorazione a tutto campo della produzione video indipendente, senza alcun filtro di giudizio, competizione, premio o giuria. Cercando di non ridurne la disorientante complessità e varietà. Cercando di oltrepassare limiti e preclusioni, senza concorsi, temi, retrospettive, senza anteprime ed esclusive.
Cercando quelle realtà – e quegli sguardi- che faticano a trovare spazi di visione, di narrazione e di confronto. Per questo inizia il viaggio che poi trova la meta in un’isola, ed in una poesia. Inizia privilegiando il linguaggio video del corto e del documentario, ma prosegue verso Itaca, alla ricerca di territori di interazione e contaminazione con altre forme di espressione artistica, di progettazione culturale e di pratica sociale.

3. il pubblico/politico che sta dentro ad un festival

In dieci anni di toniCorti e sei di Itaca, il festival è migrato in nove sedi diverse, fra Padova ed Abano, fra parchi sterminati, sale teatrali, bastioni riscoperti e golene dei canali. Sempre, il pubblico l’ha seguito, garantendo un pareggio economico che altrimenti non sarebbe mai arrivato. Sempre, il pubblico ha accolto la sfida di non essere fruitore passivo, target di un evento, ma parte in causa di un processo dialogico, elemento fondamentale perché accada quella cosa minima e rara che si chiama incontro. In una dimensione che ci ostiniamo a considerare profondamente politica, lì dove la politica diventa orizzonte di un agire e interagire critico che non ha alcun bisogno di limiti organizzativi e di equilibri di potere, ma può essere terreno fertile di infiniti confronti squisitamente (in)utili.
In dieci anni di viaggio ininterrotto abbiamo navigato dai conflitti umanitari alle migrazioni globali, dai monopoli mediatici alle libertà civili, dalla scomodità della memoria alle contaminazioni interculturali, dalle questioni di civiltà alle dignità popolari. Temi di giustizia, rabbia e dialettica liberati nella sfera pubblica della cultura e non costretti in tracce pre-confezionate di uffici stampa onorevoli o segretariali.

4. il territorio che sta attorno ad un festival
Scelte (in)utili, decisamente scomode. All’inizio le autorità non se ne accorsero e ci diedero uno degli spazi più belli e difficili (più belli perché difficili) della città: il parco Fistomba, territorio di confine tra le acque abbandonate del Piovego, la tradizione studentesca del Portello e il futuro instabile e violentato della Stanga multietnica,
La sorpresa per il successo di quel primo Itaca (già quinto toniCorti) convinse la giunta forzista padovana a ostacolare il viaggio: il Fistomba fu regalato ad un’associazione amica con tanto di discoteca e buttafuori, gli altri spazi sistematicamente negati e quelli faticosamente concessi fatti pesare con multe e penali. Così il viaggio emigrò fuori città, ospitato dal teatro polivalente di Abano, alla ricerca di un difficile dialogo con la comunità dispersa dell’immensa provincia veneta.
Solo quest’anno Itaca ha ritrovato un suo porto dentro le mura delle città, letteralmente dentro le mura, ospitato, ci auguriamo per almeno qualche anno, nella splendida cornice del Bastione Alicorno. Approdo antico ma non certo vecchio, in cui continuare ostinati a far convergere tracce, contenuti, frammenti, urla, voci di mondi che è troppo facile tenere lontani, nascosti o momentaneamente disponibili per brevi afflati di emozioni politically correct.
Nella convinzione che l’unica scelta culturale radicalmente innovatrice e indipendente stia nello svincolare la gioia, l’allegria e il piacere di un festival, dalla scelta vigliacca di offrirsi prodotto soft e immediato di un mercato terribilmente e preoccupantemente florido: quello dell’evento, dello spettacolo.
Un festival è cultura solo se è luogo mobile, un processo nomade basato sul dialogo tra differenze e sul coraggio del contenuto: perché la mente si diverte di più conoscendo e non svuotandosi.

A nome di Itaca
Andrea Segre e Stefano Collizzolli
www.itacafestival.org - www.tonicorti.org