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KOSOVO: VECCHI E NUOVI DISAGI

Ho avuto l’occasione di vivere, attraversare, conoscere e raccontare il Kosovo tra il 2000 e il 2002.

Ne ho spesso tratto una sensazione di disagio; ho sempre trovato intollerabile che un popolo non avesse avuto la possibilità di trasformare il proprio dolore e la propria sofferenza in una rinascita di dignità e libertà.

La comunità internazionale che ha voluto la guerra in Kosovo per fermare le violenze etniche volute dai poteri nazionalisti di Belgrado, per rompere la propria alleanza decennale con la dittatura di Milosevic, per dare corpo alla nuova strategia di compresenza di azione militare e intervento umanitario e per liberare un corridoio sicuro tra Turchia e Europa, non ha mai fatto nulla per permettere ai Kosovari di costruire una propria reale, dignitosa, viva e democratica indipendenza o autonomia che fosse.

Europa e USA hanno fatto molto per sostenere le parti più anti-democratiche e corrotte del potere kosovaro, avvallando o coprendo economie illegali e formazioni paramilitari; molto poco hanno fatto per diminuire la devastante ed evidente dipendenza economica, militare e politica a cui “umanitariamente” la regione è stata sin da subito comodamente abituata; percentualmente irrilevante è ciò che è stato poi fatto per provare a costruire un dialogo interetnico strutturale e duraturo.

In poche parole ciò che è stato fatto è regalare a due milioni di persone (pochissimi e facilmente controllabili) l’illusione di aver conquistato il loro sogno di libertà, creando in realtà una regione dipendente e asservita agli interessi economici, politici e militari di chi gestisce da quasi dieci anni questa stessa concessione.

Essere amici di questi interessi è l’unica moneta a disposizione del Kosovo.

Una regione di 2milioni di persone dove vengono investiti miliardi di euro e dollari per mantenere personale militare, politico e amministrativo e per costruire importanti e strategiche infrastrutture, non può che essere una regione dipendente da questi investimenti.

E difatti l’economia del Kosovo non ha altro, la sua indipendenza politica nasce come azione mediatizzata priva di un processo democratico costituzionale (avvallata indirettamente da una minoranza andata al voto nel novembre 2007), i suoi simboli nazionali sono due bandiere straniere (quella albanese e quella statunitense), un simbolo storicamente e geo-politicamente decontestualizzato (la statua della libertà) e l’inno di una comunità di cui non fa parte, quella europea, se non per il fatto che ne utilizza, per concessione “umanitaria e transitoria”, la moneta.

Per questo a distanza di 5 anni dalla mia ultima visita in Kosovo leggendo i numerosi reportage di giornali, siti e ong sento ancora vivo quel disagio: mi dispiace profondamente che ai kosovari albanesi non sia oggi concessa la giusta possibilità di vivere la liberazione dal proprio dolore, ma venga venduta come liberatoria una farsa mediatica gestita da un gruppo di scaltri amici degli interessi stranieri sulla loro regione.

Così mi sembra di una saggezza spiazzante l’affermazione del pope ortodosse di Decani, padre Ksenofont, che ho letto oggi sui giornali: “il vero problema non è il 17 febbraio, ma sarà il 18, quando i kosovari si renderanno conto che questa festa nulla ha cambiato in una regione in mano ai poteri dei clan mafiosi, in cui disoccupazione e povertà segnano la vita di tutti coloro che vorrebbero una vita onesta di lavoro e dignità”.

Sarebbe bello che in Italia esistessero movimenti e forze politiche capaci di riflettere e agire su tutto ciò: invece l’unico spazio rimane quello mediatico, che auto-consuma le sue stesse creazioni, lasciando alla politica solo il compito di organizzarsi al meglio per sfruttarne il potere di risonanza. I contenuti e la realtà possono scomparire. Sono inutili dettagli di una sovrastruttura molto più capace di generare interesse e quindi reddito.

Per chi ne avesse voglia, ho trovato interessante rileggere gli appunti presi in un viaggio kosovaro nell’estate 2001.

Molto interessanti sono anche gli articoli pubblicati in questi giorni dall’ Osservatorio Balcani.



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