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INTERVENTO SU L'UNITA' del 04.01.2009

Italia-Libia. Dietro gli sbarchi.

 

Ho letto con attenzione gli articoli pubblicati ieri su L’Unità  riguardo agli arrivi dei migranti a Lampedusa negli ultimi giorni. 



Trovo importante che finalmente vi sia da parte della sinistra riformista italiana la voglia e il coraggio di criticare le misure demagogiche e xenofobe delle politiche securitarie contro l’immigrazione clandestina. Tra queste vi è sicuramente anche la serie di accordi che l’Italia sta stringendo con la Libia negli ultimi anni: tra il 2003 e il 2006 con Berlusconi e Pisanu, nel 2007 con Prodi e Amato ed infine di nuovo nell’agosto di quest’anno con la firma spettacolare del “contratto” da 5 miliardi siglato da Berlusconi e Gheddafi.

Sono d’accordo con L’Unità che questi accordi non siano per nulla idonei ad affrontare il fenomeno migratorio, ma non tanto per la mancanza di una loro seria applicazione (come sostiene la destra di governo) e nemmeno per l’incompletezza delle loro misure (come sostiene invece buona parte del centro sinistra), ma per il carattere assolutamente disumano e antidemocratico della strategia politica in essi contenuta. Affidare ad un regime totalitario il controllo dei flussi migratori non è solo insicuro e  poco efficace, ma anche profondamente scorretto rispetto alle norme basilari delle convenzioni internazionali sui diritti umani. Quello che il nostro Paese sta facendo da oltre 4 anni è spendere denaro e attenzione pubblica per chiedere al governo non democratico del colonnello Gheddafi di fermare con qualsiasi mezzo i migranti africani; in altre parole chiediamo alla polizia libica di fare il lavoro sporco che noi, per decenza tipica di una democrazia superficiale come la nostra, non possiamo fare. Arrestare le persone senza dare loro alcun diritto legale minimo, detenerle in luoghi disumani, torturale, violentarle, deportarle in container in mezzo al deserto, venderle e acquistarle da quelle organizzazioni criminali che ufficialmente dovrebbero essere ostacolate e che risultano invece utili alleate delle polizie e dei loro business “paralleli”. Questo è ciò che chiediamo alla Libia di fare e ciò che la polizia libica fa, spingendo sempre più migranti africani presenti nel suo territorio a scappare pur di non cadere nella trappole di violenze  e sopraffazioni.  Nelle barche che arrivano a Lampedusa vi sono centinaia di ragazzi e  ragazze che stanno scappando dalle violenze libiche di polizia e contrabbandieri. La polizia Gheddafi fa di loro quello che vuole, usandoli come merce di scambio con i contrabbandieri o come strumento di trattative commerciali con l’Italia: loro non hanno alcun diritto e noi invece di occuparci di loro, firmiamo contratti con Gheddafi. 

E’ tutto ciò che dovremmo insieme saper criticare: un intero sistema di violenza, totalitarismo, demagogia e xenofobia che mette a rischio la vita di migliaia di essseri umani, senza costruire nessuna seria strategia di gestione virtuosa del fenomeno migratorio.

Chiediamo insieme di non finanziare più la polizia libica. Chiediamo insieme di avviare progetti internazionali nei paesi di transito per rendere meno rischiose le migrazioni, dando ad alcuni la possibilità di arrivare in Europa legalmente e ad altri occasioni di integrazione in altri paesi capaci di offrire occasioni di lavoro (come la Libia e altri paesi del Maghreb). Sviluppiamo invece canali legali di emigrazione, flussi legali di rimesse, strutture e contesti reali di accoglienza. Se investissimo in queste scelte anche solo la metà del denaro attualmente investito nelle folli politiche securitarie, ridurremmo di certo gli sbarchi a Lampedusa, ma anche (cosa assai più importante) il numero di vittime nel Meditterraneo e nel Sahara e faremmo crescere la qualità e la civiltà del nostro Paese, aiutando nello stesso tempo, grazie ai percorsi legali di emigrazione, lo sviluppo dei paesi di provenienza. Decine di anni di storia hanno insegnato al nostro Paese che l’emigrazione è un fenomenale fattore di sviluppo e di crescita tanto per la società di provenienza che per quella di arrivo: ora, invece di aiutare questo virtuoso processo come terra di accoglienza, preferiamo sostenere regimi totalitari, bloccare le barche della speranza, costruire centri di detenzione, usare l’esercito nelle strade, consegnare migliaia di donne e uomini alle mafie del lavoro nero e schiavizzante, creare ghetti e barriere. Il tutto solo per guadagnare consenso elettorale attraverso la leva dell’ignoranza e della paura. La società civile italiana deve ribellarsi a queste logiche, per tutelare migliaia di vite umane e per salvare la propria dignità. Se anche la sinistra democratica e riformista avrà finalmente il coraggio di unirsi a questo percorso di civiltà ne saremmo ben lieti.

 

Andrea Segre